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Archivio Maggio 2011

Del calcio, dell’infanzia ed altre sciocchezze – Reprise

7 Maggio 2011 Nessun commento

Appartengo ad una categoria di maschi, ex ragazzini, facilmente identificabili. Veniamo definiti, via via che gli anni passano, in maniere sempre più colorite e istrioniche: da ragazzini eravamo semplicemente “pippe”, più avanti avevamo “i piedi fucilati”, gli stessi piedi diventavano “entrambi sinistri”, le nostre gambe erano buone “solo per camminare, e forse nemmeno a quello”.
In breve, non so giocare a pallone.
Adesso, alla folgorante età di 36 anni, bello come il sole nel mio brizzolato clooneyano, con la pancetta pronta (semmai ce ne fosse bisogno) a testimoniare che il mio fisico si mette in movimento solo quel tanto che basta per scolare i fusilli, circondato da persone che da ragazzini erano fulmini della fascia, rapinatori d’area, gatti tra i pali, adesso, dicevo, posso finalmente affermare che non me ne sbatte più una beneamata fava.
Sono circondato da amici che fino a qualche anno fa giocavano ancora. Poi, uno si fa male al menisco. Passano due mesi. Un altro, articolazioni del ginocchio.
Legamenti.
Una parola che, al massimo, può far venire in mente un nodo margherita, qualcosa che serve se ti trovi in barca sotto una bufera. Ci sei tu, l’acqua che soffia dappertutto, il vento fischia talmente forte che non riesci a capire da dove parta, è buio, lampi che, a sprazzi, lasciano intravedere le vele lacere ed il prossimo cedimento dell’albero maestro, tu esci fuori dalla cambusa e senti Ishmael che urla “Serra i legamenti di poppa!”.
Improvvisamente cambi orizzonte e alla parola legamenti associ un tizio vestito di bianco, con una mascherina davanti alla faccia che sta per usare un coltello affilatissimo su di te. Col tuo permesso. E mesi di tutore e fisioterapia.
Improvvisamente ti trovi a vantarti più della tua bravura con Fifa 2006 che di quanto anticipavi l’avversario nei tackle.
Improvvisamente quelli che erano gloriosi ricordi di trofei vinti con la squadretta del paese diventano ricordi tristi.
Per voi.
Io, che quei ricordi non li ho, me ne sbatto alla grande. Anzi. Se penso alla mia infanzia ed al pallone, viene fuori questo.

Ho iniziato a portare gli occhiali in quarta elementare. Se non bastasse, insieme ad un assurda insistenza ad ampliare il mio parco vocaboli e non limitarlo al necessario per definire lo stato di fame, di sete e di apprezzamento per le rappresentanti dell?altro sesso attraverso grugniti e rumori corporali, ha decretato la mia morte sociale.
Sono entrato di diritto, ma con soddisfazione, nella categoria degli sfigati.
Mettiamoci pure che i miei migliori amici erano un ciccione, uno secco e allampanato, uno carino ma balbuziente ed una ragazzina che definire brutta faceva un torto ai brutti. Immaginate una femmina con tutto quello che avevano le altre ma in ordine sparso, con caratteristiche casuali. Spiego, gli uomini trovano carino un nasino piccolo e all’insù, delle poppe grandi e generose e dei capelli lisci e setosi? Bene, lei di piccolo aveva le orecchie, il naso era grande e generoso, i peli del naso erano lisci e una continua, lieve sudorazione gli conferiva un aspetto setoso.
Intorno a noi ruotavano tutta una serie di sfigati in prestito da altri paesi o nerd temporanei (capitava che a distanza di tempo qualcuno diventasse popolare per i più svariati motivi, perché imbattibile nello sputare lontano, perché dei genitori permissivi gli concedevano il motorino anzitempo o per sopraggiunta inevitabile bellezza. Capita), ma noi restavamo sempre gli stessi.
Unici.
I soli, a mia conoscenza, a giocare a Star Trek, a riuscire a giocare una partita di pallone per quasi mezzo pomeriggio coi portieri volanti e farla finire zero a zero (tanto per dire con quale precisione di tiro avete a che fare), a sapere che se avevi bisogno di aiuto, basta che non ci fosse da fare a botte con qualcuno (in quel caso, il secco scappava, il ciccione piangeva, la brutta sveniva ed il balbuziente faceva ridere. Cercate di capire, dalla mie parti la fase preparatoria alle botte, quella della presa per il culo e dell?insulto creativo, era fondamentale. Il balbuziente ci metteva mezz’ora a rispondere ad un classico “sei crema di fogna e schiuma di cesso”, e per quando articolava una risposta udibile e comprensibile a tutti, le nostre mamme avevano già chiamato per la cena), tutti erano pronti a darti una mano.

Litigai con loro una sola volta, ma al punto da decidere di non voler avere più nulla a che fare con loro, avrei cambiato tutto nella mia vita.
Decisi di fare il provino per la scuola calcio.
Assurdo, eh?
Nel mio paese la scuola calcio era l’equivalente del Rotary o della P2, non potevi entrarci semplicemente iscrivendoti, dovevi sudartela. Dovevi meritarla.
Gli attaccanti dovevano essere in grado di colpire la palla sinistra di un passero in volo, i portieri dovevano poter fermare la corsa di un Alfasud (per la categoria pulcini, bastava una 600), le ali dovevano essere in grado di fare tredici giri di campo sudando un massimo di quattro gocce, i centrocampisti dovevano far sembrare corti i lanci di Holly e Benji, i difensori centrali dovevano presentarsi alle selezioni con la testa di un parente.
Il capitano della squadra era Mazzoleni Guido, la più grande testa di cazzo intorno al metro che sia mai esistita. A dieci anni aveva già al faccia devastata dai brufoli, una condanna passata in giudicato e varie malattie veneree, ma con il pallone tra i piedi, accidenti a lui, era Giovanni il Battezzatore.
Mi presentai alle selezioni e, passate due ore ininterrotte di risate da parte dei presenti, si mossero a compassione e mi permisero di entrare nel campo di gioco. Scalzo.
Il giardiniere, Consolo Ragionier Alberto (non era ragioniere, aveva fatto si e no due anni di asilo salvo essere espulso per una storiaccia di contrabbando, si chiamava così perché la madre aveva letto una targa su un portone e, Ragionier, “sarà anche un nome straniero, ma l’è proprio un bel nome”, il prete, mosso a compassione, aggiunse anche Alberto, in onore di Ascari), minacciò di “attaccare i miei piccoli ma già avvizziti testicoli al primo treno in partenza per Vaffanculo” se osavo anche solo pensare di sollevare una zolla del sacro manto erboso con i miei “piedi buoni solo per correre verso il paese delle teste di cazzo” da cui, sicuramente, provenivo. Quindi, scalzo.
Guardo fiero Ragionier e dico “anche Pelè ha iniziato scalzo”.
Tira fuori un sigaro toscano, lo insaporisce passandoselo sui piedi, e mi risponde “Ragazzo, quelli come te sono dedicati a grandi imprese” -dice mentre mi gira intorno squadrandomi – “hai dei piedi buoni per farci salcicce ma dalla tua hai una straordinaria testa di cazzo, se ti impegni potrai essere il più grande fallito del paese e superare anche Guidetti che ha investito tutti i suoi soldi in videoregistratori Betamax”, e se ne va augurandomi buona fortuna.
Ok, posso spuntare la voce “buoni auspici ed incoraggiamenti” sulla lista Giornata Di Merda.
L?allenatore ci mette tutti in fila e, da buon sergente dei marines, ci dice di non aver mai visto un simile mucchio di inutile e putrida massa carnosa. Guido Firlin fa l’errore della sua vita mettendosi a piangere, lo mandano via a calci sulle gengive, non prima di averlo usato come barriera vivente per l’allenamento alle punizioni di Gaiatto Benito, detto Sputnick (da quando ha fatto perdere le tracce di un pallone che aveva calciato in aria, le cose sono due: o l’ha messo in orbita geostazionaria, o quando ritornerà giù sarà per annunciare l’apocalisse), quel che fu riconsegnato alla madre non bastò nemmeno per il funerale, i resti di Firlin furono sepolti dentro una confezione di Nesquick.
L’allenatore decideva il tuo ruolo semplicemente guardandoti negli occhi, per i difensori, guardava quelli delle teste che avevano sottobraccio.
Per capire quanto avevano sofferto. Apprezzava anche la presenza, al posto delle comuni gambe, di un bel paio di cingoli.
Arrivato il mio turno disse “Spalti. Tifo. Ma solo sciarpa, con quella faccia ti dovrebbero spiegare anche come funziona una bandiera”.
Mentre stavo per rispondere in maniera sarcastica, e porre così fine alla mia vita terrena, vedo in lontananza i miei amici che mi sorridono e tengono in mano le mie orecchie finte da Signor Spock, e mi fanno cenno di andare con loro. Tutto finito, tutto dimenticato.
Li saluto, sorrido all’allenatore e faccio per andarmene.
Mi giro e, davanti a me, un pallone.
Signori, per quanto pippa, rimango un italiano ed un italiano non può in nessuna maniera resistere all’atavico impulso di calciare qualsiasi cosa di forma anche solo lievemente sferoidale che gli si pari davanti.
Tiro una crocca che nemmeno la cannonata di mezzodì dal gianicolo verso la porta. Piglio pieno il palo, il rimbalzo finisce contro un cingolo di un difensore, prende velocità e becco preciso sulla regione occipitale destra Mazzoleni Guido, che stramazza al suolo. Panico. Terrore. Improvviso desiderio di morte.
Il Mazzoleni si tira su con la memoria completamente azzerata e, ricordando solo l’ultima parola che ha visto prima della botta, si decide, ed è deciso tuttora, di essere un ballerino di Tango.
Io sto scappando dalla fatwha che mi hanno lanciato da allora.
Il calcio fa male.

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