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Ventanni

10 Dicembre 2011 Nessun commento

E’ da molto che non scrivo.

Non che non ne avessi da dire e nemmeno avessi deciso improvvisamente di smettere, semplicemente facevo passare il tempo. Pigramente  e mollemente scivolavo in uno stato di apatia che mi impediva di uscire da quelli che erano i normali binari della quotidianità e mi privavo dell’imprevisto o di quella che era, come in questo caso, una valvola di sfogo ed un divertimento. Il problema è che, accumulando tutta questa pigrizia, poi si finisce a non avere più la forza di uscire dalla propria poltrona a fagiolo, nemmeno per rialzare la testa a controllare se qualcuno se ne è accorto. Questo scritto sarà decisamente diverso da tutti gli altri, vuole essere un tirare fuori e imprimere da qualche parte, se mai ce ne fosse bisogno, che da vent’anni il mondo è privo di Giuseppe Nurra.

Per quelle strane coincidenze che appaiono o che uno vuole a tutti i costi far apparire, qualche settimana fa ho ascoltato una canzone dei Marta sui Tubi, DiVino, che in un passaggio, ripercorrendo cifre che in qualche modo sottolineano la vita (dal numero di lavatrici che si cambieranno alle volte che si batteranno le ciglia) cita “verserai venti litri di lacrime ma di queste solo uno di gioia”. QUesto è un periodo, per me, in cui ho versato molti dei diciannove restanti. Non è nemmeno questo. Mi è capitato di avere dei momenti, di felicità pura o disperazione lancinante nei quali non c’ero. Non c’ero. Semplicemente le emozioni erano talmente forti che l’unico modo per andare avanti, anche fosse semplicemente camminare, era smettere di pensare ed inserire il pilota automatico, fare in modo che quello che siamo, ciò che governa normalmente il nostro cervello, si mettesse seduto da qualche parte e lasciasse fare ad altri quello che va fatto. Che a pensarci a posteriori è definibile anche “fico”, spiego, ricordo una volta in cui mi sono messo a urlare, accorgendomi dopo un pò di tempo che ero io a farlo e la prima cosa che ho pensato è stata “Ohibò”. Davvero. Non credevo si potesse nessmo dire Ohibò nel mondo reale e non in quello dei fumetti.

Ma facciamo un passo indietro e spieghiamo, o cerchiamo di farlo, chi era Peppe.

Peppe era brutto. Secco secco allampanato, un corpo esile da piegatore di origami, già fare delle strutture in cartoncino lo avrebbe fatto sudare, con un capoccione in cima di almeno una taglia più grande del necessario. In mezzo alla faccia un naso adunco che stava giusto giusto sopra una superfice dentaria che avrebbe fatto pagare un mutuo intero a qualsiasi ortodontista, incisivi larghi e canini storti (probabilmente alcuni molari avevano preso il loro posto credendo di migliorare la situazione), capelli riccetti che non volevano saperne di avere un benchè minimo senso anche questi su due occhi titpici di quello che una telefonata ha appena svegliato dopo una settimana che non dormiva. Ah, dimenticavo che i denti erano quasi completamente gialli visto che raramente Peppe non aveva una sigaretta in mano. Brutto in maniera tale da fare torto alle altre persone brutte che, magari, potevano anche essere definite particolari. No, Peppe era onestamente brutto, sgraziato (camminava e si muoveva come Pippo dopo tre ore consecutive passate a fumare canne, e completamente scoordinato.

Ecco, in vita mia, non ho mai conosciuto qualcuno che rimorchiasse come Peppe.

E non disperate all’ultimo stadio, esseri malfatti che non credevano alla loro fortuna quando gli si avvicinava un loro simile, nemmeno incroci impossibili tra scarponi e blatte. Peppe, innanzitutto, era fidanzato con la ragazza più bella della spiaggia, una che poteva farti avere un erezione anche se ti salutava al telefono, ed in più ogni santa sera era accompagnato da sventole che adesso sarebbero in copertina di qualche settimanale o ragazze che non andrebbero nemmeno con un calciatore perchè non abbastanza in alto nella scala sociale. Tipe del genere normalmente entravano in un locale da sole salvo uscirne accompagnate da Peppe che, giusto per mettere in chiaro le cose e per, cavallerscamente, mostrare loro la strada, le portava fuori con una mano sul sedere. Il loro.

Peppe aveva qualcosa. Anni dopo, giocando a Dungeons and Dragons probabilmente lo assocerei al carisma ma non era nulla di così semplice, nulla che potesse essere ottenuto con un dado da venti, era anzitutto una assoluta trasparenza, era così, non cercava di darti un idea di se stesso diversa da quello che era e, la cosa meravigliosa, era che semplicemente potevi definirlo una persona straordinaria. E lui non lo sapeva. Essere suo amico ti faceva essere una persona migliore, la sua compagnia, in qualsiasi possibile ambito, era qualcosa che ti faceva essere diverso. Vicino a lui, insieme a lui, sentivi che avresti potuto fare qualsiasi cosa. Sentivi che era una persona da proteggere ma che, in condizioni normali, avrebbe abbattuto Tyson se solo ti guardava storto.

Sorrideva. Sempre. Anche ora lo sta facendo.

Sono vent’anni che per il resto del mondo non c’è più. Per me non è mai andato via, me lo ritrovo davanti quando ne ho bisogno e quando non ne ho. A volte lo sento nelle orecchie ripetere delle sue frasi tipiche e parole, che non starò a ripetere che lo facevano scoppiare a ridere, le diceva e rideva. E io con lui. E lo faccio tuttora. In momenti che non mi aspetto me lo rivedo davanti a fumare o suggerirmi cose da dire.

Avrei voluto che le mie figlie lo conoscessero e non solo attraverso i miei racconti, avrei voluto presentargli mia moglie, vorrei ancora abbracciarlo. Tornare indietro ed impedirgli di salire in macchina, dare la possibilità al mondo di vedere come potremmo essere di come sia possibile essere persone migliori e felici, per la miseria.

La parte migliore di me, la parte buona della mia anima ha il suo nome e cognome.

Ciao.

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Del calcio, dell’infanzia ed altre sciocchezze – Reprise

7 Maggio 2011 Nessun commento

Appartengo ad una categoria di maschi, ex ragazzini, facilmente identificabili. Veniamo definiti, via via che gli anni passano, in maniere sempre più colorite e istrioniche: da ragazzini eravamo semplicemente “pippe”, più avanti avevamo “i piedi fucilati”, gli stessi piedi diventavano “entrambi sinistri”, le nostre gambe erano buone “solo per camminare, e forse nemmeno a quello”.
In breve, non so giocare a pallone.
Adesso, alla folgorante età di 36 anni, bello come il sole nel mio brizzolato clooneyano, con la pancetta pronta (semmai ce ne fosse bisogno) a testimoniare che il mio fisico si mette in movimento solo quel tanto che basta per scolare i fusilli, circondato da persone che da ragazzini erano fulmini della fascia, rapinatori d’area, gatti tra i pali, adesso, dicevo, posso finalmente affermare che non me ne sbatte più una beneamata fava.
Sono circondato da amici che fino a qualche anno fa giocavano ancora. Poi, uno si fa male al menisco. Passano due mesi. Un altro, articolazioni del ginocchio.
Legamenti.
Una parola che, al massimo, può far venire in mente un nodo margherita, qualcosa che serve se ti trovi in barca sotto una bufera. Ci sei tu, l’acqua che soffia dappertutto, il vento fischia talmente forte che non riesci a capire da dove parta, è buio, lampi che, a sprazzi, lasciano intravedere le vele lacere ed il prossimo cedimento dell’albero maestro, tu esci fuori dalla cambusa e senti Ishmael che urla “Serra i legamenti di poppa!”.
Improvvisamente cambi orizzonte e alla parola legamenti associ un tizio vestito di bianco, con una mascherina davanti alla faccia che sta per usare un coltello affilatissimo su di te. Col tuo permesso. E mesi di tutore e fisioterapia.
Improvvisamente ti trovi a vantarti più della tua bravura con Fifa 2006 che di quanto anticipavi l’avversario nei tackle.
Improvvisamente quelli che erano gloriosi ricordi di trofei vinti con la squadretta del paese diventano ricordi tristi.
Per voi.
Io, che quei ricordi non li ho, me ne sbatto alla grande. Anzi. Se penso alla mia infanzia ed al pallone, viene fuori questo.

Ho iniziato a portare gli occhiali in quarta elementare. Se non bastasse, insieme ad un assurda insistenza ad ampliare il mio parco vocaboli e non limitarlo al necessario per definire lo stato di fame, di sete e di apprezzamento per le rappresentanti dell?altro sesso attraverso grugniti e rumori corporali, ha decretato la mia morte sociale.
Sono entrato di diritto, ma con soddisfazione, nella categoria degli sfigati.
Mettiamoci pure che i miei migliori amici erano un ciccione, uno secco e allampanato, uno carino ma balbuziente ed una ragazzina che definire brutta faceva un torto ai brutti. Immaginate una femmina con tutto quello che avevano le altre ma in ordine sparso, con caratteristiche casuali. Spiego, gli uomini trovano carino un nasino piccolo e all’insù, delle poppe grandi e generose e dei capelli lisci e setosi? Bene, lei di piccolo aveva le orecchie, il naso era grande e generoso, i peli del naso erano lisci e una continua, lieve sudorazione gli conferiva un aspetto setoso.
Intorno a noi ruotavano tutta una serie di sfigati in prestito da altri paesi o nerd temporanei (capitava che a distanza di tempo qualcuno diventasse popolare per i più svariati motivi, perché imbattibile nello sputare lontano, perché dei genitori permissivi gli concedevano il motorino anzitempo o per sopraggiunta inevitabile bellezza. Capita), ma noi restavamo sempre gli stessi.
Unici.
I soli, a mia conoscenza, a giocare a Star Trek, a riuscire a giocare una partita di pallone per quasi mezzo pomeriggio coi portieri volanti e farla finire zero a zero (tanto per dire con quale precisione di tiro avete a che fare), a sapere che se avevi bisogno di aiuto, basta che non ci fosse da fare a botte con qualcuno (in quel caso, il secco scappava, il ciccione piangeva, la brutta sveniva ed il balbuziente faceva ridere. Cercate di capire, dalla mie parti la fase preparatoria alle botte, quella della presa per il culo e dell?insulto creativo, era fondamentale. Il balbuziente ci metteva mezz’ora a rispondere ad un classico “sei crema di fogna e schiuma di cesso”, e per quando articolava una risposta udibile e comprensibile a tutti, le nostre mamme avevano già chiamato per la cena), tutti erano pronti a darti una mano.

Litigai con loro una sola volta, ma al punto da decidere di non voler avere più nulla a che fare con loro, avrei cambiato tutto nella mia vita.
Decisi di fare il provino per la scuola calcio.
Assurdo, eh?
Nel mio paese la scuola calcio era l’equivalente del Rotary o della P2, non potevi entrarci semplicemente iscrivendoti, dovevi sudartela. Dovevi meritarla.
Gli attaccanti dovevano essere in grado di colpire la palla sinistra di un passero in volo, i portieri dovevano poter fermare la corsa di un Alfasud (per la categoria pulcini, bastava una 600), le ali dovevano essere in grado di fare tredici giri di campo sudando un massimo di quattro gocce, i centrocampisti dovevano far sembrare corti i lanci di Holly e Benji, i difensori centrali dovevano presentarsi alle selezioni con la testa di un parente.
Il capitano della squadra era Mazzoleni Guido, la più grande testa di cazzo intorno al metro che sia mai esistita. A dieci anni aveva già al faccia devastata dai brufoli, una condanna passata in giudicato e varie malattie veneree, ma con il pallone tra i piedi, accidenti a lui, era Giovanni il Battezzatore.
Mi presentai alle selezioni e, passate due ore ininterrotte di risate da parte dei presenti, si mossero a compassione e mi permisero di entrare nel campo di gioco. Scalzo.
Il giardiniere, Consolo Ragionier Alberto (non era ragioniere, aveva fatto si e no due anni di asilo salvo essere espulso per una storiaccia di contrabbando, si chiamava così perché la madre aveva letto una targa su un portone e, Ragionier, “sarà anche un nome straniero, ma l’è proprio un bel nome”, il prete, mosso a compassione, aggiunse anche Alberto, in onore di Ascari), minacciò di “attaccare i miei piccoli ma già avvizziti testicoli al primo treno in partenza per Vaffanculo” se osavo anche solo pensare di sollevare una zolla del sacro manto erboso con i miei “piedi buoni solo per correre verso il paese delle teste di cazzo” da cui, sicuramente, provenivo. Quindi, scalzo.
Guardo fiero Ragionier e dico “anche Pelè ha iniziato scalzo”.
Tira fuori un sigaro toscano, lo insaporisce passandoselo sui piedi, e mi risponde “Ragazzo, quelli come te sono dedicati a grandi imprese” -dice mentre mi gira intorno squadrandomi – “hai dei piedi buoni per farci salcicce ma dalla tua hai una straordinaria testa di cazzo, se ti impegni potrai essere il più grande fallito del paese e superare anche Guidetti che ha investito tutti i suoi soldi in videoregistratori Betamax”, e se ne va augurandomi buona fortuna.
Ok, posso spuntare la voce “buoni auspici ed incoraggiamenti” sulla lista Giornata Di Merda.
L?allenatore ci mette tutti in fila e, da buon sergente dei marines, ci dice di non aver mai visto un simile mucchio di inutile e putrida massa carnosa. Guido Firlin fa l’errore della sua vita mettendosi a piangere, lo mandano via a calci sulle gengive, non prima di averlo usato come barriera vivente per l’allenamento alle punizioni di Gaiatto Benito, detto Sputnick (da quando ha fatto perdere le tracce di un pallone che aveva calciato in aria, le cose sono due: o l’ha messo in orbita geostazionaria, o quando ritornerà giù sarà per annunciare l’apocalisse), quel che fu riconsegnato alla madre non bastò nemmeno per il funerale, i resti di Firlin furono sepolti dentro una confezione di Nesquick.
L’allenatore decideva il tuo ruolo semplicemente guardandoti negli occhi, per i difensori, guardava quelli delle teste che avevano sottobraccio.
Per capire quanto avevano sofferto. Apprezzava anche la presenza, al posto delle comuni gambe, di un bel paio di cingoli.
Arrivato il mio turno disse “Spalti. Tifo. Ma solo sciarpa, con quella faccia ti dovrebbero spiegare anche come funziona una bandiera”.
Mentre stavo per rispondere in maniera sarcastica, e porre così fine alla mia vita terrena, vedo in lontananza i miei amici che mi sorridono e tengono in mano le mie orecchie finte da Signor Spock, e mi fanno cenno di andare con loro. Tutto finito, tutto dimenticato.
Li saluto, sorrido all’allenatore e faccio per andarmene.
Mi giro e, davanti a me, un pallone.
Signori, per quanto pippa, rimango un italiano ed un italiano non può in nessuna maniera resistere all’atavico impulso di calciare qualsiasi cosa di forma anche solo lievemente sferoidale che gli si pari davanti.
Tiro una crocca che nemmeno la cannonata di mezzodì dal gianicolo verso la porta. Piglio pieno il palo, il rimbalzo finisce contro un cingolo di un difensore, prende velocità e becco preciso sulla regione occipitale destra Mazzoleni Guido, che stramazza al suolo. Panico. Terrore. Improvviso desiderio di morte.
Il Mazzoleni si tira su con la memoria completamente azzerata e, ricordando solo l’ultima parola che ha visto prima della botta, si decide, ed è deciso tuttora, di essere un ballerino di Tango.
Io sto scappando dalla fatwha che mi hanno lanciato da allora.
Il calcio fa male.

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A me, Rutger Hauer che mòre fracico, me fa un emerita

15 Aprile 2011 1 commento

Il seguente post va in onda senza l’ausilio di foto, ne capirete poi il perchè, ed è dedicato a tutte quelle insulse ed insultanti forme di vita che, intervistate per strada da giornalisti cercopitechi sugli argomenti più interessanti della comune vita pubblica, rispondono “vorrei tanto fare un lavoro a contatto con la gente”.
Imbecilli.
Ve la regalo a pacchi la gente, ve la infiocchetto e ve la consegno direttamente a casa vostra e quando vi vomiteranno dentro negozio (successo), quando vi pisceranno sul pavimento (successo anche questo), quando vi faranno un disegno della loro operazione alla prostata (anche questo, davvero), quando vi insulteranno e malediranno fino alla terza generazione passata e futura salvo accorgersi solo dopo che in realtà non ero io l’oggetto delle loro pene ma un altro negoziante (certo che è successo), quando persone che durante la loro insignificante giornata contenuta nella loro inutile vita poteranno la loro irritante faccia dentro il vostro negozio e vi racconteranno dei loro trascorsi negli ospedali psichiatrici e di come la loro vita sia legata all’assunzione di psicofarmaci questo ripetuto in media ogni DUE giorni (verissimo), mentre scrivevo ho dovuto fare un pausa perchè un tizio che non conosco è venuto a raccontarmi che ha scoperto il perchè per dieci anni la tapparella del suo salone non funzionava bene, me lo ha detto, ha salutato ed è uscito. Punto. Non doveva comprare nulla, non ha chiesto nulla, è entrato, ha detto quello che doveva dire e se ne è andato. Per i più curiosi, c’era il cadavere di un piccione morto che bloccava lo scorrimento (capirete che non vedo l’ora che sto tizio torni per ricevere un invito a cena) o, infine, quando vi troverete di fronte, all’ora di chiusura, con mezza tapparella giù, ad un tizio con le mani sudate e fermo da mezz’ora di fronte alla vetrina delle fotocamere che bisbiglia tra sè e sè ed ogni tanto ad alta voce dice “devo comprare qualcosa”, “ho bisogno di comprare qualcosa”, “non so fotografare”, “perchè mai dovrei comprare questa”, salvo uscire con una fotocamera sotto braccio dicendomi che non la voleva (più vero del vero, quella volta ho ringraziato sia gli alieni sia il programma ministeriale di controllo della mente introdotto dall’uomo che fuma di x-files).
Bene.
L’altra mattina entra una signora, saluta e mi chiede se ho le schede di memoria per il telefonino, dico di sì e chiedo quale telefonino abbia visto che ce ne sono diversi tipi, lei, timida timida mi dice che non lo sa, prende il telefono e me lo fa vedere, aggiunge, sa, mi scusi, ma non ne so molto, mi saprebbe spiegare come funziona sta cosa delle schede, se faccio una foto la posso salvare lì e come posso vederla, gli rispondo certo, le schede servono a questo, scatta una foto e decide di salvarla sulla memoria del telefono o sulla scheda (io sono un anima candida), ma se io tolgo la scheda tolgo anche la foto quindi, mettiamo il caso, qualcuno prende il telefono se non c’è la scheda la foto non si vede, e no, certo che no, la foto è nella scheda, senza scheda niente foto (anima purissima, celeste cherubino, placido angioletto), ma senta, per sapere, non è che si potrebbe mettere un codice d’accesso alla scheda in modo che la foto la possa vedere solo che conosce questo codice e nessun altro, beh, dipende dal telefono, alcuni hanno questa funzione (Fatima e i pastorelli, Lourdes, Medjugorie e tutti gli altri siti di apparizioni mariane, nel mio cuore c’è spazio solo per loro), no, perchè sa, avrei delle foto che vorrei essere sicura di vedere solo io e non, MAGARI, mio marito, io ridacchio nella mia bianca veste (NOI VOGLIAM DIOOOOO, VERGIN MARIAAAAAA), e compio l’errore fatale, ridacchio ancora e dico “e che tipo di foto saranno mai?”. Al che, lei prende il telefonino, lo gira verso di me e dice “Queste”.
“OSANTAPACEDELCIELOCHECOSACASPITALESTANNOFACENDOEDINQUANTIGLIELO STANNOFACENDO ECOSASTANNOUSANDOPERFARGLIELO!!!”
Non avete idea. Non potete averne. Sappiate che sto odiando da allora il tizio che studia per aumentare la risoluzione delle fotocamere dei telefonini, e quello della signora aveva una risoluzione incredibilmente alta, caratteristica che condivideva con almeno un paio delle persone che circondavano la signora stessa. Da allora, vai a capire perchè, provo un istintivo senso di ribrezzo al solo pensiero della preparazione di un minestrone e non riesco ad ascoltare le parole “simbolo fallico” senza cadere a terra svenuto. Se mi avvicino ad un telefonino mi esce il sangue dal naso.
Inutile dire che tutte queste emozioni contrastanti sono rimaste solo nel mio cervello e che sono riuscito a non farmi accorgere di nulla, sono stato imperturbabile come un maggiordomo inglese. Certo. Infatti ero pietrificato, di sale. La signora lascia i soldi della scheda sul bancone (io non riuscivo ad allungare le mani (caratteristica per la quale gli invitati della signora, invece, detengono vari primati), sorride compiaciuta e se ne va salutando.
Se fra di voi c’è qualche satanista sappia che ho visto che faccia ha il loro capo.
E non solo la faccia

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Si trasforma in un razzo missile

3 Marzo 2011 Nessun commento

Quando ero piccolo tutti mi scherzavano. Ahimè, non per i motivi che avrei voluto io (maschialmente gli stessi della canzone, LO stesso della canzone) ma perchè avevo gli occhiali.

Mia mamma, accortasi che strizzavo in continuazione gli occhi, decise di portarmi da un oculista. Quello della mutua. Il quale, dopo essersi stirato ben bene sulla sedia e aver tolto delle pieguzze su un camice orgogliosamente chiazzato di sugo, sentenziò “Lo fa per irritarvi, è solo un vizio, il bimbo ci vede benissimo. Si vede che scoppia di salute ma è un pò stronzo. Come tutti i bambini”. Rassicurata dalle attente parole del luminare della scienza ma insospettita dal mio continuo cozzare contro i lampioni e dal fatto che davo la mano per attraversare sempre a persone diverse, mia mamma decise, per ulteiore scrupolo, di sentire un altro parere. Andammo da una oculista privata. Mi fece una visita molto accurata, mi fece guardare attraverso macchinari fantascentifici e disse “il bimbo è miope, deve mettere gli occhiali. Certo, è anche stronzo, ma lì non posso intervenire”. Andammo dall’ottico e, dopo soli 15 giorni, ebbi GLI OCCHIALI. Erano gli anni 70, pantaloni a zampa d’elefante, moda optical, colori pastello ovunque. Occhiali di tartaruga. Esattamente quello che ci vuole ad un bimbo di quarta elementare per diventare il re incontrastato della festa.

Questo fino al 26 gennaio 2011 quando entro all’ospedale oftalmico di Roma per fare il laser.

Come è andata? Dico solo che sdraiato sul lettino per l’operazione ho sentito una voce maschile che diceva “io questa faccia la conosco…” Il resto quando potrò scrivere per più di dieci minuti senza dover correggere per trenta.

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Pedissequamente

16 Gennaio 2011 1 commento

Il ttolo non c’entra assolutamente nulla.

O meglio, è la prima parola ad essermi venuta in mente prima di mettermi alla tastiera (considerando che non la uso e che, a dirla tutta, non sono nemmeno sicuro di poterla infilare in una normale conversazione senza fare una cacchiata, potrei usarla in “Avevo detto che Borriello avrebbe fatto una straccagliata di gol”. Sì, lo so, non c’è nella frase ma non avevo idea di come sottolineare che IO, il più grande conoscitore di cose calcistiche dopo Ennio dell’ex Poker d’assi, e qui cambio un altra volta discorso e aggiungo un punto, punto e virgola ed anche una parentesi aperta, vi ricordate il Poker D’Assi, il loschissimo locale a Cerveteri che descrissi tempo fa? Non esiste più. Adesso c’è un music pub. Che devo dirvi, evidentemente la magistratura italiana funziona meglio di quanto si creda. Chiudo parentesi. Ennio era l’equivalente della collezione delle figurine Panini dal 1958 ai giorni nostri, rose, formazioni, date di nascita, gol segnati e figli nascosti dei calciatori, sapeva tutto. Adesso, come metà degli avventori del sopracitato locale, gestisce un foprtunato banco delle tre carte a Rebibbia. Il tutto, e qui chiudo tutti i fili del discorso, per dire che IO ne so troppo di calcio. Ma non so usare “Pedissequamente”.

Dovrò accontentarmi.

Ho rimesso mano alla tastiera per mitigare una serie di sensi di colpa. Il primo, è verso gli sconosciuti che alzano il contatore del blog e non trovano nulla di nuovo da settembre, il secondo è verso Massimo, un amico libraio che ogni anno organizza un premio letterario incredibilmente piacevole (non ho idea di come briscola si faccia, quindi vi scrivo direttamente l’indirizzo http://www.libreriamax88.com/cartadannata/bando%20concorso%202011.doc) e che sto tradendo per un kindle. Il terzo me lo devo inventare adesso quindi datemi tempo per pensarci.

La cartella “bozze” ha all’interno 16 elementi, quello che riprenderò in mano prossimamente sarà “Come ho cambiato lavoro”, immediatamente seguito da “Il matrimonio di Dette” e dal sempreverde “Mia suocera non vuole più uccidermi, ha deciso che preferisce farmi soffrire”.

A presto. Davvero.

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Dicheno

8 Settembre 2010 3 commenti

Anno nuovo, vita nuova, lavori nuovi per entrambi i componenti adulti di casa, gatti esclusi. A tal proposito, con la ferma convinzione che laddove si mangia in quattro si mangia anche in cinque, ha fatto la sua comparsa in casa anche Zero (da Zero virgola per le mie figlie, perchè era piccolissimo quando è arrivato, Zero come Renatone nostro che tutto fa tutto canta e che se non ci fosse lui il mondo come lo conosciamo non esisterebbe, la luce stessa somiglierebbe alla sensazione che si ha quando hai un appuntamento con la tipa più bella del quartiere e lei si presenta con i cuginetti da portare al cinema, che se non ci fosse Renato il rosso sarebbe malva, l’azzurro sarebbe malva, il verde acceso sarebbe malva spento e il giallo sarebbe tendente al malva e prima o poi qualcuno mi spiegherà che cazzo di colore è sto malva nonostante mi dicano che le mie tende lo siano, che se non ci fosse Renato uno parchereggerebbe la macchina in divieto di sosta tanto saresti sicuro di trovarci la multa anche se fosse parcheggiata perfettamente, l’ultima frase era solo per far vedere quanti tempi verbali azzecco senza errori, grazie a Renato, naturalmente).

Mi sono perso.

Mi sono ritrovato.

Abbiamo sto caspita di gatto nuovo, io e la mia legittima consorte lavoriamo duramente per sfamare due figlie, una di 11 anni ma alta 1, 65 mt e l’altra che ne ha 6 ma che non sbaglia un congiuntivo manco a picchiarla e che, l’altra sera, mi ha detto “Quando hai sentito che Euronics ti stava assimilando?” e, vista la nostra reazione, ha addirittura osato “Cosa sono quegli sguardi sbigottiti?” Roba che io, sbigottito, l’ho usato solo per il 34 verticale di un Bartezzaghi.

Adesso è tardino, butto lì cose a caso: il mondo è bello perchè c’è Starcraft 2; secondo me, quest’anno, non solo Borriello fa una scataravaccata di gol ma che se poco poco succede, la Sensi si presenta sotto casa di Adriano con un container di birra e cinque sei strapponi/e per poter esercitare la clausola rescissoria di comportamento per smettere di pagare quel bolso; non ho mai visto in vita mia una puntata di x-factor, per colmo di sfiga ho visto, cercando di arrivare a Pokeritalia24, il pezzo del provino di un tizio assurdo che si chiama Buburuz, sputruz, gnufuz una roba del genere, e adesso ne sono assolutamente dipendente, nonostante la Tatangelo (sarà anche scorretto criticarla perchè è giovane, perchè ha un curriculum musicale più scarso di quello di Sbirulino, perchè ha sue gran belle pere finte ma tanto sta dove sta perchè si schioppa coso); i gommoni, dopo vent’anni che non si usano, si sgonfiano; la legna pesa e la terra è bassa; non ho più vent’anni e due rampe di scale fatte a tre a tre, si sentono al primo tre; ho visto uno dei film più assurdamente divertenti degli ultimi dieci anni.

Sonno.

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Marimbruttisco 2 – Poteva sembrare

23 Luglio 2010 Nessun commento

Quelli dentro lo yogurt scaduto, non erano i pezzettoni di pesca. Anche perchè era al caffè.

Promemoria per domani: quello che telefonicamente mia moglie mi chiede di fare, me lo devo scrivere da qualche parte. Stavolta davvero. Ecco, ad esempio mi aveva detto qualcosa a proposito delle piante ma niente, andato completamente, mi tornerà in mente.

Da qualche parte, sono sicuro che si nasconde una camicia pulita, sono pronto a giurarlo.

Chissenefrega della Mastercard, ruttare nel salotto di casa propria non ha prezzo.

La seconda serie di SOS Patata è decisamente migliore della prima.

Maledetto il giorno di chiusura delle rosticcerie.

Birra.

La moderna civiltà ha sicuramente compiuto passi da gigante con l’invenzione dell’Aulin, la scoperta dei neutrini e la nascita di Belen Rodriguez ma questa assurda convenzione che mi obbliga al cambio della biancheria, proprio non la capisco.

Ieri sera mi sono addormentato con la porta aperta. Stamattina nel posacenere del salone c’erano degli spiccioli ed il telefono del SERT di zona.

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Marimbruttisco

23 Luglio 2010 1 commento

Immaginate al mio fianco Piero Angela. No, di più, Charles Darwin. Ancora di più, il tizio che ha inventato la sottile allegoria “Ideona! Per vendere un rasoio per parti intime alle donne, faccio vedere una tizia che taglia una siepe” (Ovunque tu sia, qualunque lavoro tu faccia dopo essere stato licenziato a calci in culo dall’agenzia pubblicitaria per cui lavoravi, sappi che sei il punto massimo dell’evoluzione umana ma non sei stato capito, quando la terra sarà popolata solo da vermetti coprofagi o da plancton, quello sarà il tuo momento).

Non guardate verso di me, continuate a fissare il tizio.

Ora, mia moglie e le mie figlie sono partite per dieci giorni di meritate ferie. Da due giorni. Cosa vi fa venire in mente questo? Non guardate verso di me, non ancora, fatemici arrivare piano piano. Anche mio fratello è momentaneamente solo. Ieri è andato al mare, ha fatto beach volley, ha mangiato cocomero e riso e scherzato con gli amici nella ridente cornice del litorale laziale. Tornando a casa ha fatto la spesa: tagliata di carne, verdure e pomodori, due rosette, uova, frutta fresca e acqua naturale. Ha approfittato dell’assenza della moglie per buttare tutte le sue padelle e ricomprarne di nuove (le vecchie erano quelle, a suo dire, inadeguate alla cucina, fine fine, di alluminio ricoperto di antiaderente. Lui ha ricomprato, spacciandole per padelle, quelle che il mondo usa come fondamenta per un nuovo centro congressi, delle robe grosse, tonde e pesanti in ghisa, titanio e acciaio, con un mezzo ciocco al posto del manico di legno, indi, le ha usate per cuocere come nemmeno un Artusi avrebbe fatto, la tagliata di carne, scottare delle melanzane e ripassare una cosa che non so nemmeno come si scrive ma Vissani c’ha fatto un enciclopedia sopra. Dopo tutto questo, ha pulito la cucina, lavato i piatti (troppo pochi per metterli in lavastoviglie, li lavo a mano), rifatto il letto ed è andato a dormire con otto ore di sonno garantite davanti a se.

Adesso potete guardarmi. Sono quel mucchio di fango barbuto che rutta la marsigliese. Non quello pulito, quello con delle vecchie mutande incastonate nella pelle.

La mia spesa è stata due confezioni di cornetti Cerbiatto (puoi dimenticarli aperti anche per due settimane, nessuno se ne accorge, nemmeno loro) che, all’occorrenza, fungono anche da pane, una confezione famiglia di pizzottella del discount, maionese, birra, patatine, una busta di insalata confezionata (quella che resiste anche ad una guerra termonucleare, quella che, se finisci lo stucco, puoi usarla per pareggiare l’intonaco) e, ultimo ma non ultimo, il segno massimo dell’abbrutimento: il nescafè della Coop. Se c’è una cosa che odio la mattina, dopo tre quarti d’ora di meritato riposo, è mettermi a pulire la macchinetta del caffè da tutti i muschi e licheni che ci si soo formati intorno dall’ultima volta che mia moglie l’ha lavata. Nonono, quando sto da solo, nulla mi può togliere il maschio piacere di una roba che è pura polvere di caffeina aromatizzata la bitume.

Non mi faccio la barba, non mi lavo, non rifaccio il letto. Quest’anno, sapendolo, mia moglie, prima di partire, ha tolto le lenzuola dicendo “adesso sarai costretto a rifartelo e metterti lenzuola pulite”. Illusa. Il maschio italico, dopo una dura sessione di PokerItalia24, dorme ovunque ed in qualsiasi condizione, atmosferica e non. Inutile dire che odio la luce del mattino, quindi dormo tappato dentro la mia stanza come se fosse la sala di Tutankamon con la metà del letto che normalmente viene occupata dalla mia dolce signora, invasa da telecomandi, riviste di moto, fumetti, libri vari e vettovaglie che iniziano dai sopracitati cornetti cerbiatto fino alle confezioni di Cipsters alla paprika (sono da solo, mica vorrete togliermi la maschia soddisfazione del risveglio mattutino al suono delle trombe?). Probabilmente mi sono cambiato le mutande, ma non ci giurerei. Allo stesso modo, con assoluta certezza, posso affermare che la vetusta e superata convenzione che obbliga a camaboiare la tovaglia dopo un tot di pasti e conseguenti macchie, è una femminea cazzata. Devo mangiare a pranzo e cena? Devo pur sentirmi libero  di smollicare e condividere il mio pasto con ciò che mi circonda. Quindi che senso ha cambiare la tovaglia o anche semplicemente il piatto, le posate ed il bicchiere? La birra si beve dalla bottiglia (e quindi il bicchiere rimane pulito), il formaggio del discount non ha abbastanza sostanze naturali per considerarsi deperibile (la muffetta blu che si forma dopo una settimana è normale, è scritto nel bugiardino incluso nella confezione, e gli effetti collaterali non sono cose che ti impedirebbero di rimorchiare ad un toga party, quindi, l’Associazione Maschiale Italiana, approva e sottoscrive, se trovi una ragazza che non apprezza un aria emaciata, un colorito pallido ed un accenno di pancetta, significa che non è la ragazza giusta), quindi il bicchiere rimane pulito come appena uscito dalla fabbrica, e nulla pulisce meglio le posate come il tovagliolo a fine pasto. Quindi, a che pro sparecchiare?

Posso solo consigliare al marito in vacanza dei programmi culturali nati grazie alla commistione tra digitale terrestre e Sky. Inutile sottolineare che, rimanendo solo in casa, finalmente il televisore può ricordarsi dei canali compresi tra il 200 ed il 300 di Sky ma, impossibile non porre l’attenzione sulla vera liberalizzazione dell’etere, grazie alla quale abbiamo finalmente mandato a casa i due inutili e fastidiosi Angela e presi i VERI programmi culturali come SOS Patata e “Donne nude che fanno cose”.

In breve, sono tre gi0rni che non mangio qualcosa che sia anche lontanamente considerabile “sano”, dormo massimo due ore per notte, come entro in casa lancio come moderno discobolo tutti i miei indumenti (fossero stirati, e fossero doversi, si potrebbero considerare vestit, ma non lo sono) in giro per le varie stanze (almeno fino ad esaurimento mutande) e il massimo del pensiero profondo che ho regalato al mondo è stato “Bwaaarf! E’ ora di unaltra birretta).

Seguiranno aggiornamenti. A presto.

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Questione di feeling

31 Maggio 2010 Nessun commento

Negozio, interno giorno.

Uno splendido quarantenne, rifulgente del suo brizzolato clooneyano, vede entrare nel proprio negozio di elettrodomestici un problema. Una bruna, naturalmente.

Ella vorrebbe, poichè molteplici sono le vie del fato e nulla può darsi per scontato e quindi l’usar una forma verbale che non prevede la certezza è, questo di sicuro, l’unica via percorribile, ella vorrebbe, dicevo, acquistare un nuovo televisore. Le dimensioni, contraddicendo molte sue parisesso, non contano. Anzi, ne vorrebbe uno piccolo. Guarda te. Mi accingo quindi a illustrare le diverse caratteristiche dei modelli che gli mostro, uno permette l’inserimento di un magico adattatore in modo che la scheda mediaset premium (Ah! La birbante) non cada a peso morto all’interno dell’apparecchio stesso senza svolgere altresì la funzione a lei più consona, quella di trasformar criptate onde in viso e favella, anzichè essere, senza l’adattator di prima, solo scomodo sonaglin trastullo. Un altro ancora gode di grande fama, marchio prestigioso rappresenta e per questo, ahimè, prevede un balzello supplementare che poi non si trasforma in maggior meraviglia, anzi, piuttosto ne contraddistingue la schifezza. L’ultimo della serie fa aggrottar addirittura la fronte alla signora, le parole “alta definizione” mal vengono capite ed ella mi delizia di uno sguardo perso, visto solo ad alcune carpe nell’acquario. Ma ecco che ella sta per pronunciar parola, presto azzittommi, in modo da poter meglio venir incontro al suo desiderio e soddisfarlo tosto in cambio di sesterzio.

Guarda, nun me ne frega un cazzo de tutto quello che hai detto, ‘o vojo della Mivar, che è bòno

A questo punto, crolla tutta la poesia del momento. “Signora, sì, è vero, i televisori della Mivar erano buonissimi, il problema è che non ne fanno più, o meglio, quelli che ora fanno sono delle emerite schifezze che non hanno nulla a che fare con la vecchia qualità della Mivar”. Questo gli ho detto, ed ero più che pronto ad ascoltare i soliti racconti di fedeltà del vecchio televisore che fanno tutti, tutti con la loro personale esperienza di vita a fianco dell’inossidabile Mivar, fregio e vanto dell’italica produzione. Non ero pronto a quello che mi ha detto la signora che, giuro, riporto integralmente. Da qui in poi ha parlato solo lei, io reagivo solo con la mimica facciale, a farlo in Italia siamo rimasti io e la Busi.

No, io vojo er televisore della Mivar perchè è l’unico che davèro nun se rompe, pensa regazzì, nun s’è rotto manco quanno MI MARITO ME L’HA TIRATO DAR BALCONE”

E qui, miei piccoli amici, la mimica facciale ha fatto tutto, da inorridito nascosto (ti passano un infante che ha appena vomitato, tesoro santo lui, che ancora gocciola e sai benissimo che non ha finito, il nanerottolo se ne è sicuramente tenuto ancora un pò da parte per quando ti veniva passato), a sorpreso ma non troppo (attraversi la strada sotto la pioggia e vieni travolto da uno tsunami prodotto da una Golf, sempre loro, in transito che non poteva per nessuna ragione al mondo evitare quella pozzanghera), fino al sempreverde sanamente sconvolto (prima volta della suocera in costume). La signora, naturalmente, ha preso il tutto come un incitamento a proseguire il racconto.

Sì, ma è stata colpa mia. Io, pè fallo ingelosì, me sò messa a fa la scema cor vicino, mica gnente de che, volevo vedè de fallo ‘ncazzà n’pochetto, giusto pe ridaje un pò de pepe che lo vedevo giù. Er problema è che er pepe l’ha ripreso ma l’ha ripreso pè dajelo a Bice che abbita ar terzo piano e che dar quinto in giù se l’è fatti tutti, je mancava solo mi marito alla collezione. Ma mica se semo incazzati pe questo, che me frega, Bice oltretutto è tanto simpatica, se famo certe chiacchierate (adesso viene una parte che riporto, giurin giuretta, in maniera letterale, lei non aveva nessuna malizia nel dirla e non voleva sottindere nessun doppio senso, anche se inevitabile), se famo certe chiacchierate io e Bice, piacevoli, lei sa i cazzi de tutti (sicuro quelli dal quinto piano in giù, direi) e lavasse du panni insieme fa piacere. No, quello che m’ha fatto davvero incazzà è che er giorno daa riunione de condominio, lui è uscito pe annacce e invece è annato a scopà co Bice. Sto stronzo nun ha votato e mò ce tocca pagà 4mila euro de lavori che manco me ne frega gnente! Quanno è tornato, me sò incazzata, ma così tanto che jo tirato i piatti, lui s’è incazzato ancora de ppiù qperchè erano quelli der corredo de pòra nonna e mè toccato scappà de fora. Corèvo e corèvo, lui è annato sur balcone e m’ha tirato quello che je capitato sotto mano. Er televisore.”

Io ero stravolto, ma dovevo ancora aspettare la chicca.

Vabbè nun s’è rotto perchè in realtà m’ha preso sulla spalla e ha attutito, però erano proprio bòni i televisori de na vorta, ste sottilette se romperebbero pure se mi pijasse!”

 

Il televisore, alla fine, l’ha comprato. Chiedendo se esistevano delle custodie di gomma tipo quelle per i telefonini.

Non esistono? Beh, ce dovrebbero pensà a falle, io me la comprerei!”

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Cose importanti

11 Maggio 2010 1 commento

Mi sveglia l’odore del caffè, queste macchinette che puoi impostare la sera prima per trovare il caffè pronto al risveglio sono l’invenzione del secolo, almeno per quelle come me che hanno decisamente bisogno di tempo. Io, tutte le mattine, ho bisogno di almeno quindici giorni di tempo per riprendermi.

Mi stiracchio, scoprendo così di avere muscoli dei quali sospettavo l’esistenza ma che rifiutavo di accettare, dolori in posti che fanno male per natura e che di solito tacito con docce di Aulin.

Questo è il momento che preferisco della giornata: quei tre, quattro minuti che so di non avere ma che mi concedo lo stesso con la scusa di averne bisogno per non aggravare i vari doloretti che sento, ben sapendo che mi sto mentendo spudoratamente. E lo faccio anche male. Apposta. Perchè non dovrei pensare di essere una stronza? Le colleghe me lo dicono alle spalle, gli uomini che frequento lo sussurrano quando me ne vado e quelli che non frequento lo fanno, beh, gli uomini lo fanno sempre.

Giallo. Stavolta il soffitto lo dipingo di giallo. Voglio vedere se mi illuderò di svegliarmi al sole, una volta tanto, qui piove sempre e se non fossi abitudinaria mi sarei trasferita da tempo. Prima o poi mi toccherà farlo? E perchè cara mia, ogni giorno se ne sentono e corrono sempre e cercano e girano ma tanto non riescono mai a fare nulla. Sto sulla piazza da parecchio tempo, leggo i giornali, guardo tutti i tg, mi informo e non mi sembra proprio ci sia nulla di cui preoccuparsi. Il quartiere non è dei più raccomandabili ma io mi ci sento come un uccellino nel nido, pigolo piano piano in attesa che mi portino un verme. A volte, vabbè, spesso, li trovo da sola.

Come questo scemo immobile qui a fianco.

A volte mi chiedo se siano proprio tutti così scemi, se pensano davvero di essere loro a scegliere. Come se noi ragazze cadessimo ai loro piedi in virtù delle loro oscene chiacchiere, battute ridicole, palesi bugie su case, auto, gioielli o, peggio, dimensioni e durata. Ma fatemi il piacere. Decidiamo noi, decido io. Il brutto è che il più delle volte siamo costrette a scegliere per il meno peggio e non certo per quegli splendidi esemplari che vi credete di essere. Sappiamo cosa volete e sappiamo altrettanto bene che non vi interessa altro che aggiungere una tacca al manico del vostro fucile. A volte, fuciletto. Vabbè, l’avevo detto di essere una stronza, cosa volete? Ma una ragazza ha le sue esigenze.

Adesso basta, è decisamente arrivato il momento di alzarsi, mettersi qualcosa addosso ed iniziare a lavorare. Il sangue dalle pareti non si pulirà da solo e questo essere non si trasformerà in liquame senza un notevole intervento, e conseguente fatica, da parte mia. Che palle.

Prima il caffè, però, che si fredda.

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