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A volte ritornano


Non so se avete visto “Stand by me”.
In quel film ci recitano dei giovanissimi River Phoenix (in assoluto l’uomo più cretino del mondo, sei giovane, fichissimo, considerato un ottimo attore che passava da film di cassetta a quelli di Van sant e finisci ubriaco, drogato e muori giovane) e Wil Wheaton, il Wesley Crusher di Star Trek che sto tentando di far portare in Italia da un sacco di tempo.
La storia è quella di un gruppo di ragazzini che va alla ricerca di un cadavere. Il gruppo di ragazzini è il classico gruppo di nerd, o considerati tali, americani.
Bene.
Ero uno di loro.
Da ragazzino eravamo in cinque: il ciccione, il secco, quello con gli occhiali, il basso e il balbuziente.
Tutti meravigliosamente scarsi a pallone. Già questo, dalle mie parti, equivaleva alla morte sociale. Potevi uscire di casa coperto solo di cotenna di maiale, potevi usare le rotelle per la bicicletta anche a sedici anni, in pubblico asserivi che Quasimodo era il quarto nipote di Paperino ma se battevi le punizioni a giro eri l’idolo delle folle.
Laddove gli altri deliziavano le folle con tocchi d’esterno, noi giocavamo a Star Trek, dove i fichissimi giocavano ad Hazzard (perchè avevano pure una Daisy Duke da contendersi) noi attaccavamo con la nostra astronave di cartone il pianeta delle “Modelle di intimo di Postalmarket con problemi di allaccio del reggiseno), eravamo insomma, forzatamente creativi.
Inutile dire che tutti noi avevamo un amore segreto.
Di gusti difficili, tutti noi ambivamo ad una ragazza che sapesse capire quelle che erano le nostre aspirazioni, i nostri sogni, che sapesse andare oltre l’apparenza e guardarci dentro.
Tutte frescacce.
Inevitabilmente ci piacevano le più carine della classe.
Naturalmente noi eravamo per loro l’equivalente dei moschini che finiscono sul parabrezza della macchina.
Per tutte le elementari fui innamorato pazzamente di Federica.
Gli portavo la borsa, le facevo i compiti, ascoltavo pazientemente tutte le cazzate che aveva da dirmi (confesso che vidi anche qualche puntata di Candy Candy per poter avere qualche argomento di conversazione), compreso, lo ricordo ancora, un assurdo discorso su “quale scarpe mettersi in relazione all’occasione”, che stronzata, esistono due paia di scarpe: quelle da ginnastica e quelle che tua madre cerca di farti mettere per andare a messa. Ne esistono altre? Perchè?
Ero ben conscio di quel che ero quindi dovevo giocarmela diversamente dagli altri, iniziai e terminai la mia carriera di imitatore, terminai immediatamente la carriera di poeta prima di pensare alla prima rima, però leggevo Baudelaire, non ci capivo una mazza ma lo leggevo.
Arrivai al limite dell’umiliazione officiando una finta messa il giorno del suo compleanno (era carina ma aveva uno strano trip mistico, il suo essere esclusa dall’essere chierichetto in quanto ragazza la portava ad una religiosità di tipo messicano, non dico che andasse in giro col cilicio ma si soffermava quei secondi di troppo sulle foto dei tizi che si fanno crocefiggere sul serio e aveva crocefissi appesi ovunque, naturalmente per “ovunque” si intende tutti quei posti visibili da una ragazzina).
Il tutto terminò con l’ingresso alle medie, non perchè io non riuscii a convincere nessuno a farmi le stimmate ma perchè fiori, devozione assoluta e discorsi sui massimi sistemi (che allora si fermavano a “la fondamentale presenza di Venusia in Goldrake, pionera del femminismo, contrapposta a quell’inutile torsolo di mela di Alcor e dei suoi patetici missiletti”), non poterono assolutamente competere con Angelo.
Tredici anni, ultraripetente, alto un metro e settantacinque, capace della bellezza di tre espressioni facciali diverse (fico, fichissimo e “io spiaccica te come nutella”) e di altrettanti processi mentali contemporanei.
Contate che “camminare” e “muovere le braccia alternativamente” contano due.
Invidia?
Eccheccazzo, certo che ero invidioso!

Tutto questo discorso per arrivare al mio incontro di due giorni fa con Federica, riemersa dalle sabbie del tempo ed incontrata per caso.
“Paolo! Quanti anni!” – fa lei
“Ok, ce la puoi fare, concentrati. Alle superiori sei stato per cinque anni in classi completamente maschili e questa qui davanti ha le tette troppo vere per essere Bertoncelli che ha finalmente scoperto se stesso, è troppo depilata per essere una del vecchio collettivo studentesco, non l’hai conosciuta a Isola, parla di anni quindi non è un amica di Rosanna, potrebbe essere una parente ma quelli si muovono in stormi da quindici e calano dalle marche o dalla campania a intervalli regolari. Quindi chic aspita sei?” – penso io nel tempo i cui un bradipo percorre i tremila siepi.
“Non dirmi che non ti ricordi di me”
“Ma figuriamoci!” – mento in maniera spudorata ma convincente.
Ok, ricominciamo daccapo, bionda tinta con ricrescita, truccata come neanche Moirona Orfei nostra signora degli elefanti, ragazzino in braccio che, contemporaneamente, riesce a sputargli in faccia, strappargli il labbro superiore, scaccolarsi e lanciarne il prodotto in testa ai vicini.
Iddio mi fulmini se riconosco quest’essere baciato dalla fortuna.
In quel mentre vedo Nick Kamen camminare verso di noi grattandosi un orecchio e a bocca aperta.
Si ferma.
Parla. “Passato prurito orecchio, adesso parla. Io forse ricorda te, tu in gruppo ragazzini che noi ascoltare buffi signori dire cose strane e racconta leggende su strana tribù chiamata “espressioni di secondo grado” e consiglia me fare meccanico o scaricare casse in mercati generali”
Angelo!
Il bambino riesce, miracolosamente a fare la quarta cosa e tira un calcio nei fianchi della madre.
Federica!
Saluto calorosamente lei e tiro fuori dallo zainetto un bloc notes per disegnare un segno internazionale di saluto per Angelo.
Smette per un attimo di respirare e sorride, poi torna in modalità fico e respira di nuovo.
Passiamo i restanti cinque minuti a raccontarci circa vent’anni di vita, Angelo nel frattempo disegna una macchina smontata e due gambe che spuntano da sotto, fa il meccanico come gli consigliava il professore di matematica. E quella di italiano. E quello di scienze. Veramente anche i bidelli, metà del corpo insegnante al completo, i genitori dei compagni di classe e chiunque vedesse in che modo era riuscito a far assomigliare alla Honda di Uncini il suo Sì Piaggio.
Andava tanto veloce da tornare indietro nel tempo.
Passati i cinque minuti e circondati da un cerchio di saliva emessa da quel visigoto che teneva in braccio, ci salutiamo, augurandoci di rivederci ma mentendo spudoratamente entrambi.
Anche perchè mi aveva scambiato, addirittura, per un altro Paolo.

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  1. BAT
    3 Ottobre 2005 a 17:44 | #1

    Pensa che questa scena mi capita almeno una volta al mese. Perfetti sconosciuti (almeno per la mia memoria bacata) che mi salutano affettuosamente, mi chiedono notizie di familiari, mi chiedono di salutare tutti eccetera eccetera. E io dopo aver fatto il vago passo l’ora seguente a ricordarmi chi cappero fosse!! E la maggior parte delle volte non riesco a ricordarmelo. Uffa!!!

  2. Daniele
    3 Ottobre 2005 a 18:23 | #2

    Ragazzi questa è la nostra età!
    Con i nostri anni, ricordare amici o conoscenti della scuola significa pensare a 17-22 anni fa per le superiori, 22-25 anni per le medie e 25-30 anni fa!! per le elementari…
    Ringraziate che ci ricordiamo ancora cosa abbiamo mangiato ieri sera… mmmhhh… ieri?… bho!… azzz…

  3. Valentina
    6 Ottobre 2005 a 15:05 | #3

    Questa è fantastica!!!Ammettilo,sei ancora invidioso di Angelo!Scherzo..è sempre bello rivedere dopo anni chi da piccoli ci ha rifiutati e scoprire in realtà che siamo scampati a un pericolo!!!

  4. Chris
    6 Ottobre 2005 a 22:13 | #4

    bhe, se è vero che “a volte ritornano”, c’è da augurarsi che sia solo “a volte…”

    baci a chi ne vuole agli altri il doppio senso ^_^ un clap clap clap all’imparegiabile autore di “Speedball, la palla pazza che strumpallazza”.

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