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Archivio Novembre 2012

Quello che conta è Stile

16 Novembre 2012 Nessun commento

Mica lo dico solo io, lo cantavano gli Africa Unite, che prima di mettersi a fare gli imbecilli con Giuliano Palma, erano un signor gruppo.

A farsi male sono capaci tutti. Scivoli su una buccia di banana, caschi da una scala mentre attacchi il poster di “Rocco adesso ne ha davvero per tutte – La clonazione”, batti la testa mentre, maschialmente, pensi se quella che hai visto passare fosse una terza coppa c o potesse essere omologata come una quarta, ascolti la radio in macchina ed al passaggio di “Hells Bells” non puoi fare a meno di ricordare quando avevi i capelli lunghi e potevi agitarli davvero e, nel mentre, una povera vecchina attraversava sulle strisce dopo aver fatto la spesa per i suoi piccoli gattini malati (lei è il loro unico sostentamento da quando ha chiuso l’orfanotrofio dove lavorava e dove erano l’unico conforto degli ospiti) e non puoi fare a meno di stirarla, purtroppo, nel farlo, batti leggermente la testa sul vetro.

Capita.

Io no.

Io passo attraverso il filo spinato, abbatto a testate i ponteggi, tento (prima o poi ci riuscirò) di abbattere a pugni un muro colpevole di avermi guardato storto una volta di troppo, volo con la moto perchè un imbecille fa inversione e mi prende, finisco sotto una macchina parcheggiata, mi rialzo sanamente incazzato pensando “ne resterà uno solo” salvo scoprire che stanno tutti intorno al settantenne investitore, cardiopatico, che sta per stirare le zampe (non è carino esprimersi così nei confronti un vecchio stronzo, è vero, ma avevo avuto un repentino cambio d’orizzonte, e senza funghetti stavolta, passando dalla placida visione di Via Baldo degli Ubaldi alla coppa dell’olio di una Fiesta, magari ero anche un pò, come dire, thensortenn, come dicono i norvegesi quando gli frana l’igloo).

Adesso, nella lista posso mettere di essermi fatto male con la PALLAVOLO.

Mi faccio senso, orrore e raccapriccio da solo.

La pallavolo.

Non uno sport, non una attività fisica, una “cosa” solo leggermente più nobile e socialmente rilevante del Dungeons and Dragons, molto meglio del Burraco (lì ci vuole poco, anche “sputa più lontano dal traghetto controvento” è meglio del Burraco, anche “schiscio del brufolo” è meglio del Burraco, financo “quanti fagioli ci sono dentro il bidone del latte” è meglio del Burraco) ma degradante dal punto di vista della maschialità che, come ben sappiamo, viene umiliata e degradata nello svoglimento di tale “cosa”.

Refrattario all’impedimento del contatto fisico dovuto a gladiatoria rete separatoria dei campi di giuoco, insisto nel procurare giusto danno all’avversario sotto rete. Più volte sanzionato da antennuto arbitro per colpo sotto la cintura, decido che il pestone in ricaduta da muro possa essere scambiato per involontario.

L’esser poco avvezzo a simile infima lotta segna il risultato: l’avversario, nella fattispecie mio fratello, nulla risente. Io non riesco a poggiare il piede a terra.

Questa la scena che si presenta agli occhi.

Premessa: al precedente allenamento un abituale frequentatore degli allenamenti (definirlo compagno di squadra è effettivamente improprio, non ci sono compagni, non ci sono fratelli, ci sono solo avversari) si fa male ricadendo a terra. Si avvia verso la panchina autodiagnosticandosi grazie a supervista a raggi TAC, la rottura del tendine d’achille. Tale figuro ha detto in tre anni parole in nuero di tre ed esse sono “Vaffanculo”, “Siete una squadra di merda”, “Mortacci de Pippo me sa che le cozze nun erano bbone me sta a venì lo squaqquarone”.

Ebben, nello stesso tempo in cui i meccanici Ferrari effettuano un cambio gomme esso ha intorno a sè il meglio che possiamo offrire, due infermiere, una farmacista, un tecnico di laboratorio e anche un nutrizionista a consigliarlo (il nutrizionista dice “mangia più fibre. Sò 60 euro”), viene accudito, coccolato, massaggiato, gli viene lavata la macchina, pagato il canone Rai, pisciato il cane. Ad un successivo chiarimento “ma io non ho il cane”, gliene viene acquistato uno e pisciato a ripetizione.

(Lo so che non si dice così, ma la frase “scendimi il cane che lo piscio” è una degli esempi di enorme umorismo involontario che rende l’italico paese il più bello del mondo).

Mi faccio male io.

Nel deserto dei Gobi, a ferragosto, cè più gente che chiacchiera.

La farmacista non c’è e va bene, l’infermiera va verso la bottiglia d’acqua, se la beve, chiama casa, si rifà le unghie, porta fuori il cane del tizio, sbadiglia e POI viene verso di me e mi dice “ma te voi riarzà che nun potemo finì la partita sennò?”. Si avvicina anche il nutrizionista “mangia più fibre. Sò 100 euro”.

Stamattina sono andato al centro di primo soccorso e a fare le lastre.

Vi risparmio lo “sticazzi”, non ve lo dico che mi hanno detto.

E non vi presto più i miei soldatini.

E non vi ci parlo più.

Ecco.

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