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Archivio Luglio 2013

Quelle giornate un po’ così

12 Luglio 2013 Nessun commento

Bene o male, ci si conosce.
Chi più, chi meno, chi praticamente per niente. Ma ci si conosce.
Quindi, a lume di naso, sapete che non dovete mai mangiare un piatto cucinato da me e, preferibilmente, non farmi guidare. A Roma.
Mi perdo.
E mi incazzo.
Non sono una diretta conseguenza dell’altra cosa, anzi, se mi perdo sticazzi, prima o poi torno in uno dei cinque, massimo sei, posti di Roma che ricordo bene e dai quali so ritornare a casa senza problemi. Basta solo girare finchè non si trovano.
No.
Chiedere indicazioni non è mai un opzione. Dal chiedere un indicazione a tingersi i capelli di rosa ed insistere perchè tutti ti chiamino Wanda, il passo è drammaticamente breve.
Ma, strano a dirsi, sto divagando.
I fatti.

Ieri sera, concerto di Springsteen.
Un fiume di gente, tra loro, io e Battista. Serata eccezionale, continuata in una nottata meravigliosa, terminata in una mattinata splendida. Unico problema, il fetente doveva tornare a casa subito quindi alle 8 del mattino eravamo già in aeroporto.
Tralascio il discorso di come si sia sia simili io e lui, per dirne una, Battista al primo controllo dell’aeroporto, prende la fila riservata a quelli che devono andare in Israele. Per chi non lo conoscesse, Battista ha più la faccia di uno che vedesti con una molotov in mano al confine palestinese che al bancone di un banco preziosi. Lo fermano, lo sollevano da sotto le ascelle e lo girano agitandolo per fargli uscire in sicurezza le cose dalle tasche.
Comunque.
Approfitto della giornata libera e prendo appuntamento per la terza volta, dicono essere la migliore, all’Apple store per cambiare quel costosissimo barattolo che mi ostino a definire cellulare.
La volta precedente, una stronza con poca voglia di lavorare (definizione che comprende chiunque non faccia andare le cose come voglio) non me lo cambiò adducendo motivazioni plausibili.
Cara ti amo.
Tanto lo avete pensato, confessate.

Oggi arrivo carico ma carico.
MI sono fatto in testa centinaia di film ipotizzando tutti i possibili scenari, da quelli che chiedevo di parlare con un responsabile a quelli che finivano come nemmeno Django avrebbe avuto il coraggio di.
Pronto.
Incazzato.
Deciso.
Arrivo. Mi presento. Mi chiedono di aspettare. Aspetto. MI chiamano. Mi tendono una mano. La afferro.

E

Diamine.
Sulla inevitabile polo azzurra c’è una cosa appesa al collo con scritto “Farò diventare un Iphone il TUO Iphone”, ma non è quello, sotto ancora c’è il nome.
Rossella.
Cavolo. Un’altra donna.
Ok, lo hai previsto, puoi sempre incazzarti, hanno voluto l’assurda parità dei sessi quando è palese che comandano loro, dai dai dai puoi farcela.
No.
Non posso.
Va bene gli Apple store sono la mecca degli strani, li prendono apposta, puoi non sapere un cazzo di come funzioni un Ipad o ignori dve diamine sia Cupertino ma se sei coperto di tatuaggi, hai i capelli che nemmeno Neymar e una catena da motorino al posto dei piercing, sei assunto.
Rossella ha i piercing.
E va bene.
Rossella ha duemila tatuaggi.
E va benissimo.
Rossella è completamente calva con la capoccia a boccia.
E va meravigliosamente.
Ma.
Rossella ha una combinazione occhi/sorriso come poche altre volte avevi visto in vita.
Ma roba che se la paracadutassero nella striscia di Gaza e gli raccontassero una barzelletta, Rossella risolverebbe i problemi del medio oriente in una manciata di minuti.
E vabbè. Mi rassegno al non poter far nulla. Già che ci sono, espongo comunque il problema.
E lei “Nessun problema, dalla diagnostica vedo che va tutto bene ma se mi dici che hai problemi con questo terminale, io mi sento più tranquilla a cambiartelo. Va tutto bene?”
Non riesco ad articolare suoni coerenti.
SI alza prima che io possa blaterare qualcosa di simile al canto che i Klingon intonano dopo una bevuta e torna con il mio nuovo telefono.

Però.

Faccio un giro.
Compro cose.
Risalgo in macchina.

Non mi è proprio proprio chiaro dove debba andare per ritornare a casa ma vado. Ho un pomeriggio davanti, prima o poi, Cerveteri la becco. Poi devo solo prendere il raccordo.
Accendo la radio.
Onda verde e cis viaggiare informati.
“Si segnalano lunghe code su Via Tiburtina in direzione interna”
E chissenefrega non ce lo vogliamo mettere? Che me frega della Tiburtina. Noi c’avemo Tottigò.
Cambio stazione.
“Aò a chicchi, nun lo so che c’avete da fà oggi ma lasciate perde la Tiburtina che è na Cambogia, na cosa che le macchine stanno a castello”
Aridanghete, peccato per i tiburtinesi, tiburtiniani, per i tiburtensi ma, in finale, sticazzi.
Radio Due, magari becco ancora 610.
“Attenzione, Attenzione. Mettete sacchi di sabbia vicino alla finestra come fosse il nuovo anno, o abitanti della tiburtina, non uscite di casa se non strettamente necessario, bevete mlti liquidi, sparate solo quando vedete il bianco dei loro occhi ma NON prendete la Tiburtina”
Mò avete proprio rotto il cazzo. Ma manco so dò sta la Tiburtina, me sa che manco l’ho mai cercata su google, a dilla tutta, me sa che manco esiste, forse attraversa il Molise, tiè.

Ma.
Bisogna fare sempre i conti con chi siamo veramente.
E io sò io.
Macchina me te perdo. Strada nun te conosco. Roma te attraverso.
Mi faccio sfilare a lato due, e dico due, uscite comode comode per il raccordo perchè sto beatamente pensando ai cacchi miei, proseguo bello come il sole mettendo anche un coattissimo gomito fuori dal finestrino.
Quando lui.
Appare.
In tutto il suo terrorizzante splendore.

TIBURTINA 300mt.

Io sono una persona calma. Molto calma. Ma avevo ancora l’incazzatura montata dal mancato sfogo per colpa di Rossella che si è dimostrata caruccia e cambiotelefonante.
Insomma, per farla breve, ho iniziato ad essere nervosetto.
Poco.
Il giusto.

Passa mezz’ora di avanzamenti lentissimi.
Al solito, ci sono sempre le teste di cazzo che cambiano corsia convinte che l’altra sia quella più scorrevole. E, per farlo, tagliano la strada in maniera stronzissima.
Una volta.
Due volte.
Cinque volte.
N alla X per diciotto volte.
Alla fine, ti rompi lievemente il cazzo.
Io non sono tipo da cric.
Sono calmo. L’ho già detto? Bene ribadirlo.
Alla terza volta che lo stesso stronzo davanti rischia di ammazzarci, metto una mirabolante unione mano tesa nell’universale gesto della scarsa propensione alla castità e morigeratezza della di lui signora, condito da un universale grido di vittoria riconducibile al vaffanculo.
Ci fermiamo di nuovo. Tutti.
Quello davanti apre la portiera.
Scende.
Cazzo.
Ora, non è contemplabile il rimanere in macchina. Da sempre, strategia e Lao Tzu insegnano che la posizione migliore è quella dall’alto. Se lui si avvicina ed io resto in macchina, sono più basso e lui è in vantaggio.
Scendo pure io.
Tocca.
QUesto è grosso. Ma grosso. Aiutatemi a dire grosso. Grosso e gonfio palestra che lo vedi e dici questo non mangia un carboidrato da prima che li inventassero, ha braccia gonfie e larghe sui fianchi che oscillano, che pensi se questo deve grattarsi la testa deve chiamare la mamma a farsi aiutare che da solo non può farcela.
Solo che attaccargli i pidocchi è una strategia troppo a lungo termine perchè possa essere utile nello specifico, quindi la scarto.
Inizia lui.
Poi continuo io.
Quindi insieme.
Ci scambiamo reciproche immagini di come ad entrambi piaccia prenderlo nel sedere e di come i ripettivi antenati ci avessero instradato verso quella via, man mano che andiamo avanti allarghiamo il discorso alle seste generazioni, continuiamo garantendo all’altro che il calore che trova sul materasso quando si corica non è dovuto allo scaldasonno ma al fatto che ne siamo appena discesi, così come anche quella spiacevole senzsazione di umidiccio.
Poi.
D’improvviso.
Mi mette una mano sulla spalla e spinge.
Porca troia.
Arbitro, c’è stato contatto, non può non aver visto.
Ma nessuno fischia.
E siamo ancora fermi.
E qui un bel “cazzo”, ci sta bene.
A questo punto, ci sono due cose da fare, una giusta e una sbagliata.
Che te lo dico a fare.
Entro in modalità Harry Stemper.
“Nun ce riprovà”
Vabbè, Harry Stemper aveva parenti alla Garbatella, e allora?
Ora, avevo detto che era grosso. Grosso, inevitabilmente, significa anche lento.
E questo era parecchio grosso.
Io non sono un fulmine d’area, se mi conoscete lo sapete.
Carica un cazzotto.
Aggrotto le sopracciglia pensando “ma che, davèro davèro?”

Parentesi.
Ho già detto quanto io sia calmo.
Io, poi, non faccio a botte dal lontano ’81. Credo.
E ne vado anche abbastanza fiero, tra l’altro.
Meno che meno sono un tipo da cric.
Però.
Vabbè, ognuno mette quello che ha, su, facciamola finita.

Vedo il pugno di questo tizio avvicinarsi leeeeeeeento.
Schivo.
Lui ci rimane male. Sto quasi per chiedergli scusa. Prometto di non farlo più.
Lui ci riprova.
Gira addirittura la spalla, vuole fare le cose per bene.
Il problema è che io, mentre lui fa tutto questo, faccio in tempo ad andare da Saturn a prendere una macchinetta del caffè in offerta, in ferramenta a comprare 20 km di prolunga, attaccarla a casa del tizio, tornare, prendere un caffè, grattare due gratta e vinci e smadonnare per non aver vinto.
Mi abbasso.
Swoooosh.
Avevo promesso che non lo avrei rifatto, è vero.
Scusa.
Lo guardo. L’idea di stringere io un pugno e darglielo, non mi è venuta in testa nemmeno adesso, figuriamoci allora. No. Io faccio quello che so fare e che sono bravo a fare.
Faccio il cazzone.

Sguardo leggermente abbassato. Bocca aperta. Non so che espressione ho ma io non farei paura nemmeno a Peppa Pig, quindi non credo sia credibile.
Non so da dove ma arrivano queste parole.

“I primi due te li ho fatti dare gratis. Occhio che il terzo lo paghi”

Sta faccia deve fà er cinema.

Coso grosso ce pensa.
Poi si allontana sfanculandomi in tutte le lingue conosciute e sconosciute. Risale in macchina.
Ancora fermi.
Risalgo anche io.
Tump.
Tump.
Tump.
Anvedi, era da un pò che nun sentivo er còre.

Casa.
Basta Apple Store.
Fanno male.

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