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Archivio Settembre 2005

892-89CHE?!

30 Settembre 2005 14 commenti


Riceviamo e molto volentieri pubblichiamo il primo post (spero seguito da tanti altri) di un caro amico e lettore del blog.
Bapablo

Da circa un mese il nostro cervello è bombardato in radio e televisione dalla canzoncina dei due discepoli di Iapino: i gemelli biondi 892-892! Chi di voi ora non sta canticchiando, anche se malvolentieri il ritornello? otto nove due, otto nove dueeee?. Aaaahhhhhh!!
Comincio col dire che come campagna pubblicitaria è martellante, asfissiante, petulante ma riuscita: chiunque ricorderà da domani a quale numero chiedere informazioni sull?elenco abbonati? pensateci bene perché adesso ricordate solo un numero? già, 892 892 e lo farete cantando il ritornello?
Passiamo alle note dolenti. Come da alcune mail che girano nel web (in principio distribuite dalla Telecom?) e dalle note in piccolo sotto la pubblicità (a prova di miope e da leggere alla velocità della luce ? la legge impone che ci sia tale indicazione, ma nessuno vieta che sia microscopica e della durata di un decimo di secondo?) si evince che chi prova a telefonare per cercare un abbonato, ci lascia le penne? non subito, ma quando arriva la bolletta a casa.
Non vorrei annoiare con troppi numeri, sappiate però che si pagano 0,12 ? alla risposta e ben 0,03 ? al secondo! In soldoni, 5 minuti costano 9,12 ?!! ?perché mi diano il numero di qualcuno?!!
Scandalo! Non è possibile! Ladri! Puzzoni (come direbbe Paolo)!
Giro e giro per il Web e mi chiedo: ma come, da domani non esisterà più il vecchio 12 della Telecom (per la legge antitrust) e solo i gemelli Iapino ci hanno pensato?
Ebbene no! Siamo salvi, altri operatori ci vengono in soccorso e ci sottraggono dalla morsa dei ladri biondi.
Penso subito al buon Bisio (89 24 24? cantate?) che mi aiuta almeno nella ricerca delle aziende, di un ristorante, di un cinema disperso nelle valli galluresi? si ma quanto pago? Per fare i giusti confronti, 5 minuti costano 7 ?!! (0,36 ? alla risposta e 1,32 ? al minuto o se preferite 0,022 ? al secondo) e se siete al cellulare (cosa facile se sei disperso da qualche parte e cerchi un locale?) 8 ?!!
Bene, forse è meglio organizzarmi prima di uscire di casa?
Ma io cerco un abbonato! Allora provo con Vodafone (89 2000? notate anche voi che comincia con 892?) e per 5 minuti spendo 5,81 ? + IVA!! (1,17 ? alla risposta, 0,58 ? al secondo pagati in anticipo ? cioè se state 32 secondi pagate 0,58+0,58+risposta?).
Ma allora Telecom non ci aiuta?
Certo c?è il nuovo 12 54 che ci fornirà tutte le informazioni che vogliamo, anche quelle che ci darebbe Bisio? ma non gratis! Si sono scandalizzati per primi dei Iapini costosi, eppure? 5 minuti ci costano 8,16 ?!! (0,36 ? alla risposta, 1,56 ? al minuto ? il tutto da rete fissa?).
Manca qualcun altro? C?è ancora posto!! Le nostre tasche sono piene!!

Bhè, gira che rigira, sappiamo già chi lo piglia in quel posto?

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Una vita da mediano

28 Settembre 2005 14 commenti


A quasi un mese dall’apertura del nostro blog voglio fare una piccola analisi su quello che abbiamo detto e fatto. Ma partiamo dall’inizio.
Scena: aperto giorno, 23 agosto 2005. “CIACK AZIONE..” mi annoio un casino Cinzia è partita da qualche giorno, il tempo fa schifo sono in spiaggia da solo e leggo un interessante articolo “I blog: la vera innovazione della rete”. Leggo l’ articoletto e visto che “non faccio un gazzo e penso” come diceva Alex Drastico e visto soprattutto che non c’e’ nessuno intorno a me con il quale discuterne, mugugno tra me e me. Mi sembra di essere un novello Vicky il vichingo mi gratto il naso, il mento e alla fine schiocco le dita!! “Mi faccio anche io un blog!!!”
Torno a casa e passo la serata a girovagare tra i meandri dei blog italiani. Trovo di tutto. Dai deliri di onnipotenza a sogni romantici di bambine di 35 anni. Soprattutto scopro l’acqua calda: siamo un popolo di santi (poco) navigatori (della rete) ma innanzitutto di POETI!!! A ogni piè sospinto (anche io sono stato preso dal virus) si trovano poeti in erba, non riescono a trattenersi da tenere le rime nelle tastiere dei loro computer o nei cassetti dove (giustamente) erano nascoste. Pubblicano sonetti, rime, terzine e chi più ne ha più ne pubblica. Certo i blog sono diari privati e ognuno scrive quello che gli pare, ma questo e’ un tracimazione di delirio poetico!
Quindi innanzitutto decido cosa non faro’, mai una poesia nel mio blog!!! (siete autorizzati ad insultarmi tutti in coro se mai ne postero’ una).
Guardo, giro, osservo e prendo le misure, capisco le regole, vedo come fare e le varie procedure.
Ma un blog perchè?? Ho voglia di scrivere! Questo già da un pò, non ho molto tempo tra lavoro e cose varie. Negli ultimi anni le cose piu’ interessanti che ho scritto sono i prezzi del volantino di sconti del “Primo Discount”, quindi sento la mancanza di qualcosa: di esprimere idee e pensieri. Ma sento che mi manca qualcosa, so più o meno cosa mi piace scrivere ma cosa mi piace leggere?? Mi piace leggere quello che scrive il mio scrittore preferito: Paolo. Il Platini della tastiera, il Paulo Roberto Falcao della battuta il Maradona della risata! Capace di analisi serissime e di battute fulminanti. Ci sono, ora ho tutti gli ingredienti. Lo convinco con poche parole e il resto è storia…
In un mese mi ha deliziato con capodanni pirotecnici, malasanità romana, virus informatici, primi giorni di scuola e creme dopobarba. E io cosa ho concluso? Per adesso mi sono limitato a fare il mediano di spinta, giocare al centro a recuperar palloni a scrivere di cose poco “personali” e di rinfrescare la mia vecchia linea di pseudogiornalista che non utilizzavo dai tempi di Grendizer (la nostra mitica e amata fanzine di fumetti di oltre 10 anni fa).
Ora cercherò di andare oltre, di scendere dal gradino, di parlare di più della vita quotidiana (anche se a Trinità, confine dell’impero, non è che succeda chissà che cosa). Di fare come mi consiglia Paolo: “scrivi, lasciati prendere dal flusso delle idee e non rileggerti mai!”. Ovviamente spero anche in apporti esterni, qui siamo disponibili ad idee e discussioni, c’è posto sia il mediana che in attacco, solo la maglia numero 10 è già assegnata.
Riferimenti: Beppe Furino, una vita da mediano

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Ognuno ha il suo gatto

27 Settembre 2005 4 commenti


Accidenti a me.
Voi non sapete, non potete saperlo, ma sto scrivendo con il terrore nelle mani.
Quanti errori può fare un uomo?
Può rispondere “nulla di particolare” alla richiesta telefonica “che programmi avete per domenica?” fatta dalla suocera e ritrovarsi in fila sul raccordo perchè a quel punto sei stato incastrato, un altro errore fatale è quello di rispondere “è nel mio portafoglio, come sempre” quando tua moglie ti chiede dove sia la carta di credito e a quel punto, quasi matematicamente, ti ritrovi casa invasa da sacchetti con scritto “saldi” in cui ci sono dentro due paia di calzini per te “sono uscita solo perchè sei rimasto senza!” (ti dice con aria anche seccata) e tanta di quella roba da vestire le finaliste di Miss Italia, roba che, sai già  benissimo, andrà  ad intaccare anche quei tre cassetti che hai, unico spazio a te dedicato, nell’armadio.
Per quanto mi riguarda l’errore è stato quello di segnalare la mera esistenza di questo spazio ad un mio amico che ha una fissazione per i pronomi personali.
Io scrivo col pilota automatico, non mi metto a rileggere o tantomeno a correggere se faccio qualche errore (a parte quelli di battitura ma, per fortuna, me ne accorgo mentre li faccio), in pratica, scrivo le cose come mi vengono in mente. Se non faccio così, non finisco più.
Quando io e Rosanna eravamo ancora fidanzati (periodo nella vita della coppia in cui il Lui della situazione sente che qualsiasi cazzata possa fare o dire sia giustificata dalla passione, tu ti senti il più fico del bigonzo e lei, nella sua infinita bontà , te lo lascia credere) avevo deciso di scrivere un racconto per il suo compleanno, sei, sette pagine al massimo.
Il giorno del suo compleanno gli consegnai il primo capitolo.
Per natale i primi cinque.
Adesso, ben quindici anni dopo, quell’innocuo e piccolo raccontino si è trasformato ne “Guerra e pace contro I fratelli Karamazov” e conta la bellezza di 1857 pagine.
Ed il protagonista è appena partito per il viaggio che lo porterà  a compimento della storia.
Questo è quello che mi succede se oso rileggere e correggere.
Aggiungo.
E non finisco più.
Avrete anche ormai notato una certa tendenza alla divagazione che mi porto appresso, quindi facendo due più due….
Dicevo, questo mio amico mi lancia (lui non “scrive” e-mail, lui “lancia” strali via posta elettronica, io lo immagino con una maledettissima matita rossa e blu) degli avvertimenti tipici del maestro elementare: “Rileggi attentamente”
Oppure “Non noti niente di fuori posto?”
Fino al peggiore “Uhm uhm”.
Cazzo significa “Uhm uhm”?!?
Quando facevi una cazzata da ragazzino tornavi a casa sapendo che tuo padre ti avrebbe fatto una cazziata capace di tirare giù mezzo paradiso: graffiavi la sua bicicletta da corsa? Potevi stare tranquillo che tutto il paradiso, da Santo Aaronne Martire e giù fino a Santa Zuzzurella vergine dell’addolorata erano davanti a te a darsi pacche sulle spalle e cinque alti per essersi ritrovati lì tutti insieme dopo tanto tempo e ad inorridire per quello che poteva uscire dalle labrra di un genitore.
Il peggio era quando tuo padre non c’era e c’era solo Mamma.
Mettiamo che tu sei un bambino di otto anni molto vivace.
Mettiamoci anche senti di avere una creatività  nelle mani misurabile in megatoni.
Facciamo il caso che all’epoca non c’era ancora Mucciaccia ma esitevano i libri tipo “Giochiamo con la cartapesta”.
Aggiungiamoci che tu sia fermamente convinto che l’autore di suddetto libro fosse un imbecille visto che l’idiota consiglia di amalgamare il tutto (colla, acqua e fogli di giornale), molto lentamente e con le mani.
Ecco, tu, bambino intraprendente, sai benissimo che esiste un modo per fare prima: perchè usare le mani (che ti sporcheresti con somma arrabbiatura da parte di tua madre, santa donna che dopo aver lavorato tutto il giorno si mette a pulire casa) quando puoi usare un FRULLATORE ELETTRICO ed ottenere un risultato migliore?
E perchè l’idiota ti consiglia di farlo all’aria aperta oggi che piove? Se era una bella giornata stavo fuori a giocare a pallone, mica dentro casa a fare sta cosa.
Bene, quando tua madre torna a casa la sera e trova tutta la cucina come la redazione de “La Repubblica” dopo un attentato terroristico e, come se servisse, il suo amato frullatore elettrico bruciato ed ancora fumante, lei non si incazza.
Ti guarda.
Senza rabbia.
E quasi senza volerlo fa “Uhm Uhm”.
A quel punto rimpiangi tuo padre che si augurava che San Frispolone decollato ti facesse raschiare il fondo di una gabbia di gibboni con la faccia.

Ognuno ha il sacrosanto diritto di avere una sua fissa.
Personalmente devo mangiare panini che abbiano le fette perfettamente combacianti.
Questo mio amico può anche scrivere o leggere “soccquadro” ma se sbagli un pronome personale la tua memoria olfattiva ti fa arrivare il profumo “Nero di Girmi”.
Un mio zio dormiva stringendo una saponetta.
Patrizio non si alza da tavola se tutti i contenitori vetrosi non hanno esaurito la loro funzione portaliquido.
Giovannino, invece, se tutti i contenitori porcellanici non sono stati svuotati, non riesce a farsi tornare a mente la strada di casa.
Daniele…no, Daniele sarebbe troppo lungo.

Tanto io lo so che ho toppato qualche pronome personale.

mi auguro solo che tra voi non ci sia qualcuno con la fissa degli avverbi.

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Vignetta della settimana – 4

24 Settembre 2005 Nessun commento


Giannelli dal Corriere della Sera
Riferimenti: Corriere della Sera

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Le cose cambiano

23 Settembre 2005 4 commenti


Scusate, questo non c’entra assolutamente nulla col motivo per il quale sono seduto davanti ad una tastiera ma non posso fare a meno di riportarlo: sono nella pagina “nuovo articolo” del blog, sullo schermo appare una maschera con due riquadri, uno relativo al titolo, piccolino e uno molto più grande dove sto scrivendo ora, bene, immediatamente sotto al riquadro del titolo, capeggia quella che è una delle frasi, insieme a “La vita è una scatola di cioccolatini, se la tiri fuori quando hai gente, non ti rimane nulla”, più importanti dell’ultimo secolo, “Scrivi un titolo significativo e originale, in modo da attirare l’attenzione del lettore”.
Occavolo.
Per storica pigrizia, non andrò a cambiare il banale e poco significativo “Le cose cambiano” che, al limite, potrebbe attirare solo delle persone che si sono addormentate davanti allo schermo, ma pensateci uno dei titoli che capeggiano sulle riviste maschili che vanno tanto di moda adesso, che so, una cosa tipo “Sei un cesso? Ecco come scopare tutte le sere” (basta pagare, questo lo so anche io), “La dieta della pizza” (variante della ormai abusata “Il nostro amico McMenu Maxi”), “Dimagrisci di 7 chili in pochi minuti” (suggeriscono modi per arrestare un emorragia dopo un autoamputazione?), “101 modi per costringerla a dire Basta” (a me ne basterebbe uno per fargli dire “va bene, te la do”) e l’intramontabile, fantastico, summa di tutto ciò che di buono c’è al mondo, vincitore del pulitzer dei copywriter “Addominali scolpiti in 15 minuti” (basta un semplice Uni Posca).

Scusate la digressione ma credo abbiate ormai capito che il divagare fa parte del mio essere.
Se ci lavoro sopra ne tiro fuori una maglietta.
Una tizia ha fatto una maglietta con una mia frase che è “Un saggio alberga in me, ma è a mezza pensione”, se la vedete in giro tirategli una sberla e urlategli dietro “pagagli i diritti, usurpatrice!”.

Ok, adesso basta.

Stamattina scendo dal letto bello come il papà del mulino bianco.
Pigiama senza una piega, pettinatissimo, un lieve sentore di mughetto e lavanda intorno a me.
Vado in bagno e prendo il rasoio, elimino quei due peli in eccesso mentre lo specchio mi urla “Sei il re del mondo, Di Caprio, in confronto a te è un venditore di Folletti”, esco e vado incontro alla mia signora che, come tutte le mattine, mi bacia ben consapevole della grande fortuna che la vita gli ha regalato (me, naturalmente) e mi fa “perchè hai dato l’insetticida appena sveglio?”.
Tutto il mio piccolo castello di sogni crolla che è una bellezza restituendomi l’immagine di un 36enne con un pigiama pieno di mucche, i capelli separatisti, a cui è crollata l’ultima certezza: il fascino del dopobarba.

Una 15ina (scrivo 15ina come e quando mi pare, popolo di sms che non siete altro, bofonchiatori di xchè, lol, cmq e, soprattutto, abusatori inconsulti della lettera K, che, in vita mia, ho usato solo per verniciare Kossiga boia e Dio mi fulmini se ho mai capito cosa caspita significhi), ero rimasto, parecchi anni fa (contenti? vi odio vi odio) l’amico Battista mi iniziò al Balsamo Nivea.
Per anni in casa mia era entrata solo un tipo di dopobarba, l’Old Spice.
La versione commerciabile del napalm liquido.
Battista mi fa provare sta cremina che fa la faccia a culetto di bimbo e, miracolo dei miracoli, mia moglie, annusandomi, fa “hmmmmm, hai un buon odore…”.
Negli anni questi poveri imbecilli della Nivea hanno aggiunto alla vecchia formula gli “Oli minerali” e passi, l’”Antibatterico” neanche mi facessi la barba in una discarica ma passi anche questa, l’ultima boccetta comprata portava la fatale scritta “con Vitamine”.
Questo è stato il massimo.
L’aggiunta di fantomatiche vitamine ha dato il colpo di grazia all’unico cosmetico maschile regolarmente approvato dalla Commissione Controllo Maschiale (fermamente contraria a qualsiasi crema viso, ristrutturante o altra cosa che possa modificare la maschialità di una persona, dopobarba a parte “l’uomo deve sapere naturalmente di muschio e cuoio”, variante moderna dell’antico “L’omo ha da puzzà”.
Che ci faccio delle vitamine?
Se precipito nel deserto (nell’impossibile caso che qualcuno sia riuscito a mettermi su di un aereo) o se naufrago su un isola deserta posso usare il dopobarba come nutrimento? Per quello ho gli altri superstiti, cosa me ne faccio del dopobarba?
Condimento, direte voi, e potreste anche avere ragione ma potrei usare anche altre cose, insomma e comunque mi sembra un caso abbastanza al limite del reale, poco fattibile ed in ogni caso non abbastanza significativo per giustificare l’aggiunta di dannose vitamine ad un dopobarba.
Perchè cambiare?
Perchè, ad esempio, prendere una splendida pubblicità incarnazione di tutto ciò che dovrebbe essere il marketing, in cui si vedevano una trentina di splendide ragazze vestite solo di bollicine di schiuma in una tinozza, urlare il loro diniego al sudore alzando le braccia al cielo e rivelando al mondo una sessantina di globi perfetti (tutte le volte che la vedevo venivo colto da impulso irrefrenabile di fare la doccia, il primo caso di tetta subliminale) e sostituirla con una ripresa di due ragazzotti con lo sguardo tipico degli sniffatori di colla che si rotolano in un campo VESTITI per il solo gusto di annusarsi le ascelle?
Cribbio, in tutto il suo virginale candore e la sua aria da bravo ragazzo sono sicuro che anche Lassie si diverte di più, sniffando.

Non si sa più dove andremo a finire, non me ne parli signora mia, le zucchine poi e qui e là e il Baudo quanto l’è bravo.

Adesso che caspita di dopo barba metto?
Il Denim ha lo stesso profumo di una legnaia usata dalla mafia per l’occultamento dei cadaveri, il Rockford profuma di Chernobyl ricostruita, i pannolini di Irene servono da anni come base per il distillato dell’Axe, quindi tenderei ad evitare, il resto o sa di sapone o costa come una manovra straordinaria di tremonti.

Maledette vitamine.

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La mia recensione della settimana – 2

21 Settembre 2005 3 commenti


Sin City VS Constantine

Già da alcuni anni è di gran moda la trasposizione cinematografica di personaggi dei comics. Da un lato l’incredibile evoluzione degli effetti speciali ha permesso di portare sulla pellicola le fantastiche storie dei personaggi del mondo dei fumetti, dall’altro la “mancanza di idee” degli sceneggiatori cinematografici rende semplice e allettante il “saccheggio” dei miti del mondo delle “nuvole parlanti”.
I film sono numerosi, alcuni riusciti più di altri. Ma io ne volevo analizzare due dei più recenti per sottolineare come, secondo il mio parere, “si fa” e soprattutto come “non si fa” un film tratto da un fumetto: Sin City e Constantine.

Sin City è la quintessenza del marcio, della corruzione, della violenza e delle depravazioni che caratterizzano le moderne società metropolitane. Tra le vie buie e piovose, i vicoli lerci, i locali d’infimo d’ordine, si muovono killer e prostitute, poliziotti onesti e corrotti, ladruncoli e maniaci, mentre arroccati nelle loro fortezze i potenti senza scrupoli li osservano da lontano. L’incontro tra questi mondi, tra questi poteri, tra questi personaggi, è letteralmente esplosivo a Sin City. Capita che un bestione quasi pazzo di nome Marv scateni una feroce vendetta per scoprire gli assassini di una prostituta, l’unica donna a fargli sentire il calore di una “specie” di amore. Capita che un poliziotto onesto rischi la sua vita e la carriera per salvare una bambina da un pedofilo figlio di un senatore, che finisca in prigione e perda la reputazione per crimini mai commessi per proteggerla e che dopo anni di galera la ritrovi cresciuta, bellissima e sensuale ma ancora in pericolo. Capita che un ex fotografo e killer debba aiutare la comunità di prostitute della città vecchia a coprire l’omicidio “accidentale” di un poliziotto, rischiando una guerra contro la Mala. Capitano storie strane a Sin City…
Queste sono le storie di Sin City, nella splendida serie di Frank Miller e nel film innovativo e dirompente diretto da Robert Rodriguez.
Nel film di Rodriguez l’amore per l’opera dal quale è tratto è visibile in ogni fotogramma, in ogni inquadratura, in ogni sequenza. Il regista messicano ha coinvolto l’autore Frank Miller come co-regista, dimostrando così di voler veramente realizzare una fedele riproduzione del bellissimo fumetto. Per girare non ha avuto bisogno di creare uno storyboard ma ha preso le stesse pagine del fumetto riproducendo fedelmente le vignette in pellicola. Trasportando le tavole di Miller, il suo stile, le sue atmosfere, i suoi dialoghi, i suoi personaggi dalla carta stampata al grande schermo. Non adattando, non traducendo, non trasponendo: spostando.
Con Sin City, Rodriguez va oltre quanto fatto da registi come Sam Raimi, nei due Spider-Man, o Ang Lee, in Hulk, o da Tim Burton, in Batman, pur facendo tesoro della loro esperienza. Rodriguez è convinto che nulla dell’opera di partenza poteva essere migliorato o reso più “adatto” per il grande schermo. Sin City è già cinematografica di per sé, con il suo richiamare il noir classico hollywoodiano, con il suo utilizzare le bicromie del bianco e nero. La graphic novel “Sin City” trova una collocazione più che naturale sul grande schermo, ed ogni possibile variazione di Rodriguez rispetto all’originale sarebbe stata superflua e perfino dannosa, e lui lo sa.
In questo scenario si muovono poi gli attori che con inquietante mimetismo danno vita ai personaggi delle storie, scegliendo di non creare in modo virtuale i suoi protagonisti, come invece fatto da molti altri, affidandosi al ben più tradizionale trucco in caso di necessità (vedi i casi di Marv o del Bastardo Giallo). Capendo che l’utilizzo massiccio del computer è necessario per tutto il resto, ma è fondamentale l’elemento umano nell’atto del recitare.
Sin City è un film affascinante, avvincente e convincente per la sua forma e per il suo contenuto; ma è anche un’opera che dimostra e svela nuove e enormi potenzialità offerte dall’unione cinema-fumetto e alle loro reciproche influenze. Una pellicola che nel suo forte utilizzo delle tecnologie digitali è un ottimo esempio, quasi sperimentale, delle prospettive e delle possibilità del cinema del futuro.

Passiamo invece a “Costantine”.
Innanzitutto non ha niente a che vedere con il fumetto da cui è tratto.
Come ammesso anche dal regista Lawrence in una intervista rilasciata poco prima dell?uscita della pellicola negli States, Alan Moore (creatore del personaggio) ha risposto negativamente alla richiesta di un suo coinvolgimento nel progetto, un rifiuto questo che l?autore aveva espresso anche nei confronti di un’altra pellicola, quel ?The League of Extraordinary Gentlemen? rivelatosi un vero e proprio flop sia di critica che di pubblico.
Il film non è malaccio, rientra pienamente nel filone mistico/horror che ha avuto molto successo negli ultimi anni. Godevole se non si conosce il fumetto dal quale è “liberamente tratto”. Buoni effetti speciali e un’ironia di fondo che permea tutto il film. Ma “Hellblazer” è tutta un’altra cosa!!! Il distacco netto del personaggio filmico da quello dei fumetti non è riscontrabile soltanto nell?aspetto fisico del protagonista (nei fumetti John è biondo e tarchiato e mooolto meno figo di Keanu) o nel luogo in cui si svolge la storia (la Los Angeles di oggi invece della Londra degli anni ’80), ma anche e soprattutto nelle origini di Constantine, che nei comics assumono un significato del tutto particolare e che ne hanno sempre caratterizzato la vita travagliata. La morte della madre durante il suo parto, in cui Constantine ruppe la placenta uccidendo anche il fratello gemello, cosa questa neanche citata all?interno del film e sostituita da un più ?leggero? trauma, quello del tentato suicidio del protagonista a 14 anni, in seguito al suo tormento di essere afflitto dalle costanti visioni di demoni e mostri.
Dipinto più come un esorcista che come un vero esperto di questioni mistiche, il John Constantine cinematografico stenta a decollare dal punto di vista caratteriale, e l?unico tema tratto dai comics, quello della lotta contro il cancro del protagonista (tratto da Abitudini Pericolose di Garth Ennis), non viene sviluppato in maniera coerente e adeguata. Il regista avrebbe avuto infatti tutto il tempo per costruire attorno a questo tema una ben più profonda analisi del personaggio, dei suoi traumi e delle sue paure.
Appare infine lodevole ma inutile il lavoro che Keanu Reeves ha svolto nella sua interpretazione, impegnandosi nel cercare di tratteggiare con fine ironia il personaggio, soprattutto nelle sequenze finali, unica parte della pellicola in cui l?attore sembra averne preso confidenza, ma restando troppo legato a un altro personaggio che negli ultimi anni gli ha dato fama e fortuna, quel Neo che nelle mosse e nelle movenze sembra ogni volta risaltare, sostituendo di fatto John Constantine.
Quindi anche in questo caso, come in molti altri, ci troviamo di fronte ad un’occasione mancata, ad un tentativo, da parte del cinema, di prendere personaggi ed idee di successo e cucinarli con una “salsa” più annacquata e leggera, più adatta al tenero stomaco dello spettatore dei block-buster. Con l’intima convinzione che il fumetto sia sempre e comunque letteratura di “serie B”, quindi sempre migliorabile dal magico tocco di Hollywood.

Voti:
Sin City 8,5/10
Constantine 6/10

Schede dei film:
Sin City

http://www.35mm.it/film/scheda.jsp?idFilm=27031

Constantine

http://www.35mm.it/film/scheda.jsp?idFilm=16246

Riferimenti: Sin City

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E’ solo l’inizio

19 Settembre 2005 7 commenti


Urla belluine.
Spintoni, calci, colpi proibiti sotto la cintura, colpi d’arma da fuoco.
Sono stato insultato, ho insultato a mia volta, ombrelli roteavano in aria come fossero lame di Toledo, richiami di guerra si alzavano dai lati del campo di battaglia.
L’avanzata era lenta, impossibile capire se si andava verso la salvezza o se stavamo per finire nell’occhio del ciclone. Ma dovevamo proseguire.
Tenendo per mano mia figlia Chiara, 6 anni, pensavo “Mapporcamignotta, se è sto bordello il primo giorno di scuola a dicembre che devo fà, venì cor cingolato?”.
“HO DETTO CHE I REGAZZINI DE LE PRIME DEVONO DA SALI’ PE’ STE SCALE, NO PE’ QUELL’ALTRE, ECCHECCAZZO”, questa era la risposta standard di un bidello atto alla fornitura di informazioni che aveva sicuramente fatto un master in comportamento alla libera università del quinto braccio di Regina Coeli.

Scena: esterno giorno.
Scuola Elementare Sorbo in Cerveteri.
Posti disponibili nel parcheggio interno:33
Automobili parcheggiate: 67 di cui 3 a castello.
Entrata alle ore 8,20 del mattino, la maggior parte dei genitori, per tenersi in allenamento, aveva iniziato a litigare dalla sera prima incolpandosi a vicenda di tamponamenti non ancora avvenuti e di offese che si sarebbero consumate solo l’indomani mattina.
I più temerari, arrivavano a rigare le macchine, memori dell’apertura della scuola avvenuta l’anno prima.
Alle ore 7 e 15, ora della sveglia, tutto questo mondo mi era ancora estraneo. Mi vedevo accompagnare mia figlia mano nella mano, in una splendida giornata di settembre con il sole in faccia, farfalle intorno a seguire i nostri passi e, camminando, fermarsi a salutare altre coppie di amici che, pensavo, sarebbero giunte in bicicletta.
Come mio solito, in soli 15 secondi sono sveglio.
Come mio solito, faccio la barba perfettamente e senza sporcare nulla.
Come mio solito, racconto un sacco di cazzate.
Alle 7 e 30 Rosanna mi piazza le casse dello stereo ai lati della testa con una musica dirompente, suoni disarticolati che si inseguono senza senso in un tripudio di schitarrate e scatarrate.
Mi azzardo a chiedere “Che roba è?”
“La pastorale di Beethoven” mi risponde.
“Forse l’ha scritta perchè non lo portavano abbastanza spesso fuori a pisciare” gli faccio.
Mi lascia nella stanza con l’eco dei suoi pensieri ancora attorno.
Cazzo che frase.
La faccio breve, con una scarpa sì e una no, mezzo sbarbato e fresco del profumo dell’Ace gentile (avete mai notato come somiglia alla boccetta del Denim?) mi avvio, con una lacrima pronta all’uso, ad uno dei traguardi raggiunti da mia figlia.
Mi avvio è una parola grossa.
Abito, in linea d’aria, a due km dalla scuola, mettiamoci le strade, diventano 3.
Ci metto venti minuti.
Macchine di genitori, macchine di nonni, macchine di semplici conoscenti, macchine di qualcuno che ha pagato qualcun altro perchè spaccasse le palle a gente che deve accompagnare la figlia a scuola mettendosi per strada e girando in circolo, magari, ogni tanto, una bella inverisione a U, così, solo per rompere il cazzo.
Arrivo alla scuola: un quadro di Bosch.
Parcheggio a 4 km dalla scuola stessa, in pratica, non trovo più posto neanche nel mio garage, occupato dai parenti dei bidelli venuti lì a godersi lo spettacolo.
Arrivo nel cortile della scuola dopo aver saltato spacciatori di buondì, procacciatori di pizzette, genitori in lacrime neanche i figli partissero per una crociata o diventassero, improvvisamente, interisti, gruppuscoli di mamme che mettevano in giro le storie più assurde: i bambini sarebbero usciti alle 5 di sera, bisognava mettere nello zaino la piccola Treccani, era vietatissimo lo zaino Wrestling (mezza scuola lo ha, Chiara, nonostante un insana passione per tal Eddie Guerrero, non so chi sia ma dal nome non vende bibbie porta a porta, ha scelto un più consono zaino Hamtaro).
Il cortile della scuola è completamente impraticabile, per far entrare i bambini è necessario lanciarli oltre il muro di mamme piangenti, quelle che non piangevano facevano il tifo per i propri mariti impegnati nel contendersi centimetri quadri di parcheggio o in gare di insulti e sputazzi intervallati dal classico “lei non sa chi sono io” , “No, ma conosco benissimo tua sorella”.
Prendo la rincorsa e lancio Chiara oltre il muro di Marie salvatrici addolorate del borgo e, mentre è in aria, faccio in tempo a salutarla.
Dopo un doppio carpiato atterra composta.
Tutti 8 e 8,5 solo il giudice cinese gli dà 7,5.
Limoni maledetti, non ci avrete.
Tornando indietro riesco ad evitare almeno la metà dei vaffanculo che mi sono beccato all’andata ma una gomitata alla Sig.ra Bettozzi, rea di voler parcheggiare in perpendicolo una Z3 nel posto riservato ai bus scolastici, gliela devo dare: “Devo solo accompagnare mio figlio in classe” tenta di giustificare.
“O bella, invece noi si era qui perchè avevano detto che distribuivano gratis mozzarella di bufala, guarda un pò”.

A mettere ordine in tutto questo casino arrivano i tutori dell’ordine, impersonati da due vigili due, i quali, visto il casino e gli sguardi dei genitori tipo “Notte dei morti viventi”, decidono di risalire in macchina e, urlando “Cazzi vostri”, si dileguano verso il tramonto.
Lo so, era mattina, ma se uno si dilegua, lo fa sempre verso il tramonto. Avete mai visto Tex andarsene verso una assolato pomeriggio? O verso una piena mattinata? Mavattene, sempre verso il tramonto, poi scrivo io quindi decido io.

Insomma, è stata una mattinata tragica.
Il bello è che mi aspetta per ogni mattinata fino a giugno del prossimo anno.

Però Chiara col grembiule e lo zainetto che mi saluta è uno spettacolo.

Anche la Sig.ra Carmeli e la Sig.ra Innazi che lottano nel fango per l’ultimo posto in doppia fila davanti ai secchioni, come spettacolo, ha il suo perchè.
Quel che è giusto è giusto.

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Vignetta della settimana – 3

18 Settembre 2005 1 commento


C.Neri-La_camera_dei_deputati dal blog di Beppe Grillo
Riferimenti: Il concorso per le vignette del blog

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Passavamo sulla terra leggeri

15 Settembre 2005 6 commenti


Alcuni giorni fa ho avuto il grande piacere di assistere ad una manifestazione in memoria di Sergio Atzeni. Una serata di letture di brani di opere dell’autore, purtroppo, scomparso proprio dieci anni fa, accompagnati da musica e canti. Durante la serata si è formata un’atmosfera quasi magica e i lettori, tutti semplici appassionati ma bravi ed evocativi, sono riusciti a portarmi tra le parole di un autore che ho molto amato.
Un autore prematuramente scomparso che poteva essere un grande nella letteratura italiana, ma purtroppo il destino ne ha interrotto l’opera e, forse, lo ha relegato ad essere uno scrittore conosciuto solo qui in Sardegna.
Quindi vorrei brevemente parlare di lui e dell’opera, tra le sue, che preferisco.

Sergio Atzeni nacque a Capoterra nel 1952. Visse a Cagliari nel periodo dell?infanzia, degli studi liceali e dell?università: si iscrisse infatti alla Facoltà di Filosofia, senza tuttavia conseguire la laurea. In questi anni è grande l’impegno politico e intensa l’attività giornalistica a cui Atzeni si dedicò a partire dal 1966, attraverso la collaborazione a vari periodici e quotidiani ed anche tramite la radio. Nel 1976 ottenne un impiego stabile presso gli uffici dell?Enel, che abbandonò dieci anni dopo, in concomitanza con la pubblicazione del primo romanzo, “L?apologo del giudice bandito”, e con la volontà di allontanamento dall?isola deluso dall’ambiente culturale della Sardegna. Finalmente dopo molti anni raccogli i frutti del proprio lavoro pubblicando “Il figlio di Bakunin” (da quale è tratto un bel film) e “Il quinto passo è l’addio” (dove il tema dell’emigrazione e dei ricordi della vita cagliaritana negli anni ’60/’70 ne fanno un libro altamente autobiografico). Viaggiò attraverso l?Europa per poi soggiornare a Torino e in seguito Emilia fino all?anno della sua morte, avvenuta nel 1995 nelle acque dell?isola di Carloforte. Alcune sue opere sono state pubblicate postume.

Opere

Apologo del giudice bandito, Palermo, Sellerio, 1986.
Apologo del giudice bandito, Raccontar fole, Sassari, La Nuova Sardegna, 2003.
Il figlio di Bakunin, Palermo, Sellerio, 1991.
Il quinto passo è l?addio, Milano, Mondadori, 1995.
Il quinto passo è l?addio, Nuoro, Il Maestrale, 1996.
Il quinto passo è l?addio, Nuoro, Ilisso, 2001.
Passavamo sulla terra leggeri: romanzo, Milano, Mondadori, 1996.
Passavamo sulla terra leggeri: romanzo, Nuoro, Il Maestrale, 1997.
Passavamo sulla terra leggeri: romanzo, Nuoro, Ilisso, 2000.
Gli anni della grande peste, Palermo, Sellerio, 2003.
Bellas mariposas (1996).

Passavamo sulla terra leggeri.
Come un antico cantore, Atzeni regala al lettore una miriade di microstorie che immagina tramandate oralmente dai “Custodi del tempo” ad un ragazzino, orgoglioso e ignaro, la singolare vicenda dell’Isola antica, col tono del racconto epico dominato da figure mitiche e favolose, perdute per sempre agli albori dell’umanità. La storia si mescola al racconto epico, al mito, alla leggenda, per narrare l’epopea di un popolo antico: i S’ard, “danzatori delle stelle” provenienti dall’Oriente, e approdati in un’isola bellissima, senza nome.
Come per magia emerge da una preistoria remotissima il mistero delle origini; si anima la lunga resistenza agli invasori, cui seguono fasi storiche più vicine nel tempo, fino al tramonto della civiltà dei giudici (i principi guerrieri che dominavano la Sardegna medioevale), che segna la fine della libertà dei sardi. All’interno di questa trama si svolge “la storia delle donne e degli uomini che hanno vissuto prima di noi nell’isola dei danzatori”.
Una singolare ed emozionante esperienza di lettura per i sardi e per chi ama la nostra isola.

“Passavamo sulla terra leggeri come acqua, come acqua che scorre, salta, giù dalla conca piena della fonte, scivola e serpeggia fra muschi e felci, fino alle radici delle sughere e dei mandorli o scende scivolando sulle pietre, per i monti e i colli fino al piano, dai torrenti al fiume, a farsi lenta verso le paludi e il mare, chiamata in vapore dal sole a diventare nube dominata dai venti e pioggia benedetta.
A parte la follia di ucciderci l’un l’altro per motivi irrilevanti, eravamo felici. Le piane e le paludi erano fertili, i monti ricchi di pascolo e fonti. Il cibo non mancava neppure negli anni di carestia. Facevamo un vino colore del sangue, dolce al palato e portatore di sogni allegri. Nel settimo giorno del mese del vento che piega le querce incontravamo tutte le genti attorno alla fonte sacra e per sette giorni e sette noti mangiavamo, bevevamo, cantavamo e danzavamo in onore di Is. Cantare, suonare, danzare, coltivare, raccogliere, mungere, intagliare, fondere, uccidere, morire, cantare, suonare, danzare era la nostra vita. Eravamo felici, a parte la follia di ucciderci l’un l’altro per motivi irrilevanti”.

Riferimenti: Per aquistarlo: "Il lisso"

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Niente carne niente pesce

14 Settembre 2005 7 commenti


Più o meno in questo periodo, la bellezza di 17 anni fa, diventavo vegetariano. Non mi è apparsa nessuna melanzana luminosa in cielo chiedendomi di convertirmi, non sono stato scelto dall’Uomo del Monte per diffondere il verbo della frutta nel mondo e nemmeno convinto dal Grande Cocomero a cambiare abitudini e convincere il maggior numero di persone.
Mi faccio gli affari miei, non rompo le scatole a nessuno, non sono assolutamente convinto di aver ragione e che tutti quelli che addentano fieri un cosciotto d’agnello o che si mangiano Bambi siano degli assassini.
Sono addirittura favorevole alla caccia, guarda un pò.

La scena classica si ripete ad ogni occasione in cui mi siedo a tavola con persone che non siano solo i familiari: al secondo rifiuto del vassoio di pollo, coniglio, fagiano, cinghiale, brontosauro, aquila dal collo bianco, orso grizzly, scatta la domanda “perchè non ne prendi?”, alla risposta, di solito, mi guardano come se mi fossi tolto finalmente una maschera e mi rivelassi per quello che veramente sono: un alieno giunto dal pianeta Volbos pronto a conquistare la terra, distruggere ogni forma di vita, violentare le donne, anche se non necessariamente in quest’ordine.
Da questo momento passano al massimo 14 secondi poi scatta la domanda, anzi, più enfasi, la DOMANDA: “perchè?”, di solito fatta con la faccia di una madre che tornando a casa scopre che gli hai appena massacrato la famiglia, stuprato il gatto, fatto i baffi alle foto sull’album del matrimonio e bruciato tutti i punti fin lì raccolti della raccolta Regalissimi 2005.
A questo punto, semicoperto dalle risate e dalle solite battutacce di mio padre e mio fratello, scatta il solito racconto.
“Ero un pescatore sub, come papà e Luca (I due sghignazzanti di poco prima), vedo un bel pesce che si intana, pescavamo vicino alle foci del coghinas, quindi mi poso sul fondo per fare l’aspetto (tecnica sub che consiste nel mettersi davanti all’ingresso della tana del pesce, accendere la lampada per incuriosire il pesce e, come questo viene fuori, sparargli e successivamente fargli un funerale vichingo con contorno di rosmarino e patate. Nonostante ci voglia del manico per fare una cosa del genere, i pesci, che non si può dire facciano una vita da discotecari, ci mettono, di solito, un bel pò a venire fuori, quindi è necessaria una buona apnea, dicevo, nonostante questo mi è sempre sembrata una cosa scorretta da fare, abusare della scarsa vita sociale di questi esseri, intendo). Bene, mentre ero bello bello ad aspettare che questo deficiente uscisse, mi accorgo di uno strano movimento intorno alla testa, mi giro e vedo una Lappera (pesce bellissimo da vedersi ma notoriamente stupido) che mi guarda.
La guardo.
Mi guarda.
La saluto sperando se ne vada.
Mi guarda.
Gli punto il fucile contro e faccio lo sguardo minaccioso, penso anche “sparisci se vuoi salva la vita”.
Mi guarda.
A questo punto la pungo sul naso con la fiocina del fucile.
La sciagurata, anzichè scappare, pinneggia lentamente con le dorsali e si allontana di massimo tre centimetri.
Continuando a guardarmi.
Beh, non ce l’ho fatta a sparargli (era anche più grande del pesce che si era intanato), ho scaricato il fucile, sono risalito sul gommone e non ho più pescato.
Tralascio la parte in cui mio padre voleva portarmi dal dottore salvo accontentarsi di un classico “sei completamente scemo”.
Da allora, vegetariano.

Mio padre, negli anni, convinto dalla mia perseveranza, ha addirittura cambiato lievemente idea: “Beh, poteva annà peggio, potevi diventà lazziale”.

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