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Archivio Aprile 2010

A diciott’anni mi imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana

17 Aprile 2010 3 commenti

Un mese. Stiamo insieme da un mese.
Sono sotto casa sua dieci minuti prima dell’orario fissato per il nostro appuntamento e l’aspetto per l’inevitabile ritardo. Le apro la porta del pub dove andiamo a sentire musica, ordino per lei e pago il conto.
La ascolto. Sempre. E con viva attenzione.
E’ incredibilmente bella, molto più di quanto un tipo come me possa sperare di avvicinare. Una dea, lo dicono tutti, così come ridono del mio comportamento con lei. Sono un lord inglese, sono un maggiordomo, il ragazzo ideale da presentare a casa.
Lei mi sorride, mi accarezza mentre passeggiamo a braccetto, le sue labbra si stampano spesso sulle mie guance.
Un giorno la vado a prendere a casa, in mano ho un pacchetto. Un libro, guarda la combinazione.
“Ciao!” Mi accoglie splendida, come sempre. Gonna scozzese, maglioncino in tinta, scarpette lucide. Gli starebbe bene anche un sacco di juta ma fa finta di non saperlo. Invece lo sa benissimo. 
Vede il pacchetto e gli occhi brillano. “Per me?”, dice con femminile malizia.
Andiamo in camera sua, vuole aprirlo lontano da occhi indiscreti.
Lo scarta.
Dentro una scatola rigida che faceva immaginare ben altro, trova una copia consunta e semistrappata de “Il piccolo principe”
Mi guarda incredula e sorpresa, la curiosità leggermente superiore alla delusione.
Abbasso gli occhi.
“Da piccolo ho avuto un brutto incidente. Quando mi sono svegliato dal coma, le prime parole che ho sentito sono state quelle del dottore: l’operazione è riuscita, ma non sappiamo se potrà  camminare ancora. Ho cercato di fingere di dormire ancora, ma sono stato tradito dalle lacrime”.
Lei si avvicina.
“Per mesi sono stato bloccato a letto. Un giorno entra mia zia Luciana. Tutti abbiamo una zia strana in famiglia, Luciana è quella che la sorte mi ha dato. Mi porta un libro, questo libro. Non parla, non dice nulla, mi bacia sulla fronte e va via. Sempre sorridendo”.
Lei mi abbraccia.
“Forse avevo solo bisogno di questo per scegliere di guarire, per continuare a vivere. Questo libro è sicuramente la cosa più preziosa che ho. E voglio l’abbia tu”. Non trattengo una furtiva lacrima.
Dovrei continuare, ma mi prende per le spalle, vengo spinto sul letto e tutto quel che vedo è un turbinio di vestiti in aria.

E’ matematica.

Funziona tutte le volte.

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Piedi buoni

8 Aprile 2010 2 commenti

Appartengo a una categoria di maschi, ex ragazzini, facilmente identificabili. Veniamo definiti, via via che gli anni passano, in maniere sempre più colorite e istrioniche: da ragazzini eravamo semplicemente “pippe”, più avanti avevamo “i piedi fucilati”, gli stessi piedi diventavano “entrambi sinistri” e le nostre gambe erano buone “solo per camminare, forse nemmeno a quello”.

In breve: non so giocare a pallone.

Adesso, alla folgorante età di quarant’anni, bello come il sole nel mio brizzolato clooneyano, con la pancetta pronta (semmai ce ne fosse bisogno) a testimoniare che il mio fisico si mette in movimento solo quel tanto che basta per scolare i fusilli, circondato da persone che da ragazzini erano fulmini della fascia, rapinatori d’area, gatti tra i pali, adesso, dicevo, posso finalmente affermare che non me ne sbatte più una beneamata fava.

Sono circondato da amici che fino a qualche anno fa giocavano ancora. Poi capita che Piero si faccia male al menisco e Mario prenda un insaccata alla schiena. Passano due mesi ed Enrico, articolazioni del ginocchio. Improvvisamente tutti smettono. Hanno paura di una parola.

Legamenti.
Una parola che, al massimo, può far venire in mente un nodo margherita, qualcosa che serve se ti trovi in barca nel bel mezzo di una bufera. Ci sei tu, il tuo fido impermeabile giallo con cappellino integrato, acqua che soffia dappertutto, il vento fischia talmente forte che non riesci a capire da dove parta, è buio, lampi che, a sprazzi, lasciano intravedere le vele lacere e il prossimo cedimento dell’albero maestro, altri marinai vengono gettati fuori bordo dalla furia delle onde, tu esci fuori dalla cambusa e senti Ishmael che urla:

“Serra i legamenti di poppa!”.

Improvvisamente cambi orizzonte e alla parola “legamenti” associ un tizio vestito di bianco, con una mascherina davanti alla faccia che sta per usare un coltello affilatissimo su di te.

Col tuo permesso. E mesi di tutore e fisioterapia.

Dopo tutto questo ti trovi a vantarti più della tua bravura con Fifa 2006 che di quanto anticipavi l’avversario nei tackle. Quelli che erano gloriosi ricordi di trofei vinti con la squadretta del paese diventano ricordi tristi. Per voi. Io, che quei ricordi non li ho, me ne sbatto alla grande. Anzi. Se penso alla mia infanzia e al pallone, viene fuori questo.
Ho iniziato a portare gli occhiali in quarta elementare. Se non bastasse, insieme ad un’assurda insistenza ad ampliare il mio parco vocaboli e non limitarlo al necessario per definire lo stato di fame, di sete e di apprezzamento per le rappresentanti dell’altro sesso attraverso grugniti e rumori corporali, ha decretato la mia morte sociale. Ora, non mi ritengo certo un piccolo Lord e non andavo in giro per il paese scortato da un carro a quattro ma se hai di fronte Mantegazzi Rino detto Setola di Porco e, per sfortunata combinazione, detta setola è inspiegabilmente convinta che i tuoi organi interni intrecciati a forma di fiore sarebbero un regalo perfetto per il compleanno della sua mamma, beh, saper coniugare verbi nei giusti tempi non salva i tuoi intestini dall’essere usati come palloncini.

Potete capire per quale motivo ero, con soddisfazione, nella categoria degli sfigati.
Mettiamoci pure che i miei migliori amici erano un ciccione, uno secco e allampanato, uno carino ma balbuziente e una ragazzina che definire brutta faceva un torto ai brutti. Immaginate una femmina con tutto quello che avevano le altre ma in ordine sparso, con caratteristiche casuali. Spiego, gli uomini trovano carino un nasino piccolo e all’insù, delle poppe grandi e generose e dei capelli lisci e setosi? Bene, lei di piccolo aveva le orecchie, il naso era grande e generoso, i peli del naso erano lisci e una continua, lieve sudorazione gli conferiva un aspetto setoso.

Intorno a noi ruotavano tutta una serie di strani personaggi presi in prestito da altri paesi o nerd temporanei, capitava che a distanza di tempo qualcuno diventasse popolare per i più svariati motivi, perché imbattibile nello sputare lontano, perché dei genitori permissivi gli concedevano il motorino anzitempo o per aver imparato a sputare e ruttare contemporaneamente. Caspita, di questa capacità Bruseghin Alfio ne aveva tirato addirittura fuori un mestiere, al mio paese era famoso come Causio. Come dicevo, personaggi del genere ci ruotavano sempre attorno anche solo per rendersi conto che loro, al nostro confronto, non erano poi così messi male. Loro cambiavano, se ne andavano ma noi restavamo sempre gli stessi.

Unici.
I soli, a mia conoscenza, a giocare a Star Trek, a riuscire a giocare una partita di pallone per quasi mezzo pomeriggio con i portieri volanti e farla finire zero a zero (tanto per dire con quale precisione di tiro avete a che fare), a sapere che se avevi bisogno di aiuto, basta che non ci fosse da fare a botte con qualcuno (in quel caso, il secco scappava, il ciccione piangeva, la brutta sveniva e il balbuziente faceva ridere. Cercate di capire, dalla mie parti la fase preparatoria alle botte, quella della presa per il culo e dell’insulto creativo, era fondamentale. Il balbuziente ci metteva mezz’ora a rispondere ad un classico “sei crema di fogna e schiuma di cesso”, e per quando articolava una risposta udibile e comprensibile a tutti, le nostre mamme avevano già chiamato per la cena), tutti erano pronti a darti una mano.

Litigai con loro una sola volta, ma al punto da decidere di non voler avere più nulla a che fare con loro, avrei cambiato tutto nella mia vita. Avevamo appena iniziato una delle nostre avventure della missione quinquennale, quel giorno dovevamo esplorare il pianeta delle Modelle Di Intimo Di PostalMarket. Aspettandomi la solita nota di rimprovero del Tenente Uhura, ero pronto ad annotarla a matita sul diario di bordo quando il mio pilota, il secco, prende la parola e mette in discussioni i miei ordini.

“Oggi era in programma lo scendere sul Pianeta Dove Sono Tutti Come Quello Della V^B, lo avevamo promesso al Tenente”.

Ammutinamento! Un umile sottoposto atto solo al manovrare una ridicola levetta e due pulsantini disegnati con l’uni posca, si permette di dire a me, il capitano dei capitani, colui che combatte coi lucertoloni e vince, combatte con le amebe spaziali e vince e che ha la responsabilità di quattro, e dico quattro, membri dell’equipaggio e che, unico nella via, possiede un televisore a colori, no, dico, a colori, questa sottospecie di verme strisciante della terra si permette di mettere in discussione i miei ordini? Ma siamo pazzi?

“Tenente Checov, arresti immediatamente il Tenente Sulu e lo metta nella buca prigione, inseguito sarà equamente processato, giustamente giudicato e inevitabilmente condannato a morte, esegua”

Successe una cosa imprevedibile: alla iniziale ribellione del timoniere Sulu si unì anche quella del mai specificato ruolo di Checov.

“Capitano, non posso eseguire, quello che ha riferito il mio collega risponde al vero, mi rifiuto di eseguire gli ordini e le anticipo che è inutile richiedermi indietro la figurina di Benetti che mi ha regalato ieri perché l’ho già attaccata sull’album e se lo strappo mia mamma si arrabbia”.

Inutile dire che Uhura se la godeva come una matta alla visione di questi due ufficiali ancora nemmeno prepuberali che si apprestavano ad un Pon-Farr tutto per lei.

Senza nemmeno dire una parola mi alzai e con grande signorilità me ne andai dando loro solo lo spettacolo delle mie spalle, freddo e duro come il marmo. Sentivo che stavo per scoppiare in lacrime, ma se l’avessi fatto sarebbero state lacrime dure come quelle di Clint Eastwood.

Il mio mondo era crollato, tutto quello che avevo se ne era andato via in un battito di ciglia e niente l’avrebbe riportato indietro. Ero confuso, triste e solo. Dovevo fare qualcosa di assurdo e spettacolare per dimostrare che ero ancora qualcuno ed insieme, fargliela pagare.

Decisi di fare il provino per la scuola calcio.

 Nel mio paese la scuola calcio era l’equivalente del Rotary o della P2, non potevi entrarci semplicemente iscrivendoti, dovevi sudartela. Dovevi meritarla.
Gli attaccanti dovevano essere in grado di colpire la palla sinistra di un passero in volo, i portieri dovevano poter fermare la corsa di un Alfasud (per la categoria pulcini, bastava una 600), le ali dovevano essere in grado di fare tredici giri di campo sudando un massimo di quattro gocce, i centrocampisti dovevano far sembrare corti i lanci di Shingo Tamai e i difensori centrali dovevano presentarsi alle selezioni con sottobraccio la testa di un parente.

Il capitano della squadra era Mazzoleni Guido, la più grande testa di cazzo intorno al metro che sia mai esistita. A dieci anni aveva già la faccia devastata dai brufoli, una condanna passata in giudicato e varie malattie veneree, ma con il pallone tra i piedi, accidenti a lui, era Giovanni il Battezzatore.

Mi presentai alle selezioni e, passate due ore ininterrotte di risate da parte dei presenti, si mossero a compassione e mi permisero di entrare nel campo di gioco. Scalzo.
Il giardiniere, Consolo Ragionier Alberto (non era ragioniere, aveva fatto sì e no due anni di asilo salvo essere espulso per una storiaccia di contrabbando, si chiamava così perché la madre aveva letto una targa su un portone e, Ragionier, “sarà anche un nome straniero, ma l’è proprio un bel nome”, il prete, mosso a compassione, aggiunse Alberto in onore di Ascari), minacciò di “attaccare i miei piccoli ma già avvizziti testicoli al primo treno in partenza per Vaffanculo” se osavo anche solo pensare di sollevare una zolla del sacro manto erboso con i miei “piedi buoni solo per correre verso il paese delle teste di cazzo” da cui, sicuramente, provenivo. Quindi, scalzo.
Guardo fiero Ragionier e dico

Anche Pelè ha iniziato scalzo”.

Tira fuori un sigaro toscano, lo insaporisce passandoselo sui piedi e mi risponde “Ragazzo, quelli come te sono dedicati a grandi imprese” -dice mentre mi gira intorno squadrandomi – “hai dei piedi buoni per farci salcicce ma dalla tua hai una straordinaria testa di minchia, se t’impegni, bada che dovrai impegnarti davvero tanto, potrai essere il più grande fallito del paese e superare anche Guidetti Aurelio che ha investito tutti i suoi soldi in videoregistratori Betamax”, e se ne va augurandomi buona fortuna.

Ok, posso spuntare la voce “buoni auspici e incoraggiamenti” sulla lista Giornata Di Merda.
L’allenatore ci mette tutti in fila e, da buon sergente dei marines, ci dice di non aver mai visto un simile mucchio di inutile e putrida massa carnosa. Guido Firlin fa l’errore della sua vita mettendosi a piangere, lo mandano via a calci sulle gengive, non prima di averlo usato come barriera vivente per l’allenamento alle punizioni di Gaiatto Benito detto Sputnick da quando ha fatto perdere le tracce di un pallone che aveva calciato in aria. Le cose sono due: o l’ha messo in orbita geostazionaria o quando ritornerà giù, sarà per annunciare l’apocalisse. Il poco che fu riconsegnato alla madre non bastò nemmeno per il funerale, i resti di Firlin furono sepolti dentro una confezione di Nesquick.
L’allenatore decideva il tuo ruolo semplicemente guardandoti negli occhi, per i difensori, guardava quelli delle teste che avevano sottobraccio per capire quanto avevano sofferto. Apprezzava anche la presenza, al posto delle comuni gambe, di un bel paio di cingoli.

Arrivato il mio turno disse

Spalti. Tifo. Ma solo sciarpa, con quella faccia ti dovrebbero spiegare anche come funziona una bandiera”.

Stavo per rispondere in maniera sarcastica e porre così fine alla mia vita terrena, quando vedo in lontananza i miei amici che mi sorridono sventolando la maglietta del pigiama che da sempre è parte integrante dell’uniforme del bravo capitano spaziale, e mi fanno cenno di andare con loro. Tutto finito, tutto dimenticato.

Li saluto, sorrido all’allenatore e faccio per andarmene.

Mi giro e, davanti a me, un pallone.

Signori, per quanto pippa, rimango un italiano ed un italiano non può in nessuna maniera resistere all’atavico impulso di calciare qualsiasi cosa di forma anche solo lievemente sferoidale che gli si pari davanti.

Tiro una bomba che nemmeno la cannonata di mezzodì dal gianicolo verso la porta. Piglio pieno il palo, il rimbalzo finisce contro un cingolo di un difensore, devia direzione grazie all’influsso maligno di un aliseo, acquista velocità e prendo preciso sulla regione occipitale destra Mazzoleni Guido, che stramazza al suolo.

Panico.

Terrore.

Improvviso desiderio di morte. La mia. Autoinflitta o da parte di tutto il paese in rigoroso ordine alfabetico.

Il Mazzoleni si tira su con la memoria completamente azzerata e, ricordando solo l’ultima parola che ha visto prima della botta, si decide, ed è deciso tuttora, di essere un ballerino di Tango.

 

Io sto ancora scappando dalla fatwha che mi hanno lanciato da allora. Per questo, e per tanti altri motivi che non sto qui a spiegarvi, sono qui a dirvi queste cose e, per questo, vi ho raccontato la mia storia. Per darvi la Verità assoluta.

 Il calcio fa male.

Quelli sugli zebedei, di più.

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Partita di torneo

7 Aprile 2010 1 commento

Come spiegato qualche post fa, gioco a pallavolo. Ora, per chiunque abbia passato i 40 e non si chiami Dino Zoff, Pluto Aldair o Gabriel Pontello, qualsiasi tipo di sport o attività ludico ricreativa che comporti il dispendio di energie e lo scorrere di gocce di sudore, l’usare una frase come “gioco a ” è assolutamente sbagliato. Più corretto sarebbe dire che si tenta disperatamente di seguire le assurde ed incalcolabili evoluzioni di una stronzissima sfera di plastica (la pallavolo è sport non-maschiale, quindi non ci si merita nemmeno una palla di cuoio, materiale da veri uomini. Tranne quando viene usato come abbigliamento per una reunion dei Village People), presa a manate da altri fessi come te. Dopo i 40, il concetto stesso di sforzo fisico è ridisegnato e questo per due motivi ben distinti:

  1. Inevitabilmente, dopo aver raccontato il giorno agli amici non presenti le tue imprese sportive della sera prima, senti il bisogno di nasconderti dalla vergogna per le oscene esagerazioni;
  2. Durante la partita, se una delle tue compagne di squadra sta bevendo, tu non gli guardi le tette approfittando che non possa vederti ma guardi la bottiglia sperando rimanga acqua anche per te.

Ora, per ragioni imperscrutabili (in realtà ragioni più che ovvie, in tutti i gruppi c’è quello che si sente Pelè dopo aver azzeccato un colpo di tacco o, nel nostro caso, Zorzi se riesce a fare una schiacciata. A tipi del genere, nulla vale ricordare che un tabellino di 1/35 non gli aprirà le porte della serie A1 e, a stento, potrebbe aprirgli anche quelle di un privè durante la famosa serata tributo dei Village People, egli, l’essere implume, ne narrerà per settimane come se dopo quella schiacciata il mondo sia diventato un posto migliore, la benzina sia scesa improvvisamente e la Bombazzi, ritrovando per caso una vecchia agendina, abbia richiamato tutti i vecchi compagni di classe che non si era trombata all’epoca per fare finalmente giustizia e mettere in pari i conti.

Tutto questo per dire che nella nostra squadra abbiamo Sandro, ragazzo simpatico, per carità la vita, ma che ha preso leggermente sul serio le nostre partite di allenamento. Immaginatevi un Filini che sia riuscito, una volta nella vita, a schiacciare contro il megadirettore. E chi lo potrebbe fermare? Ora, andargli a spiegare che quel giorno l’incarnazione del megadirettore, tal Marco di 198 cm di altezza, era seriamente infortunato tanto da non poter saltare e non poter sollevare contemporaneamente le braccia e che la sua presenza all’allenamento era solo da imputarsi ad una visita improvvisa della suocera e dalla conseguente e più che comprensibile necessità fisica di mettere quanti più metri possibile tra se stesso e lei. Anche con un una vertebra lussata, una discopatia in atto, il gesso ad un braccio, un tutore al ginocchio e, tanto per finire, anche una acidità di stomaco degna del Lambro dopo lo tsunami di petrolio causa impepata di cozze.

Inutile parlarne, Sandro non sente ragioni. Quella palla l’ha presa dopo una angelica elevazione durante la quale lui è entrato in connessione con il tutto universale e  gli sono stati rivelati altri segreti di Fatima (il fatto di trovarsi a Cerveteri era del tutto ininfluente), dopo quella schiacciata, Rocco Siffredi ha avuto per un attimo una sensazione come di inadeguatezza. Inutile dire che dopo quella, di schiacciata non ne ha presa più una. Il proseguio della partita è stato solo un imbarazzante susseguirsi di palle mancate, palle mandate a rete, palle che pur di non farsi toccare si autobucavano. Ma tutto gli scivolava addosso come lacrime nella pioggia su una cintura di Orione al largo di Tannhauser. In fiamme. Vabbè, quello che era. Da allora lui era la pallavolo. E dato che, purtroppo, la pallavolo non è sport individuale, ci ha iscritti TUTTI ad un torneo con altri brizzolati sovrappeso di paesi vicini.

Ieri sera c’è stata la prima, imbarazzante, partita.

Gli avversari erano la Dinamo Lungolago. Si allenano da 124 anni, tutti i giorni. Non ci si entra per iscrizione ma per invito e l’invito deve essere sottoscritto almeno da un cardinale in attività e previa raccomandazione di Julio Velasco. I requisiti per entrarvi sono 2 metri di altezza minima, due metri di apertura alare, due metri di elevazione in salto, non due metri di pisello, ma il tutto deve essere comunque ben proporzionato.  Magliette in uranio impoverito sponsorizzate da Mediaset Premium, scarpe fatte su misura dalla Mizuno, acconciature rese aerodinamiche dopo numerosi test in galleria del vento. Privata.

Tutti uguali. Tutti fichissimi.

Entrano in campo e la nostra allenatrice inizia a piangere, il nostro pubblico cambia istantaneamente bandiera, le nostre speranze che la nostra autostima non crolli come un azione Lehman Brothers, ridotte a zero. Noi abbiamo magliette tutte diverse, la migliore, ed unica sponsorizzata è la mia ma reca la scritta “Festa della Birra di Trinità D’Agultu – 1998″, quindi, non conta. Il più alto di noi sfiora una loro rotula, il più bello di noi viene usato come bastoncino per rimuovere il fango da sotto le loro scarpe.

Inizia il riscaldamento. Iniziamo a piangere.

Ma a questo punto, l’etrusco ingegno e l’empatica connessione tra cialtroni hanno la meglio e facciamo l’unica cosa che sia possibile fare in questi casi: scappiamo come nemmeno avessimo i partecipanti della famosa reunion alle calcagna, saltiamo tutti in macchina lasciando il solo Sandro in mezzo al campo a tentare una giustificazione.

Morale della favola: a 40 anni è decisamente meglio lo sport raccontato che quello giocato, fidatevi.

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