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Quelle giornate un po’ così

12 Luglio 2013 Nessun commento

Bene o male, ci si conosce.
Chi più, chi meno, chi praticamente per niente. Ma ci si conosce.
Quindi, a lume di naso, sapete che non dovete mai mangiare un piatto cucinato da me e, preferibilmente, non farmi guidare. A Roma.
Mi perdo.
E mi incazzo.
Non sono una diretta conseguenza dell’altra cosa, anzi, se mi perdo sticazzi, prima o poi torno in uno dei cinque, massimo sei, posti di Roma che ricordo bene e dai quali so ritornare a casa senza problemi. Basta solo girare finchè non si trovano.
No.
Chiedere indicazioni non è mai un opzione. Dal chiedere un indicazione a tingersi i capelli di rosa ed insistere perchè tutti ti chiamino Wanda, il passo è drammaticamente breve.
Ma, strano a dirsi, sto divagando.
I fatti.

Ieri sera, concerto di Springsteen.
Un fiume di gente, tra loro, io e Battista. Serata eccezionale, continuata in una nottata meravigliosa, terminata in una mattinata splendida. Unico problema, il fetente doveva tornare a casa subito quindi alle 8 del mattino eravamo già in aeroporto.
Tralascio il discorso di come si sia sia simili io e lui, per dirne una, Battista al primo controllo dell’aeroporto, prende la fila riservata a quelli che devono andare in Israele. Per chi non lo conoscesse, Battista ha più la faccia di uno che vedesti con una molotov in mano al confine palestinese che al bancone di un banco preziosi. Lo fermano, lo sollevano da sotto le ascelle e lo girano agitandolo per fargli uscire in sicurezza le cose dalle tasche.
Comunque.
Approfitto della giornata libera e prendo appuntamento per la terza volta, dicono essere la migliore, all’Apple store per cambiare quel costosissimo barattolo che mi ostino a definire cellulare.
La volta precedente, una stronza con poca voglia di lavorare (definizione che comprende chiunque non faccia andare le cose come voglio) non me lo cambiò adducendo motivazioni plausibili.
Cara ti amo.
Tanto lo avete pensato, confessate.

Oggi arrivo carico ma carico.
MI sono fatto in testa centinaia di film ipotizzando tutti i possibili scenari, da quelli che chiedevo di parlare con un responsabile a quelli che finivano come nemmeno Django avrebbe avuto il coraggio di.
Pronto.
Incazzato.
Deciso.
Arrivo. Mi presento. Mi chiedono di aspettare. Aspetto. MI chiamano. Mi tendono una mano. La afferro.

E

Diamine.
Sulla inevitabile polo azzurra c’è una cosa appesa al collo con scritto “Farò diventare un Iphone il TUO Iphone”, ma non è quello, sotto ancora c’è il nome.
Rossella.
Cavolo. Un’altra donna.
Ok, lo hai previsto, puoi sempre incazzarti, hanno voluto l’assurda parità dei sessi quando è palese che comandano loro, dai dai dai puoi farcela.
No.
Non posso.
Va bene gli Apple store sono la mecca degli strani, li prendono apposta, puoi non sapere un cazzo di come funzioni un Ipad o ignori dve diamine sia Cupertino ma se sei coperto di tatuaggi, hai i capelli che nemmeno Neymar e una catena da motorino al posto dei piercing, sei assunto.
Rossella ha i piercing.
E va bene.
Rossella ha duemila tatuaggi.
E va benissimo.
Rossella è completamente calva con la capoccia a boccia.
E va meravigliosamente.
Ma.
Rossella ha una combinazione occhi/sorriso come poche altre volte avevi visto in vita.
Ma roba che se la paracadutassero nella striscia di Gaza e gli raccontassero una barzelletta, Rossella risolverebbe i problemi del medio oriente in una manciata di minuti.
E vabbè. Mi rassegno al non poter far nulla. Già che ci sono, espongo comunque il problema.
E lei “Nessun problema, dalla diagnostica vedo che va tutto bene ma se mi dici che hai problemi con questo terminale, io mi sento più tranquilla a cambiartelo. Va tutto bene?”
Non riesco ad articolare suoni coerenti.
SI alza prima che io possa blaterare qualcosa di simile al canto che i Klingon intonano dopo una bevuta e torna con il mio nuovo telefono.

Però.

Faccio un giro.
Compro cose.
Risalgo in macchina.

Non mi è proprio proprio chiaro dove debba andare per ritornare a casa ma vado. Ho un pomeriggio davanti, prima o poi, Cerveteri la becco. Poi devo solo prendere il raccordo.
Accendo la radio.
Onda verde e cis viaggiare informati.
“Si segnalano lunghe code su Via Tiburtina in direzione interna”
E chissenefrega non ce lo vogliamo mettere? Che me frega della Tiburtina. Noi c’avemo Tottigò.
Cambio stazione.
“Aò a chicchi, nun lo so che c’avete da fà oggi ma lasciate perde la Tiburtina che è na Cambogia, na cosa che le macchine stanno a castello”
Aridanghete, peccato per i tiburtinesi, tiburtiniani, per i tiburtensi ma, in finale, sticazzi.
Radio Due, magari becco ancora 610.
“Attenzione, Attenzione. Mettete sacchi di sabbia vicino alla finestra come fosse il nuovo anno, o abitanti della tiburtina, non uscite di casa se non strettamente necessario, bevete mlti liquidi, sparate solo quando vedete il bianco dei loro occhi ma NON prendete la Tiburtina”
Mò avete proprio rotto il cazzo. Ma manco so dò sta la Tiburtina, me sa che manco l’ho mai cercata su google, a dilla tutta, me sa che manco esiste, forse attraversa il Molise, tiè.

Ma.
Bisogna fare sempre i conti con chi siamo veramente.
E io sò io.
Macchina me te perdo. Strada nun te conosco. Roma te attraverso.
Mi faccio sfilare a lato due, e dico due, uscite comode comode per il raccordo perchè sto beatamente pensando ai cacchi miei, proseguo bello come il sole mettendo anche un coattissimo gomito fuori dal finestrino.
Quando lui.
Appare.
In tutto il suo terrorizzante splendore.

TIBURTINA 300mt.

Io sono una persona calma. Molto calma. Ma avevo ancora l’incazzatura montata dal mancato sfogo per colpa di Rossella che si è dimostrata caruccia e cambiotelefonante.
Insomma, per farla breve, ho iniziato ad essere nervosetto.
Poco.
Il giusto.

Passa mezz’ora di avanzamenti lentissimi.
Al solito, ci sono sempre le teste di cazzo che cambiano corsia convinte che l’altra sia quella più scorrevole. E, per farlo, tagliano la strada in maniera stronzissima.
Una volta.
Due volte.
Cinque volte.
N alla X per diciotto volte.
Alla fine, ti rompi lievemente il cazzo.
Io non sono tipo da cric.
Sono calmo. L’ho già detto? Bene ribadirlo.
Alla terza volta che lo stesso stronzo davanti rischia di ammazzarci, metto una mirabolante unione mano tesa nell’universale gesto della scarsa propensione alla castità e morigeratezza della di lui signora, condito da un universale grido di vittoria riconducibile al vaffanculo.
Ci fermiamo di nuovo. Tutti.
Quello davanti apre la portiera.
Scende.
Cazzo.
Ora, non è contemplabile il rimanere in macchina. Da sempre, strategia e Lao Tzu insegnano che la posizione migliore è quella dall’alto. Se lui si avvicina ed io resto in macchina, sono più basso e lui è in vantaggio.
Scendo pure io.
Tocca.
QUesto è grosso. Ma grosso. Aiutatemi a dire grosso. Grosso e gonfio palestra che lo vedi e dici questo non mangia un carboidrato da prima che li inventassero, ha braccia gonfie e larghe sui fianchi che oscillano, che pensi se questo deve grattarsi la testa deve chiamare la mamma a farsi aiutare che da solo non può farcela.
Solo che attaccargli i pidocchi è una strategia troppo a lungo termine perchè possa essere utile nello specifico, quindi la scarto.
Inizia lui.
Poi continuo io.
Quindi insieme.
Ci scambiamo reciproche immagini di come ad entrambi piaccia prenderlo nel sedere e di come i ripettivi antenati ci avessero instradato verso quella via, man mano che andiamo avanti allarghiamo il discorso alle seste generazioni, continuiamo garantendo all’altro che il calore che trova sul materasso quando si corica non è dovuto allo scaldasonno ma al fatto che ne siamo appena discesi, così come anche quella spiacevole senzsazione di umidiccio.
Poi.
D’improvviso.
Mi mette una mano sulla spalla e spinge.
Porca troia.
Arbitro, c’è stato contatto, non può non aver visto.
Ma nessuno fischia.
E siamo ancora fermi.
E qui un bel “cazzo”, ci sta bene.
A questo punto, ci sono due cose da fare, una giusta e una sbagliata.
Che te lo dico a fare.
Entro in modalità Harry Stemper.
“Nun ce riprovà”
Vabbè, Harry Stemper aveva parenti alla Garbatella, e allora?
Ora, avevo detto che era grosso. Grosso, inevitabilmente, significa anche lento.
E questo era parecchio grosso.
Io non sono un fulmine d’area, se mi conoscete lo sapete.
Carica un cazzotto.
Aggrotto le sopracciglia pensando “ma che, davèro davèro?”

Parentesi.
Ho già detto quanto io sia calmo.
Io, poi, non faccio a botte dal lontano ’81. Credo.
E ne vado anche abbastanza fiero, tra l’altro.
Meno che meno sono un tipo da cric.
Però.
Vabbè, ognuno mette quello che ha, su, facciamola finita.

Vedo il pugno di questo tizio avvicinarsi leeeeeeeento.
Schivo.
Lui ci rimane male. Sto quasi per chiedergli scusa. Prometto di non farlo più.
Lui ci riprova.
Gira addirittura la spalla, vuole fare le cose per bene.
Il problema è che io, mentre lui fa tutto questo, faccio in tempo ad andare da Saturn a prendere una macchinetta del caffè in offerta, in ferramenta a comprare 20 km di prolunga, attaccarla a casa del tizio, tornare, prendere un caffè, grattare due gratta e vinci e smadonnare per non aver vinto.
Mi abbasso.
Swoooosh.
Avevo promesso che non lo avrei rifatto, è vero.
Scusa.
Lo guardo. L’idea di stringere io un pugno e darglielo, non mi è venuta in testa nemmeno adesso, figuriamoci allora. No. Io faccio quello che so fare e che sono bravo a fare.
Faccio il cazzone.

Sguardo leggermente abbassato. Bocca aperta. Non so che espressione ho ma io non farei paura nemmeno a Peppa Pig, quindi non credo sia credibile.
Non so da dove ma arrivano queste parole.

“I primi due te li ho fatti dare gratis. Occhio che il terzo lo paghi”

Sta faccia deve fà er cinema.

Coso grosso ce pensa.
Poi si allontana sfanculandomi in tutte le lingue conosciute e sconosciute. Risale in macchina.
Ancora fermi.
Risalgo anche io.
Tump.
Tump.
Tump.
Anvedi, era da un pò che nun sentivo er còre.

Casa.
Basta Apple Store.
Fanno male.

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Quello che conta è Stile

16 Novembre 2012 Nessun commento

Mica lo dico solo io, lo cantavano gli Africa Unite, che prima di mettersi a fare gli imbecilli con Giuliano Palma, erano un signor gruppo.

A farsi male sono capaci tutti. Scivoli su una buccia di banana, caschi da una scala mentre attacchi il poster di “Rocco adesso ne ha davvero per tutte – La clonazione”, batti la testa mentre, maschialmente, pensi se quella che hai visto passare fosse una terza coppa c o potesse essere omologata come una quarta, ascolti la radio in macchina ed al passaggio di “Hells Bells” non puoi fare a meno di ricordare quando avevi i capelli lunghi e potevi agitarli davvero e, nel mentre, una povera vecchina attraversava sulle strisce dopo aver fatto la spesa per i suoi piccoli gattini malati (lei è il loro unico sostentamento da quando ha chiuso l’orfanotrofio dove lavorava e dove erano l’unico conforto degli ospiti) e non puoi fare a meno di stirarla, purtroppo, nel farlo, batti leggermente la testa sul vetro.

Capita.

Io no.

Io passo attraverso il filo spinato, abbatto a testate i ponteggi, tento (prima o poi ci riuscirò) di abbattere a pugni un muro colpevole di avermi guardato storto una volta di troppo, volo con la moto perchè un imbecille fa inversione e mi prende, finisco sotto una macchina parcheggiata, mi rialzo sanamente incazzato pensando “ne resterà uno solo” salvo scoprire che stanno tutti intorno al settantenne investitore, cardiopatico, che sta per stirare le zampe (non è carino esprimersi così nei confronti un vecchio stronzo, è vero, ma avevo avuto un repentino cambio d’orizzonte, e senza funghetti stavolta, passando dalla placida visione di Via Baldo degli Ubaldi alla coppa dell’olio di una Fiesta, magari ero anche un pò, come dire, thensortenn, come dicono i norvegesi quando gli frana l’igloo).

Adesso, nella lista posso mettere di essermi fatto male con la PALLAVOLO.

Mi faccio senso, orrore e raccapriccio da solo.

La pallavolo.

Non uno sport, non una attività fisica, una “cosa” solo leggermente più nobile e socialmente rilevante del Dungeons and Dragons, molto meglio del Burraco (lì ci vuole poco, anche “sputa più lontano dal traghetto controvento” è meglio del Burraco, anche “schiscio del brufolo” è meglio del Burraco, financo “quanti fagioli ci sono dentro il bidone del latte” è meglio del Burraco) ma degradante dal punto di vista della maschialità che, come ben sappiamo, viene umiliata e degradata nello svoglimento di tale “cosa”.

Refrattario all’impedimento del contatto fisico dovuto a gladiatoria rete separatoria dei campi di giuoco, insisto nel procurare giusto danno all’avversario sotto rete. Più volte sanzionato da antennuto arbitro per colpo sotto la cintura, decido che il pestone in ricaduta da muro possa essere scambiato per involontario.

L’esser poco avvezzo a simile infima lotta segna il risultato: l’avversario, nella fattispecie mio fratello, nulla risente. Io non riesco a poggiare il piede a terra.

Questa la scena che si presenta agli occhi.

Premessa: al precedente allenamento un abituale frequentatore degli allenamenti (definirlo compagno di squadra è effettivamente improprio, non ci sono compagni, non ci sono fratelli, ci sono solo avversari) si fa male ricadendo a terra. Si avvia verso la panchina autodiagnosticandosi grazie a supervista a raggi TAC, la rottura del tendine d’achille. Tale figuro ha detto in tre anni parole in nuero di tre ed esse sono “Vaffanculo”, “Siete una squadra di merda”, “Mortacci de Pippo me sa che le cozze nun erano bbone me sta a venì lo squaqquarone”.

Ebben, nello stesso tempo in cui i meccanici Ferrari effettuano un cambio gomme esso ha intorno a sè il meglio che possiamo offrire, due infermiere, una farmacista, un tecnico di laboratorio e anche un nutrizionista a consigliarlo (il nutrizionista dice “mangia più fibre. Sò 60 euro”), viene accudito, coccolato, massaggiato, gli viene lavata la macchina, pagato il canone Rai, pisciato il cane. Ad un successivo chiarimento “ma io non ho il cane”, gliene viene acquistato uno e pisciato a ripetizione.

(Lo so che non si dice così, ma la frase “scendimi il cane che lo piscio” è una degli esempi di enorme umorismo involontario che rende l’italico paese il più bello del mondo).

Mi faccio male io.

Nel deserto dei Gobi, a ferragosto, cè più gente che chiacchiera.

La farmacista non c’è e va bene, l’infermiera va verso la bottiglia d’acqua, se la beve, chiama casa, si rifà le unghie, porta fuori il cane del tizio, sbadiglia e POI viene verso di me e mi dice “ma te voi riarzà che nun potemo finì la partita sennò?”. Si avvicina anche il nutrizionista “mangia più fibre. Sò 100 euro”.

Stamattina sono andato al centro di primo soccorso e a fare le lastre.

Vi risparmio lo “sticazzi”, non ve lo dico che mi hanno detto.

E non vi presto più i miei soldatini.

E non vi ci parlo più.

Ecco.

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Una sola, ne abbiamo una sola.

12 Settembre 2012 2 commenti

Non siamo andati in ferie. Un simpatico controllo dell’agenzia delle entrate ci ha chiesto, con la delicatezza che li contraddistingue, di dargli 1300 euro a fronte di una
sanzione PAGATA ma con una cifra sbagliata di 20 euro. Questo, a quanto pare, invalida il pagamento effettuato e fa sì che io debba pagare una multa, gli interessi, il ravvedimento tardivo, la luce del mio vicino, il conto della Coop di due miei clienti e metà del debito dello Spuzuziland.

Questo, cara la mia fottuta Agenzia dell Entrate (risparmio ogni tipo possibile di battuta, scontata, su quello che dovrebbe entrarvi davvero e da dove dovrebbe farlo) ha scatenato la fine stessa della mia vita. Parole che MAI dovrebbero essere pronunciate hanno raggiunto le mie orecchie

Visto che rimani a casa, facciamo tutti queli lavori che RIMANDI da tempo”

Ma ci sarà una buona ragione se li rimando? Chi ti ha detto che quelle siano macchie di unto sulla parete? E’ arte contemporanea! Le ho viste uguali uguali su AD a casa Clooney! E noi siamo meno
chic di uno che si faceva ala Canalis? Suvvia!

Ma sto divagando.

Uno di questi compiti era quello di spostare una smisurata quantità di legna da un punto A ad una ordinata catasta al punto B (il mio vicino di casa riesce a mettere i tronchi in ordine alfabetico, la mia catasta somiglia più a un bolo intestinale che altro). Posso assicurare che mettere a dimora 55 quintali di legna, non è piacevole. Lo faccio perchè va fatto, perch’è è giusto farlo, perchè non posso lasciarli lì che si bagnerebbe e logica vuole che tutto abbia un ordine nella vita.

Ma non siate cretini, certo che lo faccio perchè costretto, che cazzo, per me poteva anche diventare fossile lì dov’era qulla maledetta legna!

Comunque. Sono a metà dell’opera quando intravedo mia madre. Saluto, come ogni bravo figlio fa. Lei non risponde
al saluto. Peggio. Si siede.

Emmò sò cazzi.

Sospira.

Sono stracazzi imperiali. Sospira e batte le mani sulle ginocchia mentre scuote la testa.

Sono quello che ha dato del coglione a Darth Veder, sono Woody Allen che urla “negracci” ad Harlem, sono quel cretino che tanti anni fa cercò di scippare Patrizio Oliva, sono vestito con una tunica nera, agito uno spadone e difronte a me c’è Indiana Jones. In questa situazione chiunque, CHIUNQUE, sa che c’è solo UNA cosa da evitare, UNA cosa non bisogna ASSOLUTAMENTE dire. Naturalmente, la dico:

Che c’è mà?”

E lei mi guarda e allarga le braccia come se dopo vent’anni di studi non sapessi ripetere la tabellina del 3 o come avessi appena sputato in chiesa. Un espressione tipo “cazzo, me lo chiedi pure? MI sembra talmente evidente che è un affronto all’intelligenza delle papere scureggione chiedere “che c’è”, ma io potevo crescerne solo uno di figlio sveglio, per fortuna Nostro Signore mi ha regalato il dono di avere tuo fratello e punito severamente dopo con te”. Mamma è molto espressiva, faceva teatro da giovane.

“Ho appena fatto un giro di telefonate”. E aspetta. Aspetta ancora. Guardate che mamma quando ci smette è tenace, continua ad aspettare. Che uno dice “cazzo ti aspetti, ti ho chiesto “che c’è” da adesso sei autorizzata a riempirmi la testa di cazzate, possibile che vuoi tutta la manfrina? E vabbè.

Chi hai chiamato, mà? Che ti hanno detto? Come gli hai risposto? Ecco, te le ho fatte tutte le domande di rito, scegli tu l’ordine e attacca, sù, che c’ho da fà”

E’ leggermente spazientita ma nulla potrà fermarla. “Ho parlato con Loretta”

E?”

“Giovanni ha una massa alla prostata”

“Minchia

“Beh, di quello si parla”
Mamma ha sempre avuto un umorismo nero da applauso. Da bambini avevamo un gatto, giocavamo in cortile, quella stupida palla di pelo seguì una ancor più stupida ma inconsapevole pallina da tennis fino alla strada ed una macchina lo prese sotto. Noi corremmo verso mamma a chiedere “Mamma, è morto?”, ci rispose “No, come arte contemporanea vivrà per sempre”. Mamma.

“Poi ho chiamato Alessandra in Sicilia, gli è morta la sorella”

cazzo, mi dispiace

“Quando ho messo giù ha squillato il telefono ed era zia Giuliana”

Che voleva?”

“Niente, chiedeva se poteva venire a seppellire il cane qui da noi che ha avuto un incontro ravvicinato con un SUV”

Cazzo mamma, che te ridi?” dico, ma rido pure io.

“Eh, mica è finita” – adesso sghignazza senza tregua o remore – “Mi sono detta, vista la bella giornata, sentiamo un pò di gente che non sento da un pò. Allora, degli zii in Toscana ne sono rimasti due, e comunque, considerando che zio Adolfo c’ha 98 anni, mi sa che st’altra primavera potremo usare il singolare. Marina a Nola è ricoverata e non sanno ancora che c’ha, il figlio entra in comunità tra due
mesi e la figlia sta con un animabestia”

Punkabbestia

“Quello che è. Non abbiamo più nessun parente in Uruguay e zia Giovanna è morta due anni fa”

Na strage. Sicura che non c’è altro, non è che ti tieni qualcosa per te?”

“Beh, se mai avessi avuto voglia di tornare nella vecchia strada dove abitavamo, io non conterei troppo sul ritrovare i vecchi amici. Ti do un indizio, non tutti se ne sono andati
cambiando casa”

E ride ormai senza il minimo
ritegno. Chiude con una frase che risponde all’eterna domanda “perchè, quando superano i sessanta, non li chiudiamo negli ospizi?”

“Vuoi che senta come sta tua suocera?”

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Anvedi

29 Luglio 2012 Nessun commento

Ammazza come passa il tempo. Sono stato via per diversi motivi.

1. Ansia da prestazione, e quando ti siedi alla tastiera non c’è chimica che ti possa aiutare. Legale, almeno.

2. Mi hanno rapito gli alieni. In caso, portatevi un maglioncino che lassù fa umido.

3. Ho ammazzato mia suocera e sono stato in galera, mi chiamavano Incisivo, perchè ero sempre contento.

4. Sono schiavo delle mode, ho seguito per alcuni mesi un corso intensivo di cucina di Gordon Ramsey: continuo a non saper fare nemmeno un uovo al tegamino ma so dire “stronzo fottuto” anche in   Swahili.

5. Ho coronato un sogno che nutro da bambino, imparare a suonare uno strumento. Suono la chitarra come Pete Townsend. A fine concerto.

6. Sono stato via per ritrovare me stesso. Ero nel primo cassetto del comò.

7. Ho seguito un corso intensivo di pallavolo. La mia vita, ora, è consacrata alla pallavolo. Continuo a non fare sport.

8. Esco adesso da sei mesi di coma. Sono perfetto come compagno di Burraco.

9. Mi sono dovuto disintossicare. Non trovo più le Saila Menta e le Tic Tac non sono certo la stessa cosa.

10. La famiglia si è allargata, adesso abbiamo anche due nuovi gatti di razza pura in maniera inaudita e capiscono solo il francese, se non gli dici le cose con la giusta intonazione te la fanno sui tappeti e non è carino.

 

A presto

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Una settimana, un giorno

9 Aprile 2012 Nessun commento

Lavoro in un negozio di elettrodomestici.

Qualche anno fa, ero il megatitolare indiscusso e reggente delle anime, master blaster del registratore di cassa, Ducaconte delle lavatrici, imperatore dei televisori e padrone del mio destino. Ora non più. Nel lontano 2010, un colosso dei megastore dell’elettronica decide di aprire un negozione in un paese drammaticamente vicino al mio, tanto per rendere l’idea della prorporzione, la cubatura di tutto il mio negozio è grande quanto lo spazio che loro dedicano alle radio fatte a forma di spazzolone del cesso. Dalla mia ho venti anni d’esperienza ed una clientela affezionata, in breve, sono spacciato. Già vedo le mie figlie ridotte alla fame ed io a cercare di allontanare i morsi gelidi del freddo bruciando i mobili di casa quando il megadirettore galattico del meganegozione parcheggia uno dei piani della sua macchina davanti al mio negozio. Telefono a mia moglie implorandola di sacrificare mio fratello e farne tartine da offrire o, in seconda istanza, arrosto al forno come secondo piatto. Egli entra dalla porta senza aprirla, attraversandola, preceduto da stormi di cherubini che non smetteranno nemmeno un attimo di svolazzarci attorno fintanto che parliamo. Uno dei suoi arcangeli mi fa inginocchiare e l’altro elenca brevemente le sofferenze che mi aspettano se oserò semplicemente pensare qualcosa di sconveniente. Solo allora sollevano il telo di lino che copriva il suo diafano volto e la luce inonda, satura tutto il visibile. Finalmente, egli parla.

A regazzì, te domani ai da chiude sto covo de bacarozzi e vieni da lavorà ar negozio nòvo mio che quelli coooo assunto c’hanno er cotone ar culo e nun capischeno un beneamato cazzo, te dico domani perchè sò bbono e perchè me dispiace de dà lo sfratto a tutte le purci che abbiteno qui dentro, er problema mio è de esse troppo magnanimo, alimortacci tua che posto demmerda“, e santifica il mio negozio con uno sputo/reliquia.

Da quasi due anni lavoro nel meganegozio. Cosa è cambiato? Poco o niente. I primi mesi andava tutto meravigliosamente (Fanculo la partita IVA! Commercialista, puppami la fava! Scusi, come dice, le scadenze di fine mese, ecco, le prenda e se le infili dove sa), poi, però, è tornato tutto come prima perchè se per vent’anni sei stato il padrone di te stesso, è difficile non continuare a ragionare così, quindi ti fai problemi che non dovresti farti e ti addossi le preoccupazioni che non ti spettano. Certo, alcuni indubbi vantaggi ci sono, specialmente col rapporto con la clientela. Prima, era un camminare continuo sulle uova, le persone che ntravano in negozio te le dovevi tenere buone e blandire e coccolare e se anche ti tiravano fuori un vaffanculo con le tenaglie, prima di farlo uscire fuori dovevi lottare contro tutte le truppe di Mordor perchè un cliente sfanculato è un cliente perso. Adesso, considerando la mole di lavoro decisamente diversa, beh, qualche piccola soddisfazione uno se la può togliere…

Entrano i signori Strombazzi (al vecchio negozio chidevano lo sconto anche sui calendari in omaggio, in pratica volevano dei soldi per prenderli) che miportano una piastra per capelli talmente vecchia da essere stata usata anche per batterci i chiodi del Titanic “E’ normale che non si chiuda bene?” “Certo! Sono tutte così!” (In effetti è vero, quelle rotte sono tutte così), i coniugi Strombaloni (che si sono fatti cambiare la lavatrice tre volte fino a trovare quella con i colori del quadrante giusti per il loro bagno) comprano un frigorifero Bosch che costa uno sbrucculione ed erano indecisi tra quello ed uno di marca Smerdaflux “Signora, ma vuole mettere, questi sono tedeschi costruiscono con acciaio nelle miniere dei nani, questo non si rompe nemmeno se lo tira giù dal balcone!” (Frigo Made in Turkey che, a meno di annessioni dell’ultim’ora, non è germanica), i segretari della locale scuola media (prima di pagare una qualsiasi cacchiata facevano passare delle ere geologiche) acquistano piano cottura e forno da incasso e gli piazzo l’esposto invece di ordinargliene uno imballato perchè devo svecchiare la mostra “Sono gli ultimi due disponibili in tutta europa, dovevo scegliere se darli a voi o all’istituto “beato orfanotrofio dei bimbi disgraziati e poverelli senza pasti caldi da una vita” ma li dò a voi perchè mi state simpatici”, la signorina Temburini (74 anni la prossima primavera, con l’acquisto di un decoder digitale si è fatta sistemare, gratis, il rubinetto del bagno, sintonizzare tutte le radio a galena che aveva in casa su Radio Maria e spostare l’armadio del salone in camera da letto dove, ommioddio ommioddio, si era anche spiaggiata con occhio sornione) dopo aver acquistato un televisore ad un prezzo esageratamente alto, chiede l’intervento a casa per lo spostamento di Teleroma 56 su un canale diverso del 56, le viene gentilmente risposto “certamente, sono 50 euro, anticipate, per l’intervento, rilascio regolare fattura, come faceva lei da ragazzetta, del resto”.

Piccole soddisfazioni, magari sarò anche stronzo, ma vivo meglio.

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Italiano, amico, Sofia Loren, pizza, mandolino

1 Aprile 2012 1 commento

E’ un caso? Cazzarola, certo che è un caso.

I fatti, gli antefatti e gli strafatti. In un angolino della finestra di questo sito c’è una simpatica mappa del mondo con un sacco di pallini rossi, quei pallini siete voi. Non cominciate a fare ciao ciao con la manina che giro i vostri ip al blog degli operatori di call center che lavorano solo all’ora di pranzo, dovete sempre farvi riconoscere. Dicevo, cliccandoci sopra il simpatico gadget installato dall’amico Battista, vi dice da dove sono partiti gli ultimi dieci accessi al blog. Bene. Una settimanata fa appare un puntino rosso (che c’è ancora) da una porzione di globo terracqueo anomala, BAGHDAD. Per carità, nessun problema, qui siamo tutti amici e non so se ho mai ricordato quanto fossi un grande fan di Madjer, il tacco di Allah, comunque, il problema nasce quando IL GIORNO DOPO compare un altro pallino da un’altra parte di globo anomala (insomma, magari io sarò provinciale, ma mi stupisco anche quando quei pallini si accendono a Poggibonsi, che io mi chiedo ma chi ci conosco a Poggibonsi che se me lo chiedi a bruciapelo non so nemmeno dove cappero sia, se esiste o se è una cosa tipo la kamchatka del risiko che hai voglia a dormi che esiste davvero ma se credo a questa allora credo anche allo sbarco sulla luna e alla morte di Elvis, ma fatemi il piacere, fatemi. Dicevo, il giorno dopo (oh, è storia documentata mica come Garibaldi che scrive le minchiate col Galaxy, vabbè smetto con le interruzioni, ‘mazza che palle che siete), il pallino si accende in uotsammerica e compare la scritta LANGLEY, Virginia.

Non Langley, America, USA, patria dell’hamburger, della torta di mele e della vicina bòna della porta accanto che è tanto cauccia ma vai a scoprire che ha fatto 64 film, solo l’ultimo mese, e quello più tranquillo si chiamava “Bianca, ma non di neve”, no, roprio come appare nelle scritte di CSI o di quel telefilm con coso, Arno Rebb il pilota che non ci sente o non ci vede e non può più portare i caccia che lui si divertiva tanto e che da bambino sognava proprio di pilotare i caccia e bombardare tutti sti cazzo de arabacci e invece gli tocca fare l’avvocato della marina ma di quelli buoni, eh, perchè gli avvocati della marina USA mica sono stronzi, loro sono per la giustizia a tutti i costi mica farebbero assolvere e chiudere la cosa con un “cattivaccio, vedi di stare più attento un’altra volta” ad un pilota che per fare lo stronzo taglia un filo portante di una funivia al Cermis, eh, no. Comunque. Strana coincidenza, dal giorno dopo, e fino all’altro ieri, non si accedeva al blog.

E’ un caso. Una combinazione.

Però, il post che stavo preparando intitolato “cosa vuoi più di 72 vergini”, l’ho cancellato

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Sport di squadra

28 Febbraio 2012 5 commenti

Tendenzialmente, una contraddizione in termini. A che cazzarola serve una squadra? Se un attaccante avversario sta correndo verso di me immaginando di poter attraversare incolume la strada che ancora ci separa, io non voglio altre persone tra me e i suoi legamenti crociati, nessuno deve frapporsi tra i miei tacchetti ed i suoi due mesi di trazione. Eccheccazzo. Il caso universalmente conosciuto che popola e riempie le notti tormentate da incubi nei vari reparti ortopedia delle città dove ho giocato è che se un compagno arriva a pensare di mettersi tra ME ed il compimento della mia missione (distruggere una famiglia, una carriera, dei sogni giovanili di sfangarla con il gioco del calcio), significa che non sei un bravo compagno, se non sei un bravo compagno, sei un nemico, se sei un nemico, devi da morì. E allora vai a fare compagnia all’amichetto tuo in ortopedia generale, che volevi salvarlo facendogli un intervento in anticipo quando sanno tutti che il colpire la palla è una conseguenza dell’azione di interdizione alla posizione eretta che il difensore centrale attua sul caso attaccante lanciato a rete. E nemmeno una conseguenza necessaria od obbligatoria, diciamo, una possibilità. Remota. Fortuita, ecco, fortuita. Meglio. Una condizione accessoria, nulla di più.

Bei tempi. La gioventù. Il calcio come unica ragione di vita, sport non inscrivibile in quelli che sono banalmente definiti sport di squadra. Il calcio è famiglia, banda, cricca, ghenga, stormo, agglomerato e soprattutto associazione a delinquere di acclarato stampo mafioso. Noi, prima della partita non ti si minaccia, non ti si avverte. Ti si consiglia, ecco. Come una grande famiglia ti si dice non di lasciare ogni speranza o voi ch’ entrate,no, potete tranquillamente scorazzare per il rettangolo di gioco come più vi piace. Ma non con la palla al piede, quello no. Campo mio, regole mie. Decidete di non seguire questa semplice regola, questa piccola concessione all’ospitalità che vi chiediamo? Nulla in contrario, fate come foste a casa vostra, a fine partita potrete tranquillamente uscire ma non sulle vostre gambe. Non si può aver tutto.

Calcio come scuola assoluta di vita, calcio come sudore, sangue, accidenti, fulmini, saette, insulti, mortacci, tua e de tu nonno, sguardi d’odio, anime de li mejo mortacci di rami familiari estinti ed in disuso, mestieri di madri e sorelle messi alla berlina e tutti, comunque, riconducibili a quello della zoccola, intesa come grande topa e non, interventi a gamba tesa, vaffanculi lanciati verso tifoserie avversarie come fossero le trecce degli innamorati, piedi a martello e odio totale ma circoscritto ai 90 minuti regolamentari, finita la partita, sorrisi e abbracci, ma vada prima lei, ma si figuri non mi permetterei mai, guardi, le ho tenuto il parcheggio, ben gentile, mi spiace di aver detto quelle brutte cose sulle acclarate abilità orali di sua mamma, ci fu fraintendimento, intendevo oratorie, ci mancherebbe signore mio, e che dire delle infamanti parole da me pronunciate nei confronti delle abitudini agresti del suo papà con i tori? Vili calunnie delle quali or ora mi pento. Calcio dove le gerarchie sono semplici, chiare e ben delineate, quelle come i ruoli in campo e le semplici necessità.

Calcio dove c’è l’allenatore, poi c’è Dio ed infine il bisogno di respirare. Calcio dove il discorso di Al Pacino in “Ogni maledetta domenica” lo fanno ai pulcini, che già se ti presenti in categoria allievi con una stronzata tipo quella di ogni centimetro, si alza un Persichetti Andreino qualsiasi e ti sputa a campanile in un occhio dicendoti di smetterla con queste stronzate da femminuccia e ti chiede se quelli dell’ambulanza sono i soliti o c’è il dottore nuovo che si impressiona alla vista degli organi esposti. Che la nonna di Persichetti è quella sugli spalti vestita di nero con la falce del povero marito che urla “Vediamo quanti ne porto con me oggi! Andreino! Ho sete di sangueeeeeeeee”. Figuriamoci se un lampadato signore italoamericano possa essere preso sul serio e non considerato un cabarettista. A Torrimpietra, dove giocavo, il nostro allenatore aveva fatto piangere il sergente Hartman, la leva calcistica del ’67, quella cantata finocchiamente da De Gregori (Nino NON aver paura di sbagliare un calcio di rigore??? Nino, non devi aver paura di sbagliarlo, devi aver paura di un paese che sa dove abiti, sa dove vai a scuola, sa dove lavora la tua mammina e che, soprattutto, non dimentica. Prima o poi, tu o un tuo parente, vi ritrovate con una lama al collo, altro che tirare senza guardare ed il portiere lo fece passare, guarda benissimo dove cammini, da un tombino qualsiasi può sbucare la tua morte. Nino, abbi molta paura di sbagliare un caclio di rigore, tu fallo e togliti la vita in campo, mordi il dente finto pieno di cianuro, dammi retta), dicevo, la leva calcistica del ’67 era composta da chi poteva e da chi riusciva ad avere il permesso da direttore del carcere, ogni domenica la formazione la facevano i secondini, mica l’allenatore.

Bei tempi andati. Ma la figura primaria dell’allenatore rimane ed è primaria, fondamentale e decisiva in tutti gli sport di squadra. Si fa quello che egli decide, sentenzia e, per pura magnanimità, mette al corrente della squadra. Questa è la prima e fondamentale regola degli sport si squadra, senza di questa, l’anarchia,il nulla assoluto ed il Burraco.

Adesso, come avrete capito, non gioco più a pallone. No. Pratico la pallavolo. Dire gioco, è troppo. Oltretutto, l’unica cosa che mi ha convinto a farlo è la presenza della nostra allenatrice. Un mastino della guerra capace di snocciolare parolacce in fenicio e tirare un gancio destro che farebbe tuttora vacillare Foreman. Essa è la nostra condottiera, essa è il nostro vessillo, essa decide le nostre sorti come è giusto, sacrosanto e sancito dal diritto divino che sia. Per quanto mi riguarda, mi rammarico solo di trovarla al mio fianco in un contesto assurdo come quello pallavolistico, un gioco dove le squadre sono separate da una rete, oltretutto nemmeno una per polli, e per questo impossibilitate a pervenire a scontro fisico.

Oggi, essa ha preso una decisione: non ci presenteremo in campo nella domenicale sfida contro gli acerrimi nemici di sempre. Essi non meritano i nostri sforzi in quanto indegni di appartenenenza al genere bipede (qualcuna delle loro giocatrici, assume molto raramente tale posizione trovandosi maggiormente a proprio agio, e per maggior tempo durante la giornata, in quella quadrupede, ma questo è un altro discorso e non mi addentro nei gusti personali di ognuno o nelle naturali propensioni), non hanno il nostro rispetto e mai lo otterranno. Essi rappresentano quanto di peggio l’Italia berlusconiana abbia generato, una indegna accozzaglia di persone che prende talmente sul serio un passatempo ludico come la pallavolo tanto da mettere le mani addosso ad una signora.

Non ci presenteremo alla partita. Così è e così è deciso. Sacrosanto e scritto nella pietra. Purtroppo, nostro malgrado, sono state respinte richieste rappacificanti come “mandiamoli tutti dallo stesso carrozziere”, “diciamogli che ci andiamo, Non ci andiamo ma li chiamiamo ogni quarto d’ora per distruggergli una domenica dicendogli che stiamo arrivando, c’è traffico a Roncobilaccio”, “possibile che non sia possibile rifarsi su nemmeno un parente?”. Niente da fare.

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Il mondo sta per finire

23 Febbraio 2012 1 commento

No, i Maya non c’entrano una beneamata fava. Berlusconi non è più al governo e adesso Monti (ma soprattutto i nostri portafogli) hanno il triste compito di riparare ai danni fatti, gli asteroidi continuano a sfiorarci senza prenderci e gli alieni sono ancora giustamente schifati dai nostri Ipad per valere il prezzo della benzina usata per invaderci.

No.

Il mondo finisce per una sola e semplice ragione: i pranzi a scrocco. Di solito le cene, o pranzi sociali, vengono fatti a buffet. Questo significa che uno dei tuoi capi va a mettersi d’accordo con un soave ristoratore per pagare il meno possibile delle cose che farebbero schifo anche ad un recluso dell’Asinara, il simpatico ristoratore va da un gioioso procacciatore di alimenti, di solito uno con un nome rassicurante tipo Gino o’ Puorc’, Santino a’Discarica o Giustino il Vibrione per risparmiare sulle materie prime e guadagnare di più. Tanto, chi ci rimette siamo noi “invitati” che ci vediamo servire in tavola mozzarelle verdi (quelle blu costano il doppio dopo il servizio su studio aperto, no, non è una dimenticanza scriverlo minuscolo, un tg che si permette di dedicare spazio ai campionati Moldavi di slittino in topless, beh, non merita altro) e pasta avanzata da un ricevimento di nozze due giorni prima.

Di solito. Poi, però, può capitare l’imprevedibile, tipo, mettiamo come è successo oggi, che il ristorante dove avevano prenotato i capi sia chiuso per motivi d’igiene (più vero del vero, possino nascermi dei figli laziali) e, visto che eravamo lì, si sia costretti a dirigerci verso trattoria a conduzione familiare attigua e, quindi, si portino ad ogni commensale quello che sono lo spauracchio di ogni capo: i menù.

E lì sono cazzi. Ma cazzi acidi. Perchè le maestranze abbozzano ma non dimenticano.

Perchè adesso ti faccio pagare tutti gli staordinari non conteggiati dei mesi scorsi (“No, il vino della casa lo dai a quella zoccola di tua nonna che doveva cambiare le ginocchiere una volta al mese quando lavorava davanti alla caserma, mi dia la carta dei vini che ci penso io, ok, vorrei provare questo SASSICAIA di cui ho tanto sentito parlare”), ti sfragno addosso il fatto che svolgo il compito di tre persone e vengo pagato per mezza (“Antipasti? Certo che gradisco gli antipasti, vado pazzo per gli antipasti e no, oggi me ne sbatto la beneamata minchia di essere vegetariano, improvvisamente mi ricordo di un servizio di Quark che indicava nel caviale del Volga il principale colpevole del buco dell’ozono, ah, lei non l’ha visto? Beh, io sì, me ne porti una chilata e anche una bella fritturina, cozze, astice e tutto il cucuzzaro”), ti scatafrombolo sulle gengive le domeniche mattina in cui decidi di rimanere aperto e a pagare è sta fava (“Primi? Capperolina, certo che apprezzo i primi! Cortesemente, non ho visto entrando la vasca delle aragoste, saprebbe dirmi dove…come?…non le avete? Beh, sono sicuro potrete chiamare un corriere DHL e farle arrivare dalla Giamaica prima della fine del pranzo, le dò l’indirizzo internet del mio corriere di fiducia, quello che questi signori mi fanno usare quando vogliono mandare dei fiori alle loro zocc…alle loro colleghe dopo una tromb…dopo una proficua riunione di lavoro fuori orario, per il momento mi porti dei tortellini al Panda Rosso, lo so che è in via d’estinzione ma sono sicuro che per un piccolo sovrapprezzo ne troverà uno, sì, eccheccazzo, si vive una volta sola, no?”), ti sguazzaglio sulle spalle le mezze giornate settimanali di riposo che non godo ma che ti godi tu alla facciaccia mia “Secondi? Acciderboli se voglio anche il secondo, che ci sono venuto a fare sennò? Mi porti un filetto di Capodoglio a taglio unico. Cos’è? Lei prende un Capodoglio, butta via tutte quelle tonnellate inutili intorno ai tre etti di filetto che mi serve e me lo marina con limone e pepe rosso. Vicino ci vorrei una salsa di pinna gialla di tonno. Esatto, vede che lei ed io ci capiamo? Prende un tonno, butta tutta quella parte inutile intorno alla pinna gialla e me la frulla col minipimer, grande pupacchiotto mio! E dacci un’altra boccia di Sassicaia che questa è finita”), ti faccio agguazzare negli inventari e nella contabilità che non dovrei fare, ma faccio, rigorosamente a gratis mentre tu ordini una scrivania più alta perchè la tua segretaria si fa male alla nuca tutte le volte (“E mica ci vorremo alzare senza un brindisi? Prenda quelle bocce verdastre che tiene in bella mostra, quelle con l’elegante etichetta arancione e le faccia cantare come fossero i tre tenori, ne stappi una anche per i signori al tavolo a fianco che hanno cantato coi rutti ”Roma capoccia” in maniera sublime”)

Sto per morire. La Grande Abbuffata è niente al confronto. Uscendo dal ristorante la scena che si presentava era questa: i nostri capi in lacrime davanti al conto, noi, rotolanti e ciucchi persi in preda a orgasmi multipli ed i ristoratori in lacrime che urlavano “E vaffanculo al mutuo! Vaffanculo alle rate! Monti, sei il nostro eroe! Chiama quella testa di cazzo del direttore di banca e digli che mi sono trombato la moglie nella sua macchina l’altra sera. Lui capisce. E mi trombo anche il suo fido. Capirà anche questo! Evvai col treninooo Brigittebardòbardòbrigittebejobejooo”.

Sono soddisfazioni. Adesso lasciatemi morire. Contento.

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Che palle la pallavolo

15 Febbraio 2012 1 commento

Il seguente intervento verrà pubblicato in forma semplificata poichè scritto con la sinistra ed utilizzando, esagerando, la metà delle funzioni cognitive a disposizione.

Abbiamo già ampiamente dibattuto di come la crisi di mezz’età sia altamente distruttiva e di come, anzichè comprarmi la banalissima moto di enorme cilindrata o trovarmi una ventenne abbacinata dall’uso del congiuntivo e, talvolta, del gerundio anteriore, io abbia deciso di darmi agli sport. Di squadra, poi.

E non della playstation.

Escluso il calcetto (sempre stato una sega a pallone, figuriamoci a calcetto dove serve una velocità di reazione che non mi è mai appartenuta, io avevo bisogno di tempo per mirare bene bene al malleolo dell’attaccante avversario (quando sei davvero ma davvero una sega a calcio hai due possibilità, o ti mettono in porta, italicamente la morte sociale, come adesso portare una maglietta con scritto “Schettino sei il mio eroe, resisti” o diventi difensore centrale. Quello con la stessa mobilità di un tir a secco di gasolio e cattivo come l’ultimo in fila ad un sottocosto Euronics. In pratica, se non riesci a fermare l’attaccante avversario, devi fare in modo che non abbia di che esultare dopo il gol segnato o che, se lo fa, lo fa a mezza bocca dalla trazione di ortopedia), dicevo, a calcetto è tutto più veloce, non avevo altre armi che non fossero il classico pestone sulla caviglia o la semirovesciata sul polpaccio, dagli e dagli ti stufi. Avevo provato anche con il tennis ma mi hanno spiegato dopo che la racchetta si usa per le palle gialle e non per quelle dell’avversario (questa era troppo facile, avete ragione) ed in ogni caso, troppo veloce. La pallanuoto offre innumerevoli spunti e, dal livello dell’acqua in giù, è tutto un fiorire di colpi proibiti. Un paradiso, direte voi, miei piccoli ed ingenui amici del bosco dei cento acri, eh no, care le mie testine di cappero, vi rispondo io, primo, perchè è uno sport che si fa in acqua, ed in acqua l’uomo perde la sua naturale fragranza di muschio, cuoio, ignoranza e cinturato Pirelli che tanto lo contraddistingue ed in secundis, si fatica come a coltivare la terra. Che tu stai in campagna e ti devi alzare al canto del gallo, sennò non vale e ti tolgono la patente da bravo contadino, per coltivare i cetrioli. Ma chi cazzo se li mangia i cetrioli? Una volta che li hai tagliati e messi due micropezzi in insalata, ma cosa stramminchia ci devi fare di tutto il restante messo chilo di cetriolo che rimane (non mi fate i maliziosi che non siete capaci, e siete anche banali, e noiosi, come un succo di frutta alla pera (cit, Enzo Miccio)). Dicevo. No, continuavo, la pallavolo. Che palle. Non puoi picchiare nessuno, se insutli qualcuno ti guardano male. Tagliare le gomme della macchina degli avversari è disdicevole, sputargli, poi, ti guardano tutti brutto (ma vi ricordate quelle belle scaracchiate mollate in faccia agli odiati avversari di sempre del Palidoro quando si giocava a pallone nei campi? QUelle cose che ti venivano in gola dopo una ventina di secondi di rumori assurdi fatti tirando su di gola che ti fa fai una gastroscopia da solo andando a recuperare cibo non digerito dalla cena di Natale e catarro nascosto al calduccio negli alveoli polmonari dimenticati dall’umana anatomia? Gli mollavi sta mezza chilata di roba che tanto bastava a fargli un livido ed almeno una settimana di prognosi aperta. Bei tempi. Adesso ti devi stringere la mano prima e DOPO la partita. Orrore e raccapriccio.

Metti stasera che abbiamo perso. Perchè abbiamo perso. In maniera spettacolare, oserei dire.

Non parlerò della mia prestazione perchè non sono avvezzo al superlativo assoluto. Ma. E c’è sempre un ma, ero in campo in due dei soli e miseri tre set dei quali si è composta la partita.

Nel riscaldamento prendo d’occhio quelli che hanno i fisici più deboli tra gli avversari: due superano i settanta, due superano i centoventi, quattro le sei, una i quattrocento (anni nel primo caso, chili nel secondo, diottrie nel terzo, euro a botta nel quarto), nessuno sconto nell’ultimo caso quindi punto i primi tre casi umani. Nel riscaldamento ne faccio fuori due, uno dei capodogli ed il campione provinciale di burraco 2010 (sport che, ricordiamo, conta tra i quadri dirigenziali federali almeno sei partecipanti alla spedizione dei mille), agli altri, penseremo dopo.

Primo set. Qualsiasi, e dico qualsiasi, palla loro tirassero nella nostra porzione di campo, veniva inviata nella troposfera. Indifferentemente da come arrivasse: lenta, calma, placida, tranquilla, lieve come una loffa o forte come un calcio nei coglioni, noi riuscivamo a spararla alta fino alla copertura del campo. Le poche volte che la prendevamo bene, il ricevitore si ritrovava tra i piedi qualcuno e, o lo abbatteva o per forza di cose gli doveva lasciare la palla salvo sapere che ne avrebbe fatto lo stesso uso di una supposta lassativa, ne sarebbe venuta fuori una cagata. Facile anche questa, ma è anche l’una e venti. Perdiamo 25-9. Se non ci presentavamo, o facevamo giocare al posto nostro i sette nani di gesso, avremmo perso con minor scarto.

Secondo set. Avete presente il primo? Bene, con l’eccezione che queli che normalmente sono i punti deboli della squadra hanno giocato come Zorzi, Papi e Gardini dei tempi d’oro, alla nostra allenatrice arriva un sms di Velasco con i suoi personali complimenti salvo scoprire che i migliori giocatori continuano ad essere geolocalizzati in campo ma con le palle in diversa provincia. Brontolo e Mammolo smadonnano in panchina ansiosi di entrare. Perdiamo 25-18.

Terzo set. La disperazione attanaglia i cuori. Quattrocento euro ha il carnet pieno fino al 2025 e molti sono i cuori inconsolabili che sperano di trovare degna consolazione, la troveranno, ma dalle 15 alle 15,30 del sedici meggio 2018, per ora, nel freddo palazzetto di Bracciano, la consolazione si chiama “Avranno anche vinto ma chi ha stabilito che non possiamo farli pentire?”. L’allenatrice sventola la bandiera di guerra, da questo momento vale tutto. Iniziamo a cantare il repertorio di Marco Masini, 3-0 per noi, mostriamo foto dei familiari della squadra avversaria, 14-6 per noi, il nostro accompagnatore rientra in palestra sottobraccio all’anziana madre del martello avversario, 20-13 per noi. Vittoria facile, direte voi. No. Alla fine perdiamo anche questo 25-20.

Loro hanno acceso il televisore. Oggi era il primo giorno di Sanremo.

Maledetti loro, c’hanno battuto con le nostre armi.

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La pallavolo non è uno sport. E basta.

16 Dicembre 2011 2 commenti

Ricordate tutti i motivi per i quali la pallavolo non è sport maschiale? Nessuno ha mai preso un daspo per la pallavolo (se non sapete cosè un daspo andate su un blog di ricette su come si cucinano i panettoni, io, al massimo, vi spiego come macellare le fottute renne di Babbo Stronzo Natale e come capire quali sono i pacchi con i regali migliori e cambiare le etichette senza farvi accorgere e beccarvi l’Iphone che doveva andare a vostro cognato invece della sciarpa che vi sarebbe toccata), nessuno ha mai chiuso il traffico per una partita di pallavolo, il Papa non ha mai dovuto cambiare percorso per un derby di pallavolo (dubito ne esistano, la dignità di nessuna cittadina può essere talmente bassa da arrivare ad avere DUE squadre di pallavolo), la notizia che la nazionale italiana di pallavolo ha vinto il campionato intergalattico verrebbe data dai telegiornali comunque dopo i consigli dell’esperto su come evitare un frontale con un autobus attraversando la strada (“Evitate di pensare ho la precedenza quando vi confrontate con un 30 quintali di coso arancione”) e forse, ma solo forse, una replica de La Signora in Giallo.

Ecco, non sono abbastanza. O meglio, sono inutli. La pallavolo NON è uno sport, quindi va a decadere ogni possibile domanda sulla sua maschialità.

Spiego. Per motivi insiegabili a me per primo, non solo continuo con il suddetto passatempo (disdegnando il modaiolo burraco, disciplina nella quale è possibile confrontarsi con gente di tutte le età, persone che vanno dal vecchio fino ad arrivare al decrepito, che ti apre un mondo altrimenti sconosciuto su cateteri, gastroscopie e calcoli ai fini pensionistici MA che offre un vantaggio che non potreste avere in nessun altro ambito: se state perdendo, potete uccidere l’avversario semplicemente chiudendogli la valvola della bombola ad ossigeno e NESSUNO SE NE ACCORGE, anzi, il tipico rumore “anziano che stramazza” viene accolto con la massima naturalezza. Bellissimo. Il vostro avversario ha carte migliori delle vostre? E’ un attimo sostituirgli le pasticche di nitro con le zigulì e voilà, le sue carte ora sono le VOSTRE carte, non serve nemmeno tanta destrezza considerando che il numero di diottrie al tavolo è pari alla minima di Rejkjavik in una giornata in cui i pinguini vanno in giro con la sciarpa). Sì, ho finalmente chiuso la parentesi, che rompipalle che siete. DIcevo, non solo continuo con questa assurda perdita di tempo ma adesso faccio parte di una squadra del sopracitato esercizio fisico. Non per colpa mia. E nemmeno dell’allenatrice, lei non c’entra, anzi. Nel presentare la possibilità di fare questo torneo, era entrata in campo con una testa sanguinante sotto braccio ed aveva detto “L’allenatore del Bracciano ha dato forfeit, quindi c’è un posto vacante nel torneo annuale. Che volete fare?

E che ve lo dico a fare? “ECCOMI!” urlai pregustando ritiri prepartita a base di rutti alla cipolla, schemi difensivi riportabili agli insegnamenti di Mister Bruseghin della vecchia scuola calcio ”Colpisci tutto quello che si muove, se è la palla, va bene lo stesso”, trasferte innaffiate di rosso vino e partite circondate da rosso sangue, maschia solidarietà tra compagni (lo so, faccio parte di una squadra mista, ma posso assicurarvi che almeno due delle nostre donne somigliano più ad un Iveco Turbostar che a Belen Rodriguez) e tornare a casa contento e felice per aver tolto qualche dubbio dalla testa degli avversari, inutile che ci proviate, non potete prorpio passare come codici bianchi.

E invece no. Nulla di tutto questo.

Arriva finalmente la prima partita di campionato. Chi si presenta con la divisa stirata, chi si presenta con le ginocchiere nuove nuove, chi invece con degli schemi di gioco scaricati da quel sito di checche della lega volley. Io e l’allenatrice arriviamo a bordo di un tank. Mimetico. A cingoli, cazzo. Che anche l’asfalto si renda conto che la musica è cambiata! Lasciamo il segno e siamo pronti a lasciarlo anche sulle rotule degli avversari, l’inutile Ladispoli. I nostri due paesi si odiano da tempo immemore e per motivi che entrambe le sponde dell’Aurelia hanno dimenticato nella nebbia di un sonoro “Sticazzi”, ci si odia e basta, come deve essere e senza stronzate varie come possono essere i motivi per i quali uno dovrebbe odiare e bla bla bla e le bombe e tu hai ammazzato nonna e tu sei blu sotto le ascelle e tu hai detto che la Besozzi della 4f cistava e invece no e chissenefrega! Noi siamo noi, LORO non sono noi, quindi Odio, e basta! Meraviglioso nella sua semplicità e commovente per efficacia. Apriamo la porta ognuno con il basco delle nostre fanterie preferite, lei quella del 5° battaglione Ortopedia Spallanzani ed io del 12° Guastatori di Chirurgia Generale, pronti al combattimento. Orrore e raccapriccio. Manca la materia prima di ogni massacro, mancano i figlidiputtana, i lapallaèfuoritihodetto, le pance da sbudellare, le madri da piangere. Mancano gli avversari. Non si sono presentati rinunciando al loro fondamentale ruolo di materia prima.

Non solo. Gli gnavi compagni decidono per un democratico (ossignoredominemio anche solo scrivere questa parola mi fa orrore, come parlare dell’uomo nero ai bambini o delle fiamme gialle a Tronchetti Provera) ripetersi della gara in quanto gli avversari non potevano presentarsi. COME? CHE COSA? Ripetersi della gara? Ma stiamo scherzando? adesso ci alziamo tutti da qui e andiamo a cercarli uno per uno, li staniamo dalle loro comode casette e li decapitiamo su pubblica piazza a monito delle prossime squadre! Sangue! Organi interni portati all’esterno! Usciamoooooooooo.

No.

Siamo rimasti lì, tristi e sconsolati io e l’allenatrice. Nemmeno l’ultimo numero della rivista di Amnesty International è riuscita a farci ridere. Volevamo andare sulla collina sopra Regina Coeli ad urlare ai detenuti ma, guardandoci in faccia, abbiamo capito che nemmeno quello avrebbe aiutato.

Che palle la pallavolo.

 

 

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