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Archivio Giugno 2007

The weather man is in

29 Giugno 2007 3 commenti
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The barman is in – Adesso si spiega tutto

28 Giugno 2007 2 commenti
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La verità, tutta la verità. Possino cecamme.

22 Giugno 2007 5 commenti


Come commento sarebbe stato troppo lungo.
Il dono della sintesi, come ormai avrete capito, lo hanno dato a quello che era in fila dietro di me al momento della distribuzione delle anime, prima della nascita.
A me hanno dato doppia dose di magnetismo animale.
A Giovannino solo doppia di maiale e una di vitella. No, grazie, niente patate che ingrasso. Condimento a parte.

Dicevo,
Saluto e bacio la dolce Marilena che in questi giorni si è presa cura di me nel momento del bisogno, mentre gli altri mi sfilavano il piatto da sotto il naso, bavosi affamati pronti a cibarsi delle mie carni nemmeno fossimo precipitati sulle Ande o fossimo ex democristiani.
Capitolo abbigliamento.
Prima di partire per Milano, e a Milano, si sa, c’è sempre la nebbia, piove, tira vento e ci sono i pirati, guardo, come suggerito dalla scritta fluorescente che amici di Daniele mi avevano dipinto sul soffitto di casa, le previsioni del tempo.
Accendo il televisore e becco una tavola rotonda tra Giuliacci di canale 5, il moschettiere dell’aereonautica del secondo, quel torsolo di mela con la faccia da primo della classe sul Rai uno e la salma riesumata del colonnello Bernacca, battersi un cinque alto e sentenziare:
“Sabato e domenica, sul settentrione, farà freddo e pioverà. Cazzo, ve lo diciamo noi, potete fidarvi”.
L’avessero mai fatto.
Poco ci mancava che mettessi in borsa pure i Moon Boot.
Parto con finti calzini di cotone (sulla confezione c’era scritto “cotone anche d’inverno!”, avrà pure un significato), jeans, polo a maniche lunghe e giubbottino di jeans.
A stazione termini incrocio nudisti, persone vestite solo di foglie di palma, gente che va in giro con una doccia portatile, bambini che si tuffano dentro i congelatori dei gelati.
Mi guardano tutti come fossi scemo.
Gli mostro il biglietto per Milano. In coro mi dicono “copriti che lì fa freschetto”.
Siamo schiavi dei luoghi comuni.
In treno, l’aria condizionata era sparata a duemila e le bocchette sono a lato finestrino, il mio. Il risultato era che la metà lato finestrino del corpo era a temperatura polare, la restante veleggiava verso Sharm el Sheik.
L’abbigliamento di Max Pezzali, a fianco a me, traeva in inganno, pantaloncini e maglietta, ma lui è, se non ricordo male, di Brescia e Brescia non è Milano dove fa freddo, piove e c’è la nebbia (si sa) anche a ferragosto.
Comunque, arrivo in orario a Milano (segno che lui, anzi, LUI, è stato privato anche dell’unica ragion d’essere che aveva), poi ci metto solo mezz’ora non tanto per fare un totale di otto fermate di metropolitana, ma tanto per schivare giocatori di tre carte, hare khrisna, lottatori di lucha libre in pensione, sciancati che danno informazioni a pagamento (non richieste, tra l’altro), tanto precisi che volevano mandarmi da un’altra parte e farmi pagare di più il biglietto.

Capitolo pranzo.
Io, dalla nascita, ho un pessimo rapporto con le maestranze della ristorazione. Per loro ho la stessa valenza che avrebbe un residuo decomposto di cacca di mosca sul finestrino di una Arna usata guidata da un sosia di Craxi.
In breve, non mi si filano di striscio.
Visto che Daniele c’ha portato a mangiare in self service (prendi il tuo bravo vassoietto, da solo fai tutto, anche prendere una mozzarellina che costa quanto ripianare il debito del Rwanda, rifare il guardaroba a Michelle Pfeiffer e comprarsi l’Alitalia), dove l’unica cosa che dovevi fare servito era prendere un cazzo di piatto di patate al forno.
Io e Battista siamo stati quasi venti minuti lì davanti.
Niente, nada, la signora è andtata a pisciare, ha fatto una partita a ramino via internet con uno di Buenos Aires, si è fatta il computo INPS delle mensilità che la dividono dalla pensione e poi, ma solo molto ma molto poi, si è accorta della nostra presenza e ci ha dato due cazzo di piatti di patate.
Morale della favola, sono arrivato che gli altri avevano quasi finito.
Daniele schiumava, ma il mio povero corpicino bramava l’inserimento di carboidrati e proteine e non potevo deluderlo.
Alla fine, convinto dal mirino laser della sua glock, ho finito al volo.

Mi prendo, inoltre, il merito della bella presentazione del piatto “Patrizio” in quanto l’ho convinto io a sbarbarsi. Nell’albergo dove eravamo, oltre ad una vasta scelta di film porno, c’era anche un rasoio e della crema da barba usata per radersi.
Forse anche il rasoio lo era, ma ormai..
Faceva una così bella impressione che, scesi nella reception, la ragazza al bancone se l’è guardato e si è messa al collo un biglietto il suo numero di telefono. Era un 144, però.

Mando ancora un bacio a Marilena e Cinzia che sono ragazee fantastiche rovinate solo dai propri mariti.

Specie Marilena..
Venire a scoprire da un innocuo commento che anche Daniele è stato circuito da quella nave scuola che era Vale vent’anni fa.
Che anche lui, come tutti noi, è stato usato come mero giocattolo sessuale e gettato alle ortiche quando non era più possibile stillarne altra forza vitale.
Cosa che ora questa mantide si appresta a fare con Matteo..

MATTEO!!
RESISTI!
DACCI SOLO UN SEGNALE E NOI LANCIAMO L’OPERAZIONE “NO, NO, L’ANELLO NO, SCORDATELO”, IL PIANO B E’ “MATTEO, VUOI SPOSARMI? NO, ATTACCATE AR CIUFOLO”
(ciufolo è solo perchè lo legge anche Rosanna, poi mi si incaz.. arrabbia)
In un attimo ti preleviamo, ti diamo una nuova identità e ti paracadutiamo a Bahia dove vivrai felice con serate a base di pesce topa (una specialità locale), lontano da chi non vuole che suggere i tuoi istinti vitali, privandoti della naturale gioia di vivere che naturlamente possiedi.
Matteo,
fatte servì.

Rendete conto de chi te metti in casa.

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Matrimoni come se piovessero

20 Giugno 2007 25 commenti


La faccio breve e la prendo corta.

Vent’anni fa, un gruppo di giovini implumi e belli come il sole, ancora non rovinati dalla vita e dalle cattive compagnie, si puntarono il dito contro l’un l’altro dichiarandosi vicendevolmente: “tu sei amico mio”.
La vita e le cattive compagnie, purtroppo, ci hanno però raggiunti e, chi prima chi dopo, ci siamo sposati. Vuoi per gli anni che passano, vuoi perchè i 40 sono drammaticamente vicini, eccolo lì che quest’anno è un fiorire di nozze.
L’ultimo a capitolare è stato Enrico.

Nota a margine: MATTEO! SEI TUTTI NOI, RESISTI!

Abitando ai confini dell’impero, mi sveglio fresco come una rosa e pronto come una entrata sul menisco di Materazzi, alle 4,20 del mattino.
Passano venti secondi dalla sveglia, primo sms di Daniele: “sei partito?”.
Capitolo Daniele.
Esso è la strana unione, connubio tra anime diverse. Una sarda ed un siculo che si amano, si sposano e, senza tener conto delle conseguenze, decidono di dare al mondo un erede in quel di Milano. Combinazioni simili non potevano che dare vita a Daniele.
Esso non si spettina anche se attraversa un tifone forza 12. Non suda nemmeno dopo dieci chilometri di corsa. Ha un aura protettiva intorno a sè che non fa sgualcire i vestiti che indossa e li rende non solo idrorepellenti ma anche antimacchia.
Ulteriore effetto collaterale è l’aver una maniacale cura del dettaglio e dell’organizzazione.
Al matrimonio di Battista, un mese fa, nessuno fece caso ai fogli e all’acetato che occhieggiavano dalla sua giacca. Era il piano A.
Lui già sapeva, lui aveva già previsto tutto.
Probabilmente ci aveva pesati e misurati per calcolare la disposizione che avremmo dovuto avere in macchina onde ottenere il massimo bilanciamento e l’ottimale consumo di carburante.
Tutti noi siamo sicuri che, nel momento in cui gli abbiamo chiesto di organizzare le nostre vite per due giorni, ha ululato di gioia alla luna (a dire il vero, l’ipotesi più accreditata è stata quella che avesse abusato di una pratica che, alla lunga, dicono faccia diventare ciechi, ma sono solo dicerie. Che faccia diventare ciechi. Se così fosse io non riuscirei mai a staccarmi da Bubi, il mio cane guida).

Comunque.
Lancio la sveglia contro l’armadio con sonora riprovazione da parte della mia signora e decido di sfruttare la fondamentale funzione “snooze”, quella che ti dà altri cinque minuti di sonno.
Ne passano tre.
Il cellulare squilla.
Daniele Cell- “Dove sei?”.
“Ciao Dani, sono in bagno a fare la barba”, dico con ancora la parte dinistra del viso affondata nel cuscino.
“Non dire cazzate ed alzati dal letto”.
Occappero. “Dani, sono davvero in bagno, aspetta che ti faccio sentire l’acqua” e giù uno sputazzo per terra.
Il suo tono di voce sale di diverse ottave. Improvvisamente si accende anche la luce, solo quella della mia abat jour, quella di Rosanna rimane spenta.
“Ciccio, piantala di fare lo stronzo. Ti ricordi la puntura che hai sentito ieri mentre eri in fila alla Coop? Ti è stato iniettato un tracciante radioattivo. Ho un satellite puntato solo su di te, sappi che per le prossime sette ore sarai solo un puntino blu che fa bip sul mio monitor. Adesso alza il culo!”

Salve a tutti, vi presento Daniele.

Mi lavo velocemente ma a fondo, come appare scritto nello specchio imperlato di vapore. Evito le macine del Mulino Bianco (le trovo tutte sbriciolate) e faccio una “rapida ma sostanziosa colazione”, come consigliato dalla scritta sul panetto di burro, a base di marmellata e fette biscottate.
Esco, arrivo alla stazione, cerco il binario.
Sms. “Binario 3, cazzone”.
Chissà se adesso brillo al buio.
Prima di salire sul treno, la mia attenzione è catturata da delle macchinette self service sui binari per la distribuzione dei gelati. Faccio per avvicinarmi, il capostazione mi blocca, ha un auricolare nel padiglione sinistro “non provarci nemmeno, hai già fatto colazione”, mi intima. Poi guarda verso l’alto e sorride.
Salgo in carrozza e mi metto seduto. Posto finestrino.
Adesso ci vuole un pò di musica e riposo. Chiudo gli occhi, li riapro e mi accorgo di aver passato già anche Firenze.
Mi guardo attorno. Il passeggero accanto a me è Max Pezzali.
Sgrano gli occhi per la sorpresa, sto per dire qualcosa, una delle classiche frasi stronze da tirar fuori quando incontri uno famoso ma lui mi blocca.
“Mi ha mandato nel caso ti si scaricassero le batterie dell’iPod”.
Oh, mamma!

Milano.
Ci ritroviamo tutti insieme e Daniele è visibilmente soddisfatto.
Mangiamo qualcosa, ci si cambia e si parte per un paesello a punta di casino in quel del piemontese che dirvi non so.
Tenuta del Sole.
Matrimonio di Enrico.
Lo odio.
Lo odio, lo odio, lo odio.
Ha un bellissimo vestito, dei capelli perfetti, l’espressione riposata (d’accordo, figlia di chissà quale sostanza derivante dall’indubbio vantaggio di essere anestesista) ed è, accidenti a lui, un bel ragazzo.
Da cosa me ne sono accorto?
E’ il primo matrimonio dove gli invitati sotto i 40 sono in netta prevalenza donne. Tutte belle.
Tutte incredule e pronte ad approfittare di una possibile incertezza o ripensamento improvviso al momento del sì. Una in particolare la accompagnano fuori dopo che ha tentato di sostituirsi alla futura sposa.

Ari nota a margine: Matteo, non fare cazzate. Resisti!

La sposa sorprende tutti uscendo da una porta laterale. Bellissima.
Il papà visibilmente commosso. E’ un signore con dei lunghi capelli bianchi, l’aria tranquilla di chi è felice per la felicità della figlia, accenna anche una lacrima. Dopo aver accompagnato la figlia si avvicina ad Enrico e gli sussurra “trattala male e manderò alcuni ragazzi fatti di crack a fare un lavoretto medievale al tuo culo”. E gli fa un buffetto sulla guancia.

Vi giuro.
In tanti anni che vado ai matrimoni, tante cerimonie alle quali ho assisito, ho beccato preti logorroici, preti che parlano tanto, assessori con la fretta, preti che parlano parlano parlano, consiglieri comunali che si impappinano, preti con il leggio personale, sindaci freschi di lampada e preti ossessionati dal suono della propria voce.
Bene, il sindaco che li ha sposati, lo voglio.

Poco ci mancava che insieme alla fascia tricolore avesse anche il fiore che spruzza e mettesse sulle sedie degli sposi il cuscino scureggione.
Un mito.
Nemmeno inizia a leggere e già manda in vacca tutta l’organizzazione chiedendo agli sposi di spostare le sedie e di mettersi fronte pubblico, conrariamente ad anni, anni e secoli di tradizione.
La wedding planner, schiumante di rabbia fa per terminarlo con una padella per friggere ma viene bloccata per tempo.
“Sono troppo belli, è giusto che li vediate” è la ragione che regala al mondo.
Signore e signori, sono cavoli nostri, questo si crede Fiorello.
Annuncia come momento “emozionantissimo” quello in cui darà lettura degli articoli di legge, mima la gag della sparizione degli anelli, chiede che qualcuno obietti qualcosa prima della proclamazione del matrimonio. Sta per farne un’altra quando intravede il padre della sposa mettere mano al cellulare e riconosce il suono del tasto “M” di Marcellus sulla rubrica, quindi desiste.
Li dichiara marito e moglie.
Non li fa andare via.
Ha scritto una poesia. E, per la miseria, cascasse il mondo ma la leggerà.
Io non la ricordo ma era qualcosa tipo

nel viaggio dell’amor,
sei sempre nel mio cuor,
dei miei pensieri sei il fior,

comunque, basta che andate su uno qualsiasi dei blog di Tiscali colle poesiole per farvi un idea dello schiantamento di palle seguito da imbarazzo e incredulità che o’sindaco ha creato nei presenti.

Notina a margine: Matteo, renditi conto di chi ti metteresti dentro casa, non farlo!

La serata scivola via benissimo grazie anche al vinello che ha il suo perchè. La presenza di una piscina richiede il suo tributo che prontamente viene pagato. Uno dei bagnanti si avvicina a Patrizio il quale, ringhiando, gli fa capire che “non è il caso”, l’altro fa per accostarsi a Daniele ma due SEAL sbucano dalle siepi vicine e lo incaprettano prima che arrivi a mezzo metro da lui.

Nota piacevole della serata.
Ad un certo punto mi sono accorto di essere circondato da belle ragazze che mi ascoltavano.
Nota spiacevole.
Erano tutte sposate.

La festa finisce verso le 4,30. Torniamo a Milano intenzionati a farci una birretta prima di andare a dormire. A Corsico, dove alloggiamo, è tutto chiuso, giriamo un pò e troviamo solo una cosa aperta: ci facciamo largo tra tossici in attesa del metadone e mignotte a fine turno e arriviamo ad un baracchino ambulante. Questo, come ci vede vestiti a festa e ci sente parlare straniero, lancia un sincero ringraziamento al santo protettore dei rincoglioniti fuori casa e, per quattro birrette e quattro panini ci spara una cifra con la quale manterrà gli studi di tutta la sua prole.

Mi accorgo, al solito, di essermi tanticchia dilungato. La chiudo qui rinnovando gli auguri agli sposi.

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The Doctor is in – Da domani cambio titolo, mi hanno preso sul serio

19 Giugno 2007 2 commenti
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The doctor is in – Next generation 2.0

18 Giugno 2007 1 commento
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The doctor is in – Capitolo secondo

12 Giugno 2007 6 commenti


Adesso sono quasi le sei del pomeriggio.
Il losco figuro non si era palesato lunedì e la sua faccia bonaria da raccontatore di barzellette al limite dell’umano non si era vista nemmeno stamattina.
Ma oggi, come diceva la timida Rossella, è un altro giorno.

Apro negozio alle 16,30.
Non ho ancora finito di tirare su la serranda che mi sento un presenza intorno. Nei telefilm, di solito, o è un serial killer psicopatico (ma io dovrei essere una aitante ragazzotta pettoruta e poco vestita e, con tutta la buona volontà, non rispondo nemmeno ad “aitante” della descrizione sopracitata), o è un messaggero di sventura.
Nel mio caso è entrambi.

Sempre a tre millimetri dalla mia faccia (il fatto che quando mi si è avvicinato ero di schiena non ha disteso i nostri rapporti), mi sorride e mi saluta “Buonasera”.
Occhebello, psicopatico ma educato, magari il trinciapolli che nasconde sotto la giacchetta è anche disinfettato, non si sa mai mi dovesse attaccare qualche brutta malattia mentre mi squarta.
Apro la porta, lui dietro.
Vado nel retrobottega e lui anche.
Poco carinamente dico “Senta, io dovrei andare al bagno, mi segue anche lì?”.
Vedo un lampo di speranza negli occhi che viene subito spento dal ringhio sommesso che inizio a fare. Troppo tardi capisco che potrebbe eccitarlo ulteriormente ma, fortunatamente per la mia vita, o la mia virtù, così non è. Quando torno, lo trovo comodamente seduto, con una MIA rivista in mano.

Se la legge tranquillamente, giusto per far sentire la sua presenza, ogni tanto rutta. Ma così, in amicizia.

Cinque minuti fa, finalmente, si alza.
Regalandomi la frase che leggete in foto.

Il mio è un mestiere difficilmente definibile.

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Ogni mattina si svegliano un furbo ed un fesso. Bush si sveglia sempre secondo

12 Giugno 2007 2 commenti


Puoi anche essere l’uomo più potente della terra (anche se tua moglie sostiene il contrario), puoi essere a capo di quello che viene considerato il più grande paese del globo terracqueo.
Puoi essere tutto quello che ti pare.
Quando esci da casetta tua, sei un caspita di americano in vacanza come tutti gli altri.
E fai le cazzate tipiche dell’americano in vacanza.

A Roma t’avranno sicuramente venduto la moneta con scritto “Cesare, 33 AC”, sei certamente tornato a casa con il certificato d’acquisto della Trevi’s Fountain, il tutto con una di quelle caspita di camicette hawaiane che vi danno in dotazione quando lasciate New York, i sandaletti di cuoio e i pantaloncini bianchi.

Siete americani. C’è poco da fa.

Poi fate gli spiritosi. A Napoli non ci volete andare perchè Napoli brutta, Napoli tutti ladri, pizza camorra e mandolino.
E non ci andate.

La seconda tappa europea la fate in quella che d’ora in poi diventa la mia nazione preferita: L’Albania.
Ti fanno fare quello che tu non puoi fare mai a casetta tua sennò ti sputano pure le cocce dei lupini: il bagno di folla. E tu lo fai.
Potrai pure esse er mejo fico der bigonzo ma sei sempre n’fio daa america, voi mette co sarkozy che armeno se presenta m’briaco aa ee conferenze stampa? altra cosa.

Sicuramente non leggi questo blog, ci mancherebbe altro. Ma sappi che sei il mio eroe.
Tu che gli hai fregato l’orologio.
Lui allunga le mani verso di te con l’arroganza del capo, anzi che non gli avessero dato anche pacchi di pasta da lanciare, chiaramente nessuno gli ha allungato bambini da baciare, sempre americano è.
Tu sei lì. Magari lo guardi anche in faccia.
L’occhio è veloce ma la mano lo è di più. Zacchete.

Sei il mio eroe.

Io non lo so come si fanno quei carinissimi quadratini di you tube, andate sul link al sito di repubblica e guardate il filmato.

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The doctor is in – In tempo reale

9 Giugno 2007 5 commenti


Tanto non ci avreste creduto, per questo la foto.
Io sono in negozio. Una signora sta scegliendo un epilatore da acquistare, scelta difficile tra uno che va a ghiaccio, uno che soffia aria fredda, uno con il riduttore bikini ed un altro, il modello Mozambo che, a differenza degli altri, tra le dotazioni ha addirittura dei pettini, come i tagliacapelli.
Non ci voglio nemmeno pensare.
Comunque.
Mentre sto parlando con questa signora (nemmeno lei può fare a meno della fatidica domanda “quale di questi fa meno male?”. Risposta che deve necessariamente prescindere da quella che darei io “eccheccazzo ne so, io non mi depilo le gambe e non mi faccio chiamare Edvige dopo le 23″), dicevo, mentre parlo con questa signora, entra questo tipo che ha una rivista in mano, sorride e si piazza a tre millimetri da me.
Lo guardo. La signora, imbarazzata, fa altrettanto.
Silenzio da parte sua.
“Posso aiutarla in qualcosa?” – faccio io –
Pensato ma non detto, “se mi dai la ricetta, ti ci vado io in farmacia a prenderti il prozac che mi sa tanto che l’hai finito”.
Lui sorride.
Evvai, signori, abbiamo un simpaticone.
La signora, che scopro essere alquanto scafata (forse lei sì che si fa chiamare Edvige dopo le 23), gli si rivolge con un tatto elisabettiano:
“A coso, o ce dici che cacchio vòi o te lèvi che m’ho da depilà pè stasera”
(EDVIGE! Da quanto tempo!)
Lui continua a sorridere ma con un piccolo cambiamento, mi si avvicina.
Ancora.
Sta per parlare. Ciccio, adesso come adesso non mi aspetto da te nulla di diverso che il terzo segreto di Fatima. In alternativa puoi dirmi come caspita fa Copperfield a far sparire la statua della libertà. Guarda, mi accontento anche della vera età di Andreotti.
“Ha mica una sedia?” è invece la frase che regala al mondo.
La prendo e la metto davanti al bancone, lui ci si siede e legge la sua rivista.
Riprendo la vendita dell’epilatore con lo sfondo visivo occupato da questo tutto contento di leggersi Focus.
Non fosse che improvvisamente sente un bisogno.
Non quello che credete voi, evidentemente si sente in colpa di aver occupato il nostro spazio vitale ed interrotto una fondamentale trattativa affaristico-pilifera (“ma come ce lo faccio l’inguine cò sto coso?” eccome ce lo dovrai fa? ma chi sò io, er Depilatore Mascherato? Mica penserete che la Braun ci manda dei dvd con le istruzioni per una perfetta depilazione inguinale, oddio, magari lo facesse, ma non lo fa, maledetti a loro) e sente quindi che deve ripagare il tempo che gli abbiamo concesso in qualche modo.
Di punto in bianco si mette a raccontare una barzelletta.
E non vi dico, una di gran classe. Non ve la racconto ma sappiate che c’era un uccello (e qui, già potete immaginare), un toro (chevvelodicoaffà), una mucca (chissà quale sarà il suo ruolo, mah?) e l’immancabile mucchio di cacca, che tanto ha dato all’umorismo italico grazie alle mille pellicole natalizie.

Se la ride da solo mentre io e la Edvige (ormai smascherata) rimaniamo un aggettivo di quelli che fanno tanto fico, una cosa tipo basiti o attoniti.

E si rimette a leggere, ormai pago.

Edvige mi guarda con tutta la compassione del mondo.
“pensavo de fà un mestieraccio, ma me sà che te me freghi”

Lo credo anche io, Edvige mia.
E non gli ho raccontato di quella che mi ha chiesto se sul televisore ci stava meglio il sale grosso o quello fino, di quello che voleva un televisore che facesse vedere TUTTO Pippo Baudo, e non solo un pezzetto (“d’accordo che è alto, ma le volte che riesco a vederlo tutto, dalla testa ai piedi, sono pochissime”), e non vi dico quante altre.

Per la cronaca, mentre scrivo, è ancora qui.
Se non metto in linea un altro post tra mezz’ora, sapete cosa fare.

(Eccheccazzo, improvvisate, vi devo dire tutto io?)

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