Archivio

Archivio Novembre 2006

D..Annozero

25 Novembre 2006 2 commenti


Antonio mi ha inviato un post e io, colpevolmente, l’ho trovato solo oggi…
Unica scusante e quella che sono sempre off-line a casa, quindi scusatemi.
Bapablo

Ho visto Totò Cuffaro in TV da Santoro. Dopo mesi di inviti a partecipare, alla fine ci è andato per davvero. Per scherzare sulla mafia si è messo pure la coppola.
Potenza dei simboli.
La mafia che da sempre ha tramato nel silenzio, negoziando con la politica e imponendo le sue regole dove lo stato era più debole, ora non si nasconde più. Qualcosa è cambiato nell?era della ?post-televisione?. E? necessario ritagliarsi uno spazio anche in TV. Riposizionamento strategico. Restiling dell?immagine. Basta con i volti corrucciati di Provenzano e Riina. La Mafia non è poi così cattiva. Ora è più rassicurante. Paffutella. Sorride di più.
Totò e i suoi amici non fanno poi nulla di male. Se in Sicilia ha preso unmilioneottocentomilavoti un motivo ci sarà. La gente chiede lavoro e sicurezza e se lo stato latita ci pensa la Mafia. Totò colma un vuoto, ora anche in TV.
Nel reportage di Annozero un padre di famiglia con dodici figli chiedeva disperatamente lavoro. Un altro spiegava che il suo ?core business? erano le rapine in appartamenti. Ci teneva a differenziarsi dai precari che facevano gli scippi. Inoltre era anche impegnato in opere benefiche perché aiutava una ragazza madre con due figli che aveva perso il marito.
Ignoro quali fossero le intenzioni degli autori del reportage.
Nello studio ?Un Giudice? spiegava con disarmante semplicità che in Italia i processi sono talmente lunghi che non arrivano mai alla fine perché nel frattempo sopraggiungono gli indulti, le amnistie, i condoni. Altro che riti abbreviati. Con buona pace di chi le regole le rispetta e vorrebbe continuare a rispettarle. Totò puo aspettare la sentenza di favoreggiamento a Cosa Nostra con tutta tranquillità. Se il favoreggiamento è semplice, lui è già ?indultato?!!
C?era pure un Marco Travaglio ?allucinato? che dopo aver ricordato tutte le accuse e gli atti processuali con la solita dovizia di particolari, ha notato che la faccia di Totò era sempre la stessa. Sorride e rimanda le accuse al mittente. Gli fa fare la figura del patetico ?rompicoglioni? ed alla fine regala la coppola al conduttore?..Quando si dice ?Impotenza della Televisione?!!! D..Annozero!!
A questo punto mi sorge spontanea una domanda. Ma Valerio Staffelli a chi consegnerà il Tapiro d?oro??…Io mi candiderei?e voi??

Ma basta piangere. La TV ci insegna che bisogna sorridere sempre.
La parola d?ordine è una sola??..Ridere?.e RIDEREMO

?.Voi che date conforto e lavoro
Eminenza Vi bacio e vi imploro
Chille durme cun Mamma e cun Me?.che crepa de rabbia chè chiss? caffè!!

Don Raffaè- Fabrizio De Andrè

Categorie:Senza categoria Tag:

Le parole che non ti ho detto (ma che avrei dovuto dirti)

23 Novembre 2006 Nessun commento


Ho trentasette anni.

Considerando che inizierò a vivere tra esattamente tre anni, non voglio farmi cogliere impreparato o con dei conti ancora in sospeso da questo importante avvenimento.
Nella vita di ciascuno di noi ci sono delle frasi che avremmo voluto dire e che non abbiamo detto: risposte pungenti sfiorate di un soffio, discussioni interminabili e sfiancanti che potevano finire in un secondo o poco più, soddisfazioni che potevamo toglierci o che, meglio, potevamo non dare.

Queste sono le mie. Le prime due.

“Beh, che avevi dodici anni ed eri un cesso, adesso ne hai diciotto ma sei una stro**a”
Prima media.
Ogni mattina che il cielo manda in terra, sui miei capelli si svolgeva lo sbarco in Normandia, impossibile pettinarli. Mettiamoci anche un paio di occhiali di montatura assurda e grandi quanto un insegna ipercoop, buttati lì, più che poggiati, su un testone grande abbastanza da avere un proprio centro di gravità.
In breve, ero qualcosa di inguardabile.
Nonostante questo, per motivi che sfuggono ancora l’umana comprensione, verso la fine del quadrimestre inizio a ricevere misteriosi bigliettini con farfalle colorate.
Che diventano fiorellini.
Che mutano inevitabilmente in cuoricini.
Firmati “V”.
Se prima mi prendevano per il culo solo i bulli della classe, adesso si erano aggiunti al club anche i bidelli, parte del corpo docente e tutte le attrezzature sanitarie, spazzolone compreso.
Fermo restando che, almeno a quei tempi, i normali frequentatori dei primi anni delle medie erano, senza dubbio alcuno, dei grandissimi deficenti: pensavamo solo al pallone, a chi ruttava più forte, a quale macchina ci saremmo comprati da grandi e in quale squadra avremmo giocato, i nostri eroi erano Gentile e Cuccureddu, Anastasi e Campardo (quest’ultimo non un giocatore di calcio ma un concittadino che non faceva un passo senza dire cazzo, porca troia o vaffanculo. Ai nostri occhi di ragazzini era l’equivalente di Martin Luther King).
Pensieri che comprendevano l’universo femminile ci erano completamente alieni, le ragazze non erano ragazze, erano Le Femmine. Detto così, con l’articolo e l’iniziale maiuscola.
Notevolmente infastidito, chiedo in giro.
Trovo la mittente dei bigliettini (non ho dovuto faticare più di tanto, esistono forse, a quell’età, dei segreti in grado di durare più di sette secondi?) e la sbircio.
Passano giorni e la situazione peggiora. Ormai si passa dalla risatina sommessa alla palese e dichiarata presa per il culo. Come entro nel corridoio della scuola tutti iniziano a comportarsi come i fidanzatini di Peynet sotto ectasy, la prof. Alibrandi di italiano ne approfitta sguaiatamente per strusciarsi contro il prof. Beditta di ginnastica, i bidelli si abbracciano, le porte si piegano e formano dei cuori, striscioni con cupidi e angioletti cadono dal soffitto, supplenti che buttano petali di rosa davanti a me.
Non ne posso più.
Anni di statistiche sportive recitate a memoria, il titolo di pisciatore più lontano della scorsa estate e, soprattutto, l’essere stato l’unico ad avere avuto il coraggio di arrampicarsi sul silos di Poggio Rosso (e tornarne indietro senza fratture apparenti), buttati nel cesso. Un ragazzino finito.
La affronto.

Vado da lei, la guardo negli occhi e, lievemente incazzato gli dico “Non mi rompere più le palle”.
Bullet time, come in Matrix. Il tempo si ferma, una telecamera ci gira intorno.
Succede una cosa che in anni non avevo mai pensato potesse succedere, una cosa che, santa pace, non poteva assolutamente essere prevista, nessuno lo aveva mai fatto, non lo aveva mai fatto nemmeno Gianni Viani che era caduto dalla bicicletta fratturandosi due costole e procurandosi le croste più invidiate da tutta la via, nemmeno Mauro Sila il cui padre, in un attimo di incazzatura totale e incontrollabile, scoprendo che aveva spinto Gianni Viani giù da una scarpata, gli aveva tirato la bici in un fosso, beh, nemmeno lui lo aveva fatto. Nessuna delle persone che popolavano il mondo lo aveva mai fatto, non ero pronto, non ero preparato, non c’era storia, non c’era precedente, non potevo sapere!

Si mette a piangere.

Occazzo.
Lì faccio quello che ogni bravo ragazzo avrebbe fatto.
Mentalmente mi tuffo in un pozzo profondissimo, lontano da qualsiasi cosa, con un adeguata scorta di giornaletti e pizza bianca.
Rimango inebetito a guardarla.
Poi me ne vado.

Passano sei anni, ne ho quasi diciotto.
Un’età in cui non sei un uomo e non sei un ragazzo. Sei un ormone.
Hai talmente tanti ormoni in circolo che hanno sostituito anche la funzione dei globuli rossi, se ti facessero gli esami non potresti correre il tour de france per almeno altri sette edizioni. Pensi costantemente al sesso, quando non ci pensi, lo sogni.
Sono sull’autobus che mi sta portando a scuola.
Entra una bionda.
Silenzio. Da parte di tutti, pure dell’autista.
Si sentono addirittura le gocce di bavetta cadere a terra.
Ci guarda, MI guarda.
“Ciao Paolo, ti ricordi di me?”
Passo in rassegna tutti i paginoni centrali di PlayMen, se non sbaglio sei Miss Luglio, ti piacciono i cani, le gite in barca e la pallavolo. Ma come sai chi sono io? Stai a vedere che il Grande Fratello esiste davvero.
Cazzo, davvero dalle riviste hard dovevano iniziare il controllo globale?
“Sono V.”
V for Vendetta, avrei pensato anni più tardi.
“Anni fa mi hai fatto piangere, adesso credo che vorresti piangere tu”.
Fa una lenta giravolta su se stessa per farsi ammirare.
Dario, al mio fianco, sviene. Intorno a Massimo ci sono dei signori vestiti di bianco, uno di loro urla “Carica a duecento! Libera!”. Franco chiede all’autista “C’è mica un bagno che avrei una cosa urgente da fare?”.
Con una voce che Susan Sarandon avrebbe invidiato, mi dice:
“Adesso che hai da dire?”

Niente, ma quello che avrei voluto dirgli, lo avete già letto.

“Lei è una vecchia st**nza, inacidita dalla sua stessa st***zaggine rimessa in circolo tutte le volte che si morde la lingua. Lei conferma il vecchio assioma veteromaschilista secondo il quale, se avesse trovato qualcuno disposto a sc***rla tanti anni fa, quando un volenteroso ubriaco, tappandosi il naso e chiudendosi gli occhi poteva correre il rischio di trovarla almeno gradevole, adesso di fronte a me ci sarebbe Mary Poppins e non l’incarnazione antropomorfa di un golem di me**a nella quale anni ed anni di assoluta lontananza dal ca**o, l’hanno trasformata”
Alla Professoressa Nardi, insegnante di matematica alle superiori, praticamente ogni secondo di tre, lunghissimi anni, durante i quali la vita ci ha visti vicini e contrapposti.

Io, della vita, non ho capito granchè (eufemismo)

21 Novembre 2006 7 commenti


Negozio di elettrodomestici, il mio, interno giorno.

Protagonista: io, distrutto dal lavoro e dalle preoccupazioni per quell’insignificante termine denominato “fine mese” che tanto attanaglia schiere di giovini come me. Brizzolato, addominali tartarugati (per dieci/quindici giorni li ho avuti anche io) solo un ricordo, ma ancora me la batto.
Sono dietro il bancone tutto intento a prezzare delle meravigliose quanto inutili spazzole rotanti (fa tanto Goldrake, lo so), quando entra lui.

L’antagonista: Non conosco il suo nome ma sarà qualcosa tipo Torquato, Bruno, qualcosa che abbreviato fa Cecco, forse non lo chiamano, non lo nominano mai come fosse Voldemort. Jeans firmato stretto che fa straripare la panza (impossibile descriverla in altro modo) tanto da nascondere il bottone e parte della lampo, camicia chiassosa elegantemente aperta sul torace in modo da mostrare al mondo il crocefisso classificatosi al terzo posto al concorso “oggetto pacchiano 2005“, occhiali da sole che nemmeno Ciccio Graziani, capelli che sudano brillantina pettinati all’indietro.

Entra.
Non accenna minimamente ad una forma verbale o non verbale di saluto.
“M’hanno mannato qua”
Pensato ma non detto “Ad essere mandato da qualche parte, ormai, c’avrai fatto l’abitudine”.
Mi faccio forza, mentre in testa analizzo, con la forza dell’esperienza, come potrà svolgersi la conversazione.
“In che posso aiutarla?”
Lancia, non poggia, non adagia, ma lancia sul bancone un mazzo di chiavi e, signorile come un Pari d’Inghilterra, esclama ad un volume di voce tale che lo avrete sentito anche voi, ovunque siate,
“Cambiaje la batteria, me c’ha mannato er commercialista mio che è venuto da ieri naa pizzeria mia e che c’ha oo stesso MERCEDES (l’ha detto così, maiuscolo) mio e puro a lui nun je funziona, eccheccazzo”.
Doveva essere la prima volta in almeno quindici giorni che esprimeva un concetto così articolato e lungo senza metterci una parolaccia, l’”eccheccazzo” era d’obbligo, caspita, c’ha una reputazione da difendere.

Apro la chiave, Mercedes, attaccata ad un portachiavi Mercedes.
Sul portachiavi c’è la più bella targhetta che abbia mai visto, c’è scritto “Chiavi del Mercedes”.

Cambio le batterie, due.
“Eccheccazzo, ce ne vonno due? Epporcamignotta (tutto attaccato) e quanto cazzo me costa sta machina (una sola c)?”
Io, stolto, rispondo pure “Guardi sono solo quattro euro”

Strabuzza gli occhi.
Allarga le braccia.
Prende fiato. In pratica crea un risucchio tale che nemmeno nei film di fantascienza quando si rompe un portello d’astronave nello spazio.
Smette addirittura di modellarsi il pacco, operazione che non ha interrotto nemmeno per un attimo da che ha messo piede in negozio, in pratica la sua mano destra è rimasta come incollata ai pantaloni, mimando la presenza di una forma di DAS nelle tasche ed il conseguente, continuo modellamento dello stesso tentando, forse di dargli la forma del partenone.
“MA CHE SEI SCEMO? M’HAI DA FA’ LO SCONTO!”
Su quattro euro?
Pure Fiorello ci scherza su, santa pace, sei sceso da quello che, nonostante la timida riservatezza che ti contraddistingue, la gente riconosce subito essere un mercedes, hai sei chili tra oro e corallo che ti penzolano dal petto, e rompi le palle per lo sconto su quattro euro?
Accenno un timido “Non è che possa fare lo sconto su quattro euro, cosa gli potrei togliere?”
E lui, rinfrancato dallo spiraglio “anche dieci centesimi vanno bene, basta il pensiero”.
Occavolo, come per i compleanni.

Distrutto, cedo.
Batto uno scontrino da 3,90 euro.
Se ne va soddisfatto. Lo posso dire per certo perchè allontanandosi, la sua parte migliore esprime sonoramente la propria soddisfazione.

Sto mettendo a posto quando mi accorgo di una cosa.
M’ha pure fregato il cacciavite.

Io della vita non ho capito un cazzo.
Basta eufemismi.

Categorie:Senza categoria Tag: , , , ,

Le parole che non ti ho detto – Parte prima

7 Novembre 2006 3 commenti


Ho trentasette anni.
Sì, sarà l’incipit dei miei post ancora per parecchio tempo.
Considerando che inizierò a vivere tra esattamente tre anni, non voglio farmi cogliere impreparato o con dei conti ancora in sospeso da questo importante avvenimento.
Nella vita di ciascuno di noi ci sono delle frasi che avremmo voluto dire e che non abbiamo detto: risposte pungenti sfiorate di un soffio, discussioni interminabili e sfiancanti che potevano finire in un secondo o poco più, soddisfazioni che potevamo toglierci o che, meglio, potevamo non dare.

Queste sono le mie.

“Beh, che avevi dodici anni ed eri un cesso, adesso ne hai diciotto ma sei una stronza”
Prima media.
Ogni mattina che il cielo manda in terra, sui miei capelli si svolgeva lo sbarco in Normandia. Impossibile pettinarli, mia madre ci rinunciò alcuni anni prima. Mettiamoci anche un paio di occhiali di montatura assurda e grandi quanto un insegna ipercoop, buttati lì, più che poggiati, su un testone grande abbastanza da avere un proprio centro di gravità.
In breve, ero qualcosa di inguardabile.
Nonostante questo, per motivi che sfuggono ancora l’umana comprensione, verso la fine del quadrimestre inizio a ricevere misteriosi bigliettini con farfalle colorate.
Che diventano fiorellini.
Che mutano inevitabilmente in cuoricini.
Firmati “V”.
Se prima mi prendevano per il culo solo i bulli della classe, adesso si erano aggiunti al club anche i bidelli, parte del corpo docente e tutte le attrezzature sanitarie, spazzolone compreso.
Fermo restando che, almeno a quei tempi, i normali frequentatori dei primi anni delle medie erano, senza dubbio alcuno, dei grandissimi deficenti: pensavamo solo al pallone, a chi ruttava più forte, a quale macchina ci saremmo comprati da grandi e in quale squadra avremmo giocato, i nostri eroi erano Gentile e Cuccureddu, Anastasi e Campardo (quest’ultimo non un giocatore di calcio ma un concittadino che non faceva un passo senza dire cazzo, porca troia o vaffanculo. Ai nostri occhi di ragazzini era l’equivalente di Martin Luther King).
Pensieri che comprendevano l’universo femminile ci erano completamente alieni, le ragazze non erano ragazze, erano Le Femmine. Detto così, con l’articolo.
Notevolmente infastidito, chiedo in giro.
Trovo la mittente dei bigliettini (non ho dovuto faticare più di tanto, esistono forse, a quell’età, dei segreti in grado di durare più di sette secondi?) e la sbircio.
Passano giorni e la situazione peggiora. Ormai si passa dalla risatina sommessa alla palese e dichiarata presa per il culo. Come entro nel corridoio della scuola tutti iniziano a comportarsi come i fidanzatini di Peynet sotto ectasy, la prof. Alibrandi di italiano ne approfitta sguaiatamente per strusciarsi contro il prof. Beditta di ginnastica, i bidelli si abbracciano, le porte si piegano e formano dei cuori, striscioni con cupidi e angioletti cadono dal soffitto, supplenti che buttano petali di rosa davanti a me.
Non ne posso più.
Anni di statistiche sportive recitate a memoria, il titolo di pisciatore più lontano della scorsa estate e, soprattutto, l’essere stato l’unico ad avere avuto il coraggio di arrampicarsi sul silos di Poggio Rosso, buttati nel cesso. Un ragazzino finito.
La affronto.

Vado da lei, la guardo negli occhi e, lievemente incazzato gli dico “Non mi rompere più le palle”.
Bullet time, come in Matrix. Il tempo si ferma, una telecamera ci gira intorno.
Succede una cosa che in anni non avevo mai pensato potesse succedere, una cosa che, santa pace, non poteva assolutamente essere prevista, nessuno lo aveva mai fatto, non lo aveva mai fatto nemmeno Gianni Viani che era caduto dalla bicicletta fratturandosi due costole e procurandosi le croste più invidiate da tutta la via, nemmeno Mauro Sila il cui padre, in un attimo di incazzatura totale e incontrollabile, scoprendo che aveva spinto Gianni Viani giù da una scarpata, gli aveva tirato la bici in un fosso, beh, nemmeno lui lo aveva fatto. Nessuna delle persone che popolavano il mondo lo aveva mai fatto, non ero pronto, non ero preparato, non c’era storia, non c’era precedente, non potevo sapere!

Si mette a piangere.

Occazzo.
Lì faccio quello che ogni bravo ragazzo avrebbe fatto.
Mentalmente mi tuffo in un pozzo profondissimo, lontano da qualsiasi cosa, con un adeguata scorta di giornaletti e pizza bianca.
Rimango inebetito a guardarla.
Poi me ne vado.

Passano sei anni, ne ho quasi diciotto.
Un’età in cui non sei un uomo e non sei un ragazzo. Sei un ormone.
Hai talmente tanti ormoni in circolo che hanno sostituito anche la funzione dei globuli rossi, se ti facessero gli esami non potresti correre il tour de france per almeno altri sette edizioni. Pensi costantemente al sesso, quando non ci pensi, lo sogni.
Sono sull’autobus che mi sta portando a scuola.
Entra una bionda.
Silenzio. Da parte di tutti, pure dell’autista.
Si sentono addirittura le gocce di bavetta cadere a terra.
Ci guarda, MI guarda.
“Ciao Paolo, ti ricordi di me?”
Passo in rassegna tutti i paginoni centrali di PlayMen, se non sbaglio sei Miss Luglio, ti piacciono i cani, le gite in barca e la pallavolo. Ma come sai chi sono io? Stai a vedere che il Grande Fratello esiste davvero.
Cazzo, davvero dalle riviste hard dovevano iniziare il controllo globale?
“Sono V.”
V for Vendetta, avrei pensato anni più tardi.
“Anni fa mi hai fatto piangere, adesso credo che vorresti piangere tu”.
Fa una lenta giravolta su se stessa per farsi ammirare.
Dario, al mio fianco, sviene. Intorno a Massimo ci sono dei signori vestiti di bianco, uno di loro urla “Carica a duecento! Libera!”. Franco chiede all’autista “C’è mica un bagno che avrei una cosa urgente da fare?”.
Con una voce che Susan Sarandon avrebbe invidiato, mi dice:
“Adesso che hai da dire?”

Niente, ma quello che avrei voluto dirgli, lo avete già letto.

“Lei è una vecchia stronza, inacidita dalla sua stessa stronzaggine rimessa in circolo tutte le volte che si morde la lingua. Lei conferma il vecchio assioma veteromaschilista secondo il quale, se avesse trovato qualcuno disposto a scoparla tanti anni fa, quando un volenteroso ubriaco, tappandosi il naso e chiudendosi gli occhi poteva correre il rischio di trovarla almeno gradevole, adesso di fronte a me ci sarebbe Mary Poppins e non l’incarnazione antropomorfa di un golem di merda nella quale anni ed anni di assoluta lontananza dal cazzo, l’hanno trasformata”
Alla Professoressa Nardi, insegnante di matematica alle superiori, praticamente ogni secondo di tre, lunghissimi anni, durante i quali la vita ci ha visti vicini e contrapposti.

n.d.r. vista la lunghezza mi sono visto costretto ad aggiungere un “parte prima” al titolo. Ce ne saranno altri. Inoltre, ho capito come si mette il grassetto in questa stupida tiscalese maschera bloggosa. Sono molto orgoglioso di me stesso.

Categorie:Senza categoria Tag: , , ,

Cari fottutissimi amici

3 Novembre 2006 2 commenti

Trentasette.
Mettiamola così, ho ancora tre anni prima di iniziare a vivere. Per ora, sono ancora uno scintillio negli occhi di mio padre.
I capelli bianchi, la scomparsa degli addominali, il fiatone che coglie al terzo piano sono tutte cose che capitano a qualcun altro, non a me.

Non è tempo di bilanci (tantomeno di bilance) e non è nemmeno tempo per noi, come cantava Ligabue prima di scoprire che le canzoni si scrivono meglio con l’ausilio di una fotocopiatrice, e se non è tempo per noi, perchè diamine dovrebbe esserlo per me?

Si può prendere il giorno del proprio compleanno in due modi:

MODO BRUTTO.
Un’altro anno. Ancora un cazzo di calendario della Arcuri è andato. Sto invecchiando e tutti se ne fregano, ormai il giorno del mio compleanno ha valore solo per la carta d’identità e per la patente che vedono avvicinarsi la scadenza e quindi dovrò spendere soldi per il rinnovo.
Le foto.
Nella foto della mia prima carta d’identità c’era una ragazzino i cui occhi dicevano “Sbrigati a scattare che c’ho una vita da vivere ed una vespetta qui fuori che mi aspetta”, nell’ultima c’era un vecchio con altri vent’anni di mutuo sulle spalle.
L’anno scorso mi hanno ragalato dei calzini, un libro che già avevo e un gatto.
I calzini sono già bucati, il libro, lo avevo già letto. Il gatto è morto. Sotto una macchina.
La mia.
Non avete idea di quanto ho sofferto.
Non avete idea di quanto mi ha graffiato, non voleva proprio farsi legare, lo stronzo.
Nessuno mi ha chiamato, solo stronzissimi SMS con scritto “tnt auguri di bn cmp” ai quali ho risposto “vfnc a te e al cazzo di professore di italiano che non ti ha mostrato l’esistenza delle altre lettere dell’alfabeto, per la cronaca, ventuno”.
Mia madre mi ha fatto gli auguri e mi ha chiesto che torta voglio. Una torta al cioccolato, ho risposto. Ho fatto finta di non notare l’occhiata che ha lanciato al mio girovita e, comunque, sappiamo tutti e due che la domanda era inutile quanto la risposta. Da prima che il tempo stesso fosse giovane, da quando nel brodo primordiale non erano nemmeno state aggiunte le cipolle, mia madre fa solo la torta pasticcera: pan di spagna e due strati di crema. Alta come una Matiz. Ne mordi un pezzo e smetti di masticarlo a fine legislatura. La torta di compleanno di mia madre è stata la causa della scomparsa di atlantide. Lincoln si è suicidato, non gli hanno sparato, aveva rifiutato di mangiarne una fetta e mia madre gli si è messa nelle orecchie chiedendogli “perchè non ne prendi un pò?” fino a togliergli completamente la gioia di vivere.

Stamattina, una e-mail.
“dai, sono tante le cose per le quali si deve continuare a vivere”
Occazzo.
“Dai”??
“Si deve”??
“continuare”??
(potrei rifare tutta la frase, ma mi fermo qui)
Non conosco il mittente, gli scrivo.
Un errore, mi spiega. Era una “mail di cordoglio” riferita alla giornata di ieri che questa tizia mandava ad una amica che aveva avuto un lutto cinque anni fa.
Una “mail di cordoglio”??
(non ho saputo resistere)
Ma che razza di animale scrive una mail invece di telefonare?
Non so.
Quindi, ho aperto un account con una mail simile a quella del mittente, ci ho aggiunto solo un punto, e ho inviato al vero destinatario lo stesso messaggio.
Allegandoci la foto di un incidente stradale.

MODO BELLO.
E’ il mio compleanno!
Che fico!
Pensate che bello, faccio trentasette anni ed al governo c’è esattamente chi ho, per tanti anni, contribuito a far eleggere.
E che, adesso, non vedo l’ora si tolga dai coglioni perchè, se mai ce ne fosse bisogno, mi ha dimostrato che in tanti anni buttati a organizzare manifestazioni, fare ciclostili e scrivere striscioni, avevano ragione quelli che il sabato facevano semplicemente sega e se ne andavano in centro a rimorchiare. Inoltre se, come davvero davvero spero, questi cretini se ne vanno a casa prima della finanziaria, voto per la parte avversa e sono davvero convinto che sia la cosa migliore da fare.
In sei mesi sono riusciti a mandare a puttane i miei ideali da trent’anni.

Occazzo, questa era la parte bella, scusate ricomincio.

MODO BELLO.
E’ il mio compleanno!
Che fico!
Spero davvero che qualcuno mi regali la testa di Prodi.

Di nuovo.

MODO BELLO.
E’ il mio compleanno!
Che fico!
Sta iniziando a piovere.

Categorie:Senza categoria Tag: , ,