Home > Argomenti vari > Sport di squadra

Sport di squadra

Tendenzialmente, una contraddizione in termini. A che cazzarola serve una squadra? Se un attaccante avversario sta correndo verso di me immaginando di poter attraversare incolume la strada che ancora ci separa, io non voglio altre persone tra me e i suoi legamenti crociati, nessuno deve frapporsi tra i miei tacchetti ed i suoi due mesi di trazione. Eccheccazzo. Il caso universalmente conosciuto che popola e riempie le notti tormentate da incubi nei vari reparti ortopedia delle città dove ho giocato è che se un compagno arriva a pensare di mettersi tra ME ed il compimento della mia missione (distruggere una famiglia, una carriera, dei sogni giovanili di sfangarla con il gioco del calcio), significa che non sei un bravo compagno, se non sei un bravo compagno, sei un nemico, se sei un nemico, devi da morì. E allora vai a fare compagnia all’amichetto tuo in ortopedia generale, che volevi salvarlo facendogli un intervento in anticipo quando sanno tutti che il colpire la palla è una conseguenza dell’azione di interdizione alla posizione eretta che il difensore centrale attua sul caso attaccante lanciato a rete. E nemmeno una conseguenza necessaria od obbligatoria, diciamo, una possibilità. Remota. Fortuita, ecco, fortuita. Meglio. Una condizione accessoria, nulla di più.

Bei tempi. La gioventù. Il calcio come unica ragione di vita, sport non inscrivibile in quelli che sono banalmente definiti sport di squadra. Il calcio è famiglia, banda, cricca, ghenga, stormo, agglomerato e soprattutto associazione a delinquere di acclarato stampo mafioso. Noi, prima della partita non ti si minaccia, non ti si avverte. Ti si consiglia, ecco. Come una grande famiglia ti si dice non di lasciare ogni speranza o voi ch’ entrate,no, potete tranquillamente scorazzare per il rettangolo di gioco come più vi piace. Ma non con la palla al piede, quello no. Campo mio, regole mie. Decidete di non seguire questa semplice regola, questa piccola concessione all’ospitalità che vi chiediamo? Nulla in contrario, fate come foste a casa vostra, a fine partita potrete tranquillamente uscire ma non sulle vostre gambe. Non si può aver tutto.

Calcio come scuola assoluta di vita, calcio come sudore, sangue, accidenti, fulmini, saette, insulti, mortacci, tua e de tu nonno, sguardi d’odio, anime de li mejo mortacci di rami familiari estinti ed in disuso, mestieri di madri e sorelle messi alla berlina e tutti, comunque, riconducibili a quello della zoccola, intesa come grande topa e non, interventi a gamba tesa, vaffanculi lanciati verso tifoserie avversarie come fossero le trecce degli innamorati, piedi a martello e odio totale ma circoscritto ai 90 minuti regolamentari, finita la partita, sorrisi e abbracci, ma vada prima lei, ma si figuri non mi permetterei mai, guardi, le ho tenuto il parcheggio, ben gentile, mi spiace di aver detto quelle brutte cose sulle acclarate abilità orali di sua mamma, ci fu fraintendimento, intendevo oratorie, ci mancherebbe signore mio, e che dire delle infamanti parole da me pronunciate nei confronti delle abitudini agresti del suo papà con i tori? Vili calunnie delle quali or ora mi pento. Calcio dove le gerarchie sono semplici, chiare e ben delineate, quelle come i ruoli in campo e le semplici necessità.

Calcio dove c’è l’allenatore, poi c’è Dio ed infine il bisogno di respirare. Calcio dove il discorso di Al Pacino in “Ogni maledetta domenica” lo fanno ai pulcini, che già se ti presenti in categoria allievi con una stronzata tipo quella di ogni centimetro, si alza un Persichetti Andreino qualsiasi e ti sputa a campanile in un occhio dicendoti di smetterla con queste stronzate da femminuccia e ti chiede se quelli dell’ambulanza sono i soliti o c’è il dottore nuovo che si impressiona alla vista degli organi esposti. Che la nonna di Persichetti è quella sugli spalti vestita di nero con la falce del povero marito che urla “Vediamo quanti ne porto con me oggi! Andreino! Ho sete di sangueeeeeeeee”. Figuriamoci se un lampadato signore italoamericano possa essere preso sul serio e non considerato un cabarettista. A Torrimpietra, dove giocavo, il nostro allenatore aveva fatto piangere il sergente Hartman, la leva calcistica del ’67, quella cantata finocchiamente da De Gregori (Nino NON aver paura di sbagliare un calcio di rigore??? Nino, non devi aver paura di sbagliarlo, devi aver paura di un paese che sa dove abiti, sa dove vai a scuola, sa dove lavora la tua mammina e che, soprattutto, non dimentica. Prima o poi, tu o un tuo parente, vi ritrovate con una lama al collo, altro che tirare senza guardare ed il portiere lo fece passare, guarda benissimo dove cammini, da un tombino qualsiasi può sbucare la tua morte. Nino, abbi molta paura di sbagliare un caclio di rigore, tu fallo e togliti la vita in campo, mordi il dente finto pieno di cianuro, dammi retta), dicevo, la leva calcistica del ’67 era composta da chi poteva e da chi riusciva ad avere il permesso da direttore del carcere, ogni domenica la formazione la facevano i secondini, mica l’allenatore.

Bei tempi andati. Ma la figura primaria dell’allenatore rimane ed è primaria, fondamentale e decisiva in tutti gli sport di squadra. Si fa quello che egli decide, sentenzia e, per pura magnanimità, mette al corrente della squadra. Questa è la prima e fondamentale regola degli sport si squadra, senza di questa, l’anarchia,il nulla assoluto ed il Burraco.

Adesso, come avrete capito, non gioco più a pallone. No. Pratico la pallavolo. Dire gioco, è troppo. Oltretutto, l’unica cosa che mi ha convinto a farlo è la presenza della nostra allenatrice. Un mastino della guerra capace di snocciolare parolacce in fenicio e tirare un gancio destro che farebbe tuttora vacillare Foreman. Essa è la nostra condottiera, essa è il nostro vessillo, essa decide le nostre sorti come è giusto, sacrosanto e sancito dal diritto divino che sia. Per quanto mi riguarda, mi rammarico solo di trovarla al mio fianco in un contesto assurdo come quello pallavolistico, un gioco dove le squadre sono separate da una rete, oltretutto nemmeno una per polli, e per questo impossibilitate a pervenire a scontro fisico.

Oggi, essa ha preso una decisione: non ci presenteremo in campo nella domenicale sfida contro gli acerrimi nemici di sempre. Essi non meritano i nostri sforzi in quanto indegni di appartenenenza al genere bipede (qualcuna delle loro giocatrici, assume molto raramente tale posizione trovandosi maggiormente a proprio agio, e per maggior tempo durante la giornata, in quella quadrupede, ma questo è un altro discorso e non mi addentro nei gusti personali di ognuno o nelle naturali propensioni), non hanno il nostro rispetto e mai lo otterranno. Essi rappresentano quanto di peggio l’Italia berlusconiana abbia generato, una indegna accozzaglia di persone che prende talmente sul serio un passatempo ludico come la pallavolo tanto da mettere le mani addosso ad una signora.

Non ci presenteremo alla partita. Così è e così è deciso. Sacrosanto e scritto nella pietra. Purtroppo, nostro malgrado, sono state respinte richieste rappacificanti come “mandiamoli tutti dallo stesso carrozziere”, “diciamogli che ci andiamo, Non ci andiamo ma li chiamiamo ogni quarto d’ora per distruggergli una domenica dicendogli che stiamo arrivando, c’è traffico a Roncobilaccio”, “possibile che non sia possibile rifarsi su nemmeno un parente?”. Niente da fare.

Categorie:Argomenti vari Tag:
  1. salvatore
    28 Febbraio 2012 a 10:08 | #1

    la leva calcistica cantata da De Gregori era del ’68! Manco le basi!

  2. Bapablo
    28 Febbraio 2012 a 12:09 | #2

    Noi si disconosce quella canzone in quanto cantata da losco figuro dalle indubbie caratteristiche non-maschiali, autore, tra l’altro, di “Buonanotte FIORELLINO” (puah), “RIMMEL” (e qui è evidente il reato) e “BELLI CAPELLI”. Trattare del sacro argomento con un testo che porta completamente fuori strada su quelli che sono i reali fondamenti dell’Italia pallonara (sangue, mortacci e Daspo) è colpevole ed imbarazzante. Disconosciamo con tutte le forze anche la sola esistenza della canzone stessa.
    Qui sentenziato, scritto, bollato e controfirmato.
    Augh, ho detto.

  3. Ryo
    28 Febbraio 2012 a 16:38 | #3

    Sei mitico!

  4. 13 Marzo 2012 a 16:42 | #4

    92 minuti di applausi!

  5. 16 Marzo 2012 a 11:35 | #5

    ORA il calcio mi è MOLTO più chiaro. Grazie. Volevo salutarti con "lunga vita e prosperità", guardando il tuo avatar, ma forse è meglio "qapla’" (klingon). Poi, va bene il giovanile calcio e l’attuale pallavolo, ma magari un po’ di pratica con la bat’leth potrebbe essere utile. Io ci sto seriamente pensando, sai, anche per la vita di tutti i giorni….

  1. Nessun trackback ancora...
Codice di sicurezza: