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La pallavolo non è uno sport. E basta.

16 Dicembre 2011 2 commenti

Ricordate tutti i motivi per i quali la pallavolo non è sport maschiale? Nessuno ha mai preso un daspo per la pallavolo (se non sapete cosè un daspo andate su un blog di ricette su come si cucinano i panettoni, io, al massimo, vi spiego come macellare le fottute renne di Babbo Stronzo Natale e come capire quali sono i pacchi con i regali migliori e cambiare le etichette senza farvi accorgere e beccarvi l’Iphone che doveva andare a vostro cognato invece della sciarpa che vi sarebbe toccata), nessuno ha mai chiuso il traffico per una partita di pallavolo, il Papa non ha mai dovuto cambiare percorso per un derby di pallavolo (dubito ne esistano, la dignità di nessuna cittadina può essere talmente bassa da arrivare ad avere DUE squadre di pallavolo), la notizia che la nazionale italiana di pallavolo ha vinto il campionato intergalattico verrebbe data dai telegiornali comunque dopo i consigli dell’esperto su come evitare un frontale con un autobus attraversando la strada (“Evitate di pensare ho la precedenza quando vi confrontate con un 30 quintali di coso arancione”) e forse, ma solo forse, una replica de La Signora in Giallo.

Ecco, non sono abbastanza. O meglio, sono inutli. La pallavolo NON è uno sport, quindi va a decadere ogni possibile domanda sulla sua maschialità.

Spiego. Per motivi insiegabili a me per primo, non solo continuo con il suddetto passatempo (disdegnando il modaiolo burraco, disciplina nella quale è possibile confrontarsi con gente di tutte le età, persone che vanno dal vecchio fino ad arrivare al decrepito, che ti apre un mondo altrimenti sconosciuto su cateteri, gastroscopie e calcoli ai fini pensionistici MA che offre un vantaggio che non potreste avere in nessun altro ambito: se state perdendo, potete uccidere l’avversario semplicemente chiudendogli la valvola della bombola ad ossigeno e NESSUNO SE NE ACCORGE, anzi, il tipico rumore “anziano che stramazza” viene accolto con la massima naturalezza. Bellissimo. Il vostro avversario ha carte migliori delle vostre? E’ un attimo sostituirgli le pasticche di nitro con le zigulì e voilà, le sue carte ora sono le VOSTRE carte, non serve nemmeno tanta destrezza considerando che il numero di diottrie al tavolo è pari alla minima di Rejkjavik in una giornata in cui i pinguini vanno in giro con la sciarpa). Sì, ho finalmente chiuso la parentesi, che rompipalle che siete. DIcevo, non solo continuo con questa assurda perdita di tempo ma adesso faccio parte di una squadra del sopracitato esercizio fisico. Non per colpa mia. E nemmeno dell’allenatrice, lei non c’entra, anzi. Nel presentare la possibilità di fare questo torneo, era entrata in campo con una testa sanguinante sotto braccio ed aveva detto “L’allenatore del Bracciano ha dato forfeit, quindi c’è un posto vacante nel torneo annuale. Che volete fare?

E che ve lo dico a fare? “ECCOMI!” urlai pregustando ritiri prepartita a base di rutti alla cipolla, schemi difensivi riportabili agli insegnamenti di Mister Bruseghin della vecchia scuola calcio ”Colpisci tutto quello che si muove, se è la palla, va bene lo stesso”, trasferte innaffiate di rosso vino e partite circondate da rosso sangue, maschia solidarietà tra compagni (lo so, faccio parte di una squadra mista, ma posso assicurarvi che almeno due delle nostre donne somigliano più ad un Iveco Turbostar che a Belen Rodriguez) e tornare a casa contento e felice per aver tolto qualche dubbio dalla testa degli avversari, inutile che ci proviate, non potete prorpio passare come codici bianchi.

E invece no. Nulla di tutto questo.

Arriva finalmente la prima partita di campionato. Chi si presenta con la divisa stirata, chi si presenta con le ginocchiere nuove nuove, chi invece con degli schemi di gioco scaricati da quel sito di checche della lega volley. Io e l’allenatrice arriviamo a bordo di un tank. Mimetico. A cingoli, cazzo. Che anche l’asfalto si renda conto che la musica è cambiata! Lasciamo il segno e siamo pronti a lasciarlo anche sulle rotule degli avversari, l’inutile Ladispoli. I nostri due paesi si odiano da tempo immemore e per motivi che entrambe le sponde dell’Aurelia hanno dimenticato nella nebbia di un sonoro “Sticazzi”, ci si odia e basta, come deve essere e senza stronzate varie come possono essere i motivi per i quali uno dovrebbe odiare e bla bla bla e le bombe e tu hai ammazzato nonna e tu sei blu sotto le ascelle e tu hai detto che la Besozzi della 4f cistava e invece no e chissenefrega! Noi siamo noi, LORO non sono noi, quindi Odio, e basta! Meraviglioso nella sua semplicità e commovente per efficacia. Apriamo la porta ognuno con il basco delle nostre fanterie preferite, lei quella del 5° battaglione Ortopedia Spallanzani ed io del 12° Guastatori di Chirurgia Generale, pronti al combattimento. Orrore e raccapriccio. Manca la materia prima di ogni massacro, mancano i figlidiputtana, i lapallaèfuoritihodetto, le pance da sbudellare, le madri da piangere. Mancano gli avversari. Non si sono presentati rinunciando al loro fondamentale ruolo di materia prima.

Non solo. Gli gnavi compagni decidono per un democratico (ossignoredominemio anche solo scrivere questa parola mi fa orrore, come parlare dell’uomo nero ai bambini o delle fiamme gialle a Tronchetti Provera) ripetersi della gara in quanto gli avversari non potevano presentarsi. COME? CHE COSA? Ripetersi della gara? Ma stiamo scherzando? adesso ci alziamo tutti da qui e andiamo a cercarli uno per uno, li staniamo dalle loro comode casette e li decapitiamo su pubblica piazza a monito delle prossime squadre! Sangue! Organi interni portati all’esterno! Usciamoooooooooo.

No.

Siamo rimasti lì, tristi e sconsolati io e l’allenatrice. Nemmeno l’ultimo numero della rivista di Amnesty International è riuscita a farci ridere. Volevamo andare sulla collina sopra Regina Coeli ad urlare ai detenuti ma, guardandoci in faccia, abbiamo capito che nemmeno quello avrebbe aiutato.

Che palle la pallavolo.

 

 

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Ventanni

10 Dicembre 2011 Nessun commento

E’ da molto che non scrivo.

Non che non ne avessi da dire e nemmeno avessi deciso improvvisamente di smettere, semplicemente facevo passare il tempo. Pigramente  e mollemente scivolavo in uno stato di apatia che mi impediva di uscire da quelli che erano i normali binari della quotidianità e mi privavo dell’imprevisto o di quella che era, come in questo caso, una valvola di sfogo ed un divertimento. Il problema è che, accumulando tutta questa pigrizia, poi si finisce a non avere più la forza di uscire dalla propria poltrona a fagiolo, nemmeno per rialzare la testa a controllare se qualcuno se ne è accorto. Questo scritto sarà decisamente diverso da tutti gli altri, vuole essere un tirare fuori e imprimere da qualche parte, se mai ce ne fosse bisogno, che da vent’anni il mondo è privo di Giuseppe Nurra.

Per quelle strane coincidenze che appaiono o che uno vuole a tutti i costi far apparire, qualche settimana fa ho ascoltato una canzone dei Marta sui Tubi, DiVino, che in un passaggio, ripercorrendo cifre che in qualche modo sottolineano la vita (dal numero di lavatrici che si cambieranno alle volte che si batteranno le ciglia) cita “verserai venti litri di lacrime ma di queste solo uno di gioia”. QUesto è un periodo, per me, in cui ho versato molti dei diciannove restanti. Non è nemmeno questo. Mi è capitato di avere dei momenti, di felicità pura o disperazione lancinante nei quali non c’ero. Non c’ero. Semplicemente le emozioni erano talmente forti che l’unico modo per andare avanti, anche fosse semplicemente camminare, era smettere di pensare ed inserire il pilota automatico, fare in modo che quello che siamo, ciò che governa normalmente il nostro cervello, si mettesse seduto da qualche parte e lasciasse fare ad altri quello che va fatto. Che a pensarci a posteriori è definibile anche “fico”, spiego, ricordo una volta in cui mi sono messo a urlare, accorgendomi dopo un pò di tempo che ero io a farlo e la prima cosa che ho pensato è stata “Ohibò”. Davvero. Non credevo si potesse nessmo dire Ohibò nel mondo reale e non in quello dei fumetti.

Ma facciamo un passo indietro e spieghiamo, o cerchiamo di farlo, chi era Peppe.

Peppe era brutto. Secco secco allampanato, un corpo esile da piegatore di origami, già fare delle strutture in cartoncino lo avrebbe fatto sudare, con un capoccione in cima di almeno una taglia più grande del necessario. In mezzo alla faccia un naso adunco che stava giusto giusto sopra una superfice dentaria che avrebbe fatto pagare un mutuo intero a qualsiasi ortodontista, incisivi larghi e canini storti (probabilmente alcuni molari avevano preso il loro posto credendo di migliorare la situazione), capelli riccetti che non volevano saperne di avere un benchè minimo senso anche questi su due occhi titpici di quello che una telefonata ha appena svegliato dopo una settimana che non dormiva. Ah, dimenticavo che i denti erano quasi completamente gialli visto che raramente Peppe non aveva una sigaretta in mano. Brutto in maniera tale da fare torto alle altre persone brutte che, magari, potevano anche essere definite particolari. No, Peppe era onestamente brutto, sgraziato (camminava e si muoveva come Pippo dopo tre ore consecutive passate a fumare canne, e completamente scoordinato.

Ecco, in vita mia, non ho mai conosciuto qualcuno che rimorchiasse come Peppe.

E non disperate all’ultimo stadio, esseri malfatti che non credevano alla loro fortuna quando gli si avvicinava un loro simile, nemmeno incroci impossibili tra scarponi e blatte. Peppe, innanzitutto, era fidanzato con la ragazza più bella della spiaggia, una che poteva farti avere un erezione anche se ti salutava al telefono, ed in più ogni santa sera era accompagnato da sventole che adesso sarebbero in copertina di qualche settimanale o ragazze che non andrebbero nemmeno con un calciatore perchè non abbastanza in alto nella scala sociale. Tipe del genere normalmente entravano in un locale da sole salvo uscirne accompagnate da Peppe che, giusto per mettere in chiaro le cose e per, cavallerscamente, mostrare loro la strada, le portava fuori con una mano sul sedere. Il loro.

Peppe aveva qualcosa. Anni dopo, giocando a Dungeons and Dragons probabilmente lo assocerei al carisma ma non era nulla di così semplice, nulla che potesse essere ottenuto con un dado da venti, era anzitutto una assoluta trasparenza, era così, non cercava di darti un idea di se stesso diversa da quello che era e, la cosa meravigliosa, era che semplicemente potevi definirlo una persona straordinaria. E lui non lo sapeva. Essere suo amico ti faceva essere una persona migliore, la sua compagnia, in qualsiasi possibile ambito, era qualcosa che ti faceva essere diverso. Vicino a lui, insieme a lui, sentivi che avresti potuto fare qualsiasi cosa. Sentivi che era una persona da proteggere ma che, in condizioni normali, avrebbe abbattuto Tyson se solo ti guardava storto.

Sorrideva. Sempre. Anche ora lo sta facendo.

Sono vent’anni che per il resto del mondo non c’è più. Per me non è mai andato via, me lo ritrovo davanti quando ne ho bisogno e quando non ne ho. A volte lo sento nelle orecchie ripetere delle sue frasi tipiche e parole, che non starò a ripetere che lo facevano scoppiare a ridere, le diceva e rideva. E io con lui. E lo faccio tuttora. In momenti che non mi aspetto me lo rivedo davanti a fumare o suggerirmi cose da dire.

Avrei voluto che le mie figlie lo conoscessero e non solo attraverso i miei racconti, avrei voluto presentargli mia moglie, vorrei ancora abbracciarlo. Tornare indietro ed impedirgli di salire in macchina, dare la possibilità al mondo di vedere come potremmo essere di come sia possibile essere persone migliori e felici, per la miseria.

La parte migliore di me, la parte buona della mia anima ha il suo nome e cognome.

Ciao.

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