Una settimana, un giorno

9 Aprile 2012 Nessun commento

Lavoro in un negozio di elettrodomestici.

Qualche anno fa, ero il megatitolare indiscusso e reggente delle anime, master blaster del registratore di cassa, Ducaconte delle lavatrici, imperatore dei televisori e padrone del mio destino. Ora non più. Nel lontano 2010, un colosso dei megastore dell’elettronica decide di aprire un negozione in un paese drammaticamente vicino al mio, tanto per rendere l’idea della prorporzione, la cubatura di tutto il mio negozio è grande quanto lo spazio che loro dedicano alle radio fatte a forma di spazzolone del cesso. Dalla mia ho venti anni d’esperienza ed una clientela affezionata, in breve, sono spacciato. Già vedo le mie figlie ridotte alla fame ed io a cercare di allontanare i morsi gelidi del freddo bruciando i mobili di casa quando il megadirettore galattico del meganegozione parcheggia uno dei piani della sua macchina davanti al mio negozio. Telefono a mia moglie implorandola di sacrificare mio fratello e farne tartine da offrire o, in seconda istanza, arrosto al forno come secondo piatto. Egli entra dalla porta senza aprirla, attraversandola, preceduto da stormi di cherubini che non smetteranno nemmeno un attimo di svolazzarci attorno fintanto che parliamo. Uno dei suoi arcangeli mi fa inginocchiare e l’altro elenca brevemente le sofferenze che mi aspettano se oserò semplicemente pensare qualcosa di sconveniente. Solo allora sollevano il telo di lino che copriva il suo diafano volto e la luce inonda, satura tutto il visibile. Finalmente, egli parla.

A regazzì, te domani ai da chiude sto covo de bacarozzi e vieni da lavorà ar negozio nòvo mio che quelli coooo assunto c’hanno er cotone ar culo e nun capischeno un beneamato cazzo, te dico domani perchè sò bbono e perchè me dispiace de dà lo sfratto a tutte le purci che abbiteno qui dentro, er problema mio è de esse troppo magnanimo, alimortacci tua che posto demmerda“, e santifica il mio negozio con uno sputo/reliquia.

Da quasi due anni lavoro nel meganegozio. Cosa è cambiato? Poco o niente. I primi mesi andava tutto meravigliosamente (Fanculo la partita IVA! Commercialista, puppami la fava! Scusi, come dice, le scadenze di fine mese, ecco, le prenda e se le infili dove sa), poi, però, è tornato tutto come prima perchè se per vent’anni sei stato il padrone di te stesso, è difficile non continuare a ragionare così, quindi ti fai problemi che non dovresti farti e ti addossi le preoccupazioni che non ti spettano. Certo, alcuni indubbi vantaggi ci sono, specialmente col rapporto con la clientela. Prima, era un camminare continuo sulle uova, le persone che ntravano in negozio te le dovevi tenere buone e blandire e coccolare e se anche ti tiravano fuori un vaffanculo con le tenaglie, prima di farlo uscire fuori dovevi lottare contro tutte le truppe di Mordor perchè un cliente sfanculato è un cliente perso. Adesso, considerando la mole di lavoro decisamente diversa, beh, qualche piccola soddisfazione uno se la può togliere…

Entrano i signori Strombazzi (al vecchio negozio chidevano lo sconto anche sui calendari in omaggio, in pratica volevano dei soldi per prenderli) che miportano una piastra per capelli talmente vecchia da essere stata usata anche per batterci i chiodi del Titanic “E’ normale che non si chiuda bene?” “Certo! Sono tutte così!” (In effetti è vero, quelle rotte sono tutte così), i coniugi Strombaloni (che si sono fatti cambiare la lavatrice tre volte fino a trovare quella con i colori del quadrante giusti per il loro bagno) comprano un frigorifero Bosch che costa uno sbrucculione ed erano indecisi tra quello ed uno di marca Smerdaflux “Signora, ma vuole mettere, questi sono tedeschi costruiscono con acciaio nelle miniere dei nani, questo non si rompe nemmeno se lo tira giù dal balcone!” (Frigo Made in Turkey che, a meno di annessioni dell’ultim’ora, non è germanica), i segretari della locale scuola media (prima di pagare una qualsiasi cacchiata facevano passare delle ere geologiche) acquistano piano cottura e forno da incasso e gli piazzo l’esposto invece di ordinargliene uno imballato perchè devo svecchiare la mostra “Sono gli ultimi due disponibili in tutta europa, dovevo scegliere se darli a voi o all’istituto “beato orfanotrofio dei bimbi disgraziati e poverelli senza pasti caldi da una vita” ma li dò a voi perchè mi state simpatici”, la signorina Temburini (74 anni la prossima primavera, con l’acquisto di un decoder digitale si è fatta sistemare, gratis, il rubinetto del bagno, sintonizzare tutte le radio a galena che aveva in casa su Radio Maria e spostare l’armadio del salone in camera da letto dove, ommioddio ommioddio, si era anche spiaggiata con occhio sornione) dopo aver acquistato un televisore ad un prezzo esageratamente alto, chiede l’intervento a casa per lo spostamento di Teleroma 56 su un canale diverso del 56, le viene gentilmente risposto “certamente, sono 50 euro, anticipate, per l’intervento, rilascio regolare fattura, come faceva lei da ragazzetta, del resto”.

Piccole soddisfazioni, magari sarò anche stronzo, ma vivo meglio.

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Italiano, amico, Sofia Loren, pizza, mandolino

1 Aprile 2012 1 commento

E’ un caso? Cazzarola, certo che è un caso.

I fatti, gli antefatti e gli strafatti. In un angolino della finestra di questo sito c’è una simpatica mappa del mondo con un sacco di pallini rossi, quei pallini siete voi. Non cominciate a fare ciao ciao con la manina che giro i vostri ip al blog degli operatori di call center che lavorano solo all’ora di pranzo, dovete sempre farvi riconoscere. Dicevo, cliccandoci sopra il simpatico gadget installato dall’amico Battista, vi dice da dove sono partiti gli ultimi dieci accessi al blog. Bene. Una settimanata fa appare un puntino rosso (che c’è ancora) da una porzione di globo terracqueo anomala, BAGHDAD. Per carità, nessun problema, qui siamo tutti amici e non so se ho mai ricordato quanto fossi un grande fan di Madjer, il tacco di Allah, comunque, il problema nasce quando IL GIORNO DOPO compare un altro pallino da un’altra parte di globo anomala (insomma, magari io sarò provinciale, ma mi stupisco anche quando quei pallini si accendono a Poggibonsi, che io mi chiedo ma chi ci conosco a Poggibonsi che se me lo chiedi a bruciapelo non so nemmeno dove cappero sia, se esiste o se è una cosa tipo la kamchatka del risiko che hai voglia a dormi che esiste davvero ma se credo a questa allora credo anche allo sbarco sulla luna e alla morte di Elvis, ma fatemi il piacere, fatemi. Dicevo, il giorno dopo (oh, è storia documentata mica come Garibaldi che scrive le minchiate col Galaxy, vabbè smetto con le interruzioni, ‘mazza che palle che siete), il pallino si accende in uotsammerica e compare la scritta LANGLEY, Virginia.

Non Langley, America, USA, patria dell’hamburger, della torta di mele e della vicina bòna della porta accanto che è tanto cauccia ma vai a scoprire che ha fatto 64 film, solo l’ultimo mese, e quello più tranquillo si chiamava “Bianca, ma non di neve”, no, roprio come appare nelle scritte di CSI o di quel telefilm con coso, Arno Rebb il pilota che non ci sente o non ci vede e non può più portare i caccia che lui si divertiva tanto e che da bambino sognava proprio di pilotare i caccia e bombardare tutti sti cazzo de arabacci e invece gli tocca fare l’avvocato della marina ma di quelli buoni, eh, perchè gli avvocati della marina USA mica sono stronzi, loro sono per la giustizia a tutti i costi mica farebbero assolvere e chiudere la cosa con un “cattivaccio, vedi di stare più attento un’altra volta” ad un pilota che per fare lo stronzo taglia un filo portante di una funivia al Cermis, eh, no. Comunque. Strana coincidenza, dal giorno dopo, e fino all’altro ieri, non si accedeva al blog.

E’ un caso. Una combinazione.

Però, il post che stavo preparando intitolato “cosa vuoi più di 72 vergini”, l’ho cancellato

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Sport di squadra

28 Febbraio 2012 5 commenti

Tendenzialmente, una contraddizione in termini. A che cazzarola serve una squadra? Se un attaccante avversario sta correndo verso di me immaginando di poter attraversare incolume la strada che ancora ci separa, io non voglio altre persone tra me e i suoi legamenti crociati, nessuno deve frapporsi tra i miei tacchetti ed i suoi due mesi di trazione. Eccheccazzo. Il caso universalmente conosciuto che popola e riempie le notti tormentate da incubi nei vari reparti ortopedia delle città dove ho giocato è che se un compagno arriva a pensare di mettersi tra ME ed il compimento della mia missione (distruggere una famiglia, una carriera, dei sogni giovanili di sfangarla con il gioco del calcio), significa che non sei un bravo compagno, se non sei un bravo compagno, sei un nemico, se sei un nemico, devi da morì. E allora vai a fare compagnia all’amichetto tuo in ortopedia generale, che volevi salvarlo facendogli un intervento in anticipo quando sanno tutti che il colpire la palla è una conseguenza dell’azione di interdizione alla posizione eretta che il difensore centrale attua sul caso attaccante lanciato a rete. E nemmeno una conseguenza necessaria od obbligatoria, diciamo, una possibilità. Remota. Fortuita, ecco, fortuita. Meglio. Una condizione accessoria, nulla di più.

Bei tempi. La gioventù. Il calcio come unica ragione di vita, sport non inscrivibile in quelli che sono banalmente definiti sport di squadra. Il calcio è famiglia, banda, cricca, ghenga, stormo, agglomerato e soprattutto associazione a delinquere di acclarato stampo mafioso. Noi, prima della partita non ti si minaccia, non ti si avverte. Ti si consiglia, ecco. Come una grande famiglia ti si dice non di lasciare ogni speranza o voi ch’ entrate,no, potete tranquillamente scorazzare per il rettangolo di gioco come più vi piace. Ma non con la palla al piede, quello no. Campo mio, regole mie. Decidete di non seguire questa semplice regola, questa piccola concessione all’ospitalità che vi chiediamo? Nulla in contrario, fate come foste a casa vostra, a fine partita potrete tranquillamente uscire ma non sulle vostre gambe. Non si può aver tutto.

Calcio come scuola assoluta di vita, calcio come sudore, sangue, accidenti, fulmini, saette, insulti, mortacci, tua e de tu nonno, sguardi d’odio, anime de li mejo mortacci di rami familiari estinti ed in disuso, mestieri di madri e sorelle messi alla berlina e tutti, comunque, riconducibili a quello della zoccola, intesa come grande topa e non, interventi a gamba tesa, vaffanculi lanciati verso tifoserie avversarie come fossero le trecce degli innamorati, piedi a martello e odio totale ma circoscritto ai 90 minuti regolamentari, finita la partita, sorrisi e abbracci, ma vada prima lei, ma si figuri non mi permetterei mai, guardi, le ho tenuto il parcheggio, ben gentile, mi spiace di aver detto quelle brutte cose sulle acclarate abilità orali di sua mamma, ci fu fraintendimento, intendevo oratorie, ci mancherebbe signore mio, e che dire delle infamanti parole da me pronunciate nei confronti delle abitudini agresti del suo papà con i tori? Vili calunnie delle quali or ora mi pento. Calcio dove le gerarchie sono semplici, chiare e ben delineate, quelle come i ruoli in campo e le semplici necessità.

Calcio dove c’è l’allenatore, poi c’è Dio ed infine il bisogno di respirare. Calcio dove il discorso di Al Pacino in “Ogni maledetta domenica” lo fanno ai pulcini, che già se ti presenti in categoria allievi con una stronzata tipo quella di ogni centimetro, si alza un Persichetti Andreino qualsiasi e ti sputa a campanile in un occhio dicendoti di smetterla con queste stronzate da femminuccia e ti chiede se quelli dell’ambulanza sono i soliti o c’è il dottore nuovo che si impressiona alla vista degli organi esposti. Che la nonna di Persichetti è quella sugli spalti vestita di nero con la falce del povero marito che urla “Vediamo quanti ne porto con me oggi! Andreino! Ho sete di sangueeeeeeeee”. Figuriamoci se un lampadato signore italoamericano possa essere preso sul serio e non considerato un cabarettista. A Torrimpietra, dove giocavo, il nostro allenatore aveva fatto piangere il sergente Hartman, la leva calcistica del ’67, quella cantata finocchiamente da De Gregori (Nino NON aver paura di sbagliare un calcio di rigore??? Nino, non devi aver paura di sbagliarlo, devi aver paura di un paese che sa dove abiti, sa dove vai a scuola, sa dove lavora la tua mammina e che, soprattutto, non dimentica. Prima o poi, tu o un tuo parente, vi ritrovate con una lama al collo, altro che tirare senza guardare ed il portiere lo fece passare, guarda benissimo dove cammini, da un tombino qualsiasi può sbucare la tua morte. Nino, abbi molta paura di sbagliare un caclio di rigore, tu fallo e togliti la vita in campo, mordi il dente finto pieno di cianuro, dammi retta), dicevo, la leva calcistica del ’67 era composta da chi poteva e da chi riusciva ad avere il permesso da direttore del carcere, ogni domenica la formazione la facevano i secondini, mica l’allenatore.

Bei tempi andati. Ma la figura primaria dell’allenatore rimane ed è primaria, fondamentale e decisiva in tutti gli sport di squadra. Si fa quello che egli decide, sentenzia e, per pura magnanimità, mette al corrente della squadra. Questa è la prima e fondamentale regola degli sport si squadra, senza di questa, l’anarchia,il nulla assoluto ed il Burraco.

Adesso, come avrete capito, non gioco più a pallone. No. Pratico la pallavolo. Dire gioco, è troppo. Oltretutto, l’unica cosa che mi ha convinto a farlo è la presenza della nostra allenatrice. Un mastino della guerra capace di snocciolare parolacce in fenicio e tirare un gancio destro che farebbe tuttora vacillare Foreman. Essa è la nostra condottiera, essa è il nostro vessillo, essa decide le nostre sorti come è giusto, sacrosanto e sancito dal diritto divino che sia. Per quanto mi riguarda, mi rammarico solo di trovarla al mio fianco in un contesto assurdo come quello pallavolistico, un gioco dove le squadre sono separate da una rete, oltretutto nemmeno una per polli, e per questo impossibilitate a pervenire a scontro fisico.

Oggi, essa ha preso una decisione: non ci presenteremo in campo nella domenicale sfida contro gli acerrimi nemici di sempre. Essi non meritano i nostri sforzi in quanto indegni di appartenenenza al genere bipede (qualcuna delle loro giocatrici, assume molto raramente tale posizione trovandosi maggiormente a proprio agio, e per maggior tempo durante la giornata, in quella quadrupede, ma questo è un altro discorso e non mi addentro nei gusti personali di ognuno o nelle naturali propensioni), non hanno il nostro rispetto e mai lo otterranno. Essi rappresentano quanto di peggio l’Italia berlusconiana abbia generato, una indegna accozzaglia di persone che prende talmente sul serio un passatempo ludico come la pallavolo tanto da mettere le mani addosso ad una signora.

Non ci presenteremo alla partita. Così è e così è deciso. Sacrosanto e scritto nella pietra. Purtroppo, nostro malgrado, sono state respinte richieste rappacificanti come “mandiamoli tutti dallo stesso carrozziere”, “diciamogli che ci andiamo, Non ci andiamo ma li chiamiamo ogni quarto d’ora per distruggergli una domenica dicendogli che stiamo arrivando, c’è traffico a Roncobilaccio”, “possibile che non sia possibile rifarsi su nemmeno un parente?”. Niente da fare.

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Il mondo sta per finire

23 Febbraio 2012 1 commento

No, i Maya non c’entrano una beneamata fava. Berlusconi non è più al governo e adesso Monti (ma soprattutto i nostri portafogli) hanno il triste compito di riparare ai danni fatti, gli asteroidi continuano a sfiorarci senza prenderci e gli alieni sono ancora giustamente schifati dai nostri Ipad per valere il prezzo della benzina usata per invaderci.

No.

Il mondo finisce per una sola e semplice ragione: i pranzi a scrocco. Di solito le cene, o pranzi sociali, vengono fatti a buffet. Questo significa che uno dei tuoi capi va a mettersi d’accordo con un soave ristoratore per pagare il meno possibile delle cose che farebbero schifo anche ad un recluso dell’Asinara, il simpatico ristoratore va da un gioioso procacciatore di alimenti, di solito uno con un nome rassicurante tipo Gino o’ Puorc’, Santino a’Discarica o Giustino il Vibrione per risparmiare sulle materie prime e guadagnare di più. Tanto, chi ci rimette siamo noi “invitati” che ci vediamo servire in tavola mozzarelle verdi (quelle blu costano il doppio dopo il servizio su studio aperto, no, non è una dimenticanza scriverlo minuscolo, un tg che si permette di dedicare spazio ai campionati Moldavi di slittino in topless, beh, non merita altro) e pasta avanzata da un ricevimento di nozze due giorni prima.

Di solito. Poi, però, può capitare l’imprevedibile, tipo, mettiamo come è successo oggi, che il ristorante dove avevano prenotato i capi sia chiuso per motivi d’igiene (più vero del vero, possino nascermi dei figli laziali) e, visto che eravamo lì, si sia costretti a dirigerci verso trattoria a conduzione familiare attigua e, quindi, si portino ad ogni commensale quello che sono lo spauracchio di ogni capo: i menù.

E lì sono cazzi. Ma cazzi acidi. Perchè le maestranze abbozzano ma non dimenticano.

Perchè adesso ti faccio pagare tutti gli staordinari non conteggiati dei mesi scorsi (“No, il vino della casa lo dai a quella zoccola di tua nonna che doveva cambiare le ginocchiere una volta al mese quando lavorava davanti alla caserma, mi dia la carta dei vini che ci penso io, ok, vorrei provare questo SASSICAIA di cui ho tanto sentito parlare”), ti sfragno addosso il fatto che svolgo il compito di tre persone e vengo pagato per mezza (“Antipasti? Certo che gradisco gli antipasti, vado pazzo per gli antipasti e no, oggi me ne sbatto la beneamata minchia di essere vegetariano, improvvisamente mi ricordo di un servizio di Quark che indicava nel caviale del Volga il principale colpevole del buco dell’ozono, ah, lei non l’ha visto? Beh, io sì, me ne porti una chilata e anche una bella fritturina, cozze, astice e tutto il cucuzzaro”), ti scatafrombolo sulle gengive le domeniche mattina in cui decidi di rimanere aperto e a pagare è sta fava (“Primi? Capperolina, certo che apprezzo i primi! Cortesemente, non ho visto entrando la vasca delle aragoste, saprebbe dirmi dove…come?…non le avete? Beh, sono sicuro potrete chiamare un corriere DHL e farle arrivare dalla Giamaica prima della fine del pranzo, le dò l’indirizzo internet del mio corriere di fiducia, quello che questi signori mi fanno usare quando vogliono mandare dei fiori alle loro zocc…alle loro colleghe dopo una tromb…dopo una proficua riunione di lavoro fuori orario, per il momento mi porti dei tortellini al Panda Rosso, lo so che è in via d’estinzione ma sono sicuro che per un piccolo sovrapprezzo ne troverà uno, sì, eccheccazzo, si vive una volta sola, no?”), ti sguazzaglio sulle spalle le mezze giornate settimanali di riposo che non godo ma che ti godi tu alla facciaccia mia “Secondi? Acciderboli se voglio anche il secondo, che ci sono venuto a fare sennò? Mi porti un filetto di Capodoglio a taglio unico. Cos’è? Lei prende un Capodoglio, butta via tutte quelle tonnellate inutili intorno ai tre etti di filetto che mi serve e me lo marina con limone e pepe rosso. Vicino ci vorrei una salsa di pinna gialla di tonno. Esatto, vede che lei ed io ci capiamo? Prende un tonno, butta tutta quella parte inutile intorno alla pinna gialla e me la frulla col minipimer, grande pupacchiotto mio! E dacci un’altra boccia di Sassicaia che questa è finita”), ti faccio agguazzare negli inventari e nella contabilità che non dovrei fare, ma faccio, rigorosamente a gratis mentre tu ordini una scrivania più alta perchè la tua segretaria si fa male alla nuca tutte le volte (“E mica ci vorremo alzare senza un brindisi? Prenda quelle bocce verdastre che tiene in bella mostra, quelle con l’elegante etichetta arancione e le faccia cantare come fossero i tre tenori, ne stappi una anche per i signori al tavolo a fianco che hanno cantato coi rutti ”Roma capoccia” in maniera sublime”)

Sto per morire. La Grande Abbuffata è niente al confronto. Uscendo dal ristorante la scena che si presentava era questa: i nostri capi in lacrime davanti al conto, noi, rotolanti e ciucchi persi in preda a orgasmi multipli ed i ristoratori in lacrime che urlavano “E vaffanculo al mutuo! Vaffanculo alle rate! Monti, sei il nostro eroe! Chiama quella testa di cazzo del direttore di banca e digli che mi sono trombato la moglie nella sua macchina l’altra sera. Lui capisce. E mi trombo anche il suo fido. Capirà anche questo! Evvai col treninooo Brigittebardòbardòbrigittebejobejooo”.

Sono soddisfazioni. Adesso lasciatemi morire. Contento.

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Che palle la pallavolo

15 Febbraio 2012 1 commento

Il seguente intervento verrà pubblicato in forma semplificata poichè scritto con la sinistra ed utilizzando, esagerando, la metà delle funzioni cognitive a disposizione.

Abbiamo già ampiamente dibattuto di come la crisi di mezz’età sia altamente distruttiva e di come, anzichè comprarmi la banalissima moto di enorme cilindrata o trovarmi una ventenne abbacinata dall’uso del congiuntivo e, talvolta, del gerundio anteriore, io abbia deciso di darmi agli sport. Di squadra, poi.

E non della playstation.

Escluso il calcetto (sempre stato una sega a pallone, figuriamoci a calcetto dove serve una velocità di reazione che non mi è mai appartenuta, io avevo bisogno di tempo per mirare bene bene al malleolo dell’attaccante avversario (quando sei davvero ma davvero una sega a calcio hai due possibilità, o ti mettono in porta, italicamente la morte sociale, come adesso portare una maglietta con scritto “Schettino sei il mio eroe, resisti” o diventi difensore centrale. Quello con la stessa mobilità di un tir a secco di gasolio e cattivo come l’ultimo in fila ad un sottocosto Euronics. In pratica, se non riesci a fermare l’attaccante avversario, devi fare in modo che non abbia di che esultare dopo il gol segnato o che, se lo fa, lo fa a mezza bocca dalla trazione di ortopedia), dicevo, a calcetto è tutto più veloce, non avevo altre armi che non fossero il classico pestone sulla caviglia o la semirovesciata sul polpaccio, dagli e dagli ti stufi. Avevo provato anche con il tennis ma mi hanno spiegato dopo che la racchetta si usa per le palle gialle e non per quelle dell’avversario (questa era troppo facile, avete ragione) ed in ogni caso, troppo veloce. La pallanuoto offre innumerevoli spunti e, dal livello dell’acqua in giù, è tutto un fiorire di colpi proibiti. Un paradiso, direte voi, miei piccoli ed ingenui amici del bosco dei cento acri, eh no, care le mie testine di cappero, vi rispondo io, primo, perchè è uno sport che si fa in acqua, ed in acqua l’uomo perde la sua naturale fragranza di muschio, cuoio, ignoranza e cinturato Pirelli che tanto lo contraddistingue ed in secundis, si fatica come a coltivare la terra. Che tu stai in campagna e ti devi alzare al canto del gallo, sennò non vale e ti tolgono la patente da bravo contadino, per coltivare i cetrioli. Ma chi cazzo se li mangia i cetrioli? Una volta che li hai tagliati e messi due micropezzi in insalata, ma cosa stramminchia ci devi fare di tutto il restante messo chilo di cetriolo che rimane (non mi fate i maliziosi che non siete capaci, e siete anche banali, e noiosi, come un succo di frutta alla pera (cit, Enzo Miccio)). Dicevo. No, continuavo, la pallavolo. Che palle. Non puoi picchiare nessuno, se insutli qualcuno ti guardano male. Tagliare le gomme della macchina degli avversari è disdicevole, sputargli, poi, ti guardano tutti brutto (ma vi ricordate quelle belle scaracchiate mollate in faccia agli odiati avversari di sempre del Palidoro quando si giocava a pallone nei campi? QUelle cose che ti venivano in gola dopo una ventina di secondi di rumori assurdi fatti tirando su di gola che ti fa fai una gastroscopia da solo andando a recuperare cibo non digerito dalla cena di Natale e catarro nascosto al calduccio negli alveoli polmonari dimenticati dall’umana anatomia? Gli mollavi sta mezza chilata di roba che tanto bastava a fargli un livido ed almeno una settimana di prognosi aperta. Bei tempi. Adesso ti devi stringere la mano prima e DOPO la partita. Orrore e raccapriccio.

Metti stasera che abbiamo perso. Perchè abbiamo perso. In maniera spettacolare, oserei dire.

Non parlerò della mia prestazione perchè non sono avvezzo al superlativo assoluto. Ma. E c’è sempre un ma, ero in campo in due dei soli e miseri tre set dei quali si è composta la partita.

Nel riscaldamento prendo d’occhio quelli che hanno i fisici più deboli tra gli avversari: due superano i settanta, due superano i centoventi, quattro le sei, una i quattrocento (anni nel primo caso, chili nel secondo, diottrie nel terzo, euro a botta nel quarto), nessuno sconto nell’ultimo caso quindi punto i primi tre casi umani. Nel riscaldamento ne faccio fuori due, uno dei capodogli ed il campione provinciale di burraco 2010 (sport che, ricordiamo, conta tra i quadri dirigenziali federali almeno sei partecipanti alla spedizione dei mille), agli altri, penseremo dopo.

Primo set. Qualsiasi, e dico qualsiasi, palla loro tirassero nella nostra porzione di campo, veniva inviata nella troposfera. Indifferentemente da come arrivasse: lenta, calma, placida, tranquilla, lieve come una loffa o forte come un calcio nei coglioni, noi riuscivamo a spararla alta fino alla copertura del campo. Le poche volte che la prendevamo bene, il ricevitore si ritrovava tra i piedi qualcuno e, o lo abbatteva o per forza di cose gli doveva lasciare la palla salvo sapere che ne avrebbe fatto lo stesso uso di una supposta lassativa, ne sarebbe venuta fuori una cagata. Facile anche questa, ma è anche l’una e venti. Perdiamo 25-9. Se non ci presentavamo, o facevamo giocare al posto nostro i sette nani di gesso, avremmo perso con minor scarto.

Secondo set. Avete presente il primo? Bene, con l’eccezione che queli che normalmente sono i punti deboli della squadra hanno giocato come Zorzi, Papi e Gardini dei tempi d’oro, alla nostra allenatrice arriva un sms di Velasco con i suoi personali complimenti salvo scoprire che i migliori giocatori continuano ad essere geolocalizzati in campo ma con le palle in diversa provincia. Brontolo e Mammolo smadonnano in panchina ansiosi di entrare. Perdiamo 25-18.

Terzo set. La disperazione attanaglia i cuori. Quattrocento euro ha il carnet pieno fino al 2025 e molti sono i cuori inconsolabili che sperano di trovare degna consolazione, la troveranno, ma dalle 15 alle 15,30 del sedici meggio 2018, per ora, nel freddo palazzetto di Bracciano, la consolazione si chiama “Avranno anche vinto ma chi ha stabilito che non possiamo farli pentire?”. L’allenatrice sventola la bandiera di guerra, da questo momento vale tutto. Iniziamo a cantare il repertorio di Marco Masini, 3-0 per noi, mostriamo foto dei familiari della squadra avversaria, 14-6 per noi, il nostro accompagnatore rientra in palestra sottobraccio all’anziana madre del martello avversario, 20-13 per noi. Vittoria facile, direte voi. No. Alla fine perdiamo anche questo 25-20.

Loro hanno acceso il televisore. Oggi era il primo giorno di Sanremo.

Maledetti loro, c’hanno battuto con le nostre armi.

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La pallavolo non è uno sport. E basta.

16 Dicembre 2011 2 commenti

Ricordate tutti i motivi per i quali la pallavolo non è sport maschiale? Nessuno ha mai preso un daspo per la pallavolo (se non sapete cosè un daspo andate su un blog di ricette su come si cucinano i panettoni, io, al massimo, vi spiego come macellare le fottute renne di Babbo Stronzo Natale e come capire quali sono i pacchi con i regali migliori e cambiare le etichette senza farvi accorgere e beccarvi l’Iphone che doveva andare a vostro cognato invece della sciarpa che vi sarebbe toccata), nessuno ha mai chiuso il traffico per una partita di pallavolo, il Papa non ha mai dovuto cambiare percorso per un derby di pallavolo (dubito ne esistano, la dignità di nessuna cittadina può essere talmente bassa da arrivare ad avere DUE squadre di pallavolo), la notizia che la nazionale italiana di pallavolo ha vinto il campionato intergalattico verrebbe data dai telegiornali comunque dopo i consigli dell’esperto su come evitare un frontale con un autobus attraversando la strada (“Evitate di pensare ho la precedenza quando vi confrontate con un 30 quintali di coso arancione”) e forse, ma solo forse, una replica de La Signora in Giallo.

Ecco, non sono abbastanza. O meglio, sono inutli. La pallavolo NON è uno sport, quindi va a decadere ogni possibile domanda sulla sua maschialità.

Spiego. Per motivi insiegabili a me per primo, non solo continuo con il suddetto passatempo (disdegnando il modaiolo burraco, disciplina nella quale è possibile confrontarsi con gente di tutte le età, persone che vanno dal vecchio fino ad arrivare al decrepito, che ti apre un mondo altrimenti sconosciuto su cateteri, gastroscopie e calcoli ai fini pensionistici MA che offre un vantaggio che non potreste avere in nessun altro ambito: se state perdendo, potete uccidere l’avversario semplicemente chiudendogli la valvola della bombola ad ossigeno e NESSUNO SE NE ACCORGE, anzi, il tipico rumore “anziano che stramazza” viene accolto con la massima naturalezza. Bellissimo. Il vostro avversario ha carte migliori delle vostre? E’ un attimo sostituirgli le pasticche di nitro con le zigulì e voilà, le sue carte ora sono le VOSTRE carte, non serve nemmeno tanta destrezza considerando che il numero di diottrie al tavolo è pari alla minima di Rejkjavik in una giornata in cui i pinguini vanno in giro con la sciarpa). Sì, ho finalmente chiuso la parentesi, che rompipalle che siete. DIcevo, non solo continuo con questa assurda perdita di tempo ma adesso faccio parte di una squadra del sopracitato esercizio fisico. Non per colpa mia. E nemmeno dell’allenatrice, lei non c’entra, anzi. Nel presentare la possibilità di fare questo torneo, era entrata in campo con una testa sanguinante sotto braccio ed aveva detto “L’allenatore del Bracciano ha dato forfeit, quindi c’è un posto vacante nel torneo annuale. Che volete fare?

E che ve lo dico a fare? “ECCOMI!” urlai pregustando ritiri prepartita a base di rutti alla cipolla, schemi difensivi riportabili agli insegnamenti di Mister Bruseghin della vecchia scuola calcio ”Colpisci tutto quello che si muove, se è la palla, va bene lo stesso”, trasferte innaffiate di rosso vino e partite circondate da rosso sangue, maschia solidarietà tra compagni (lo so, faccio parte di una squadra mista, ma posso assicurarvi che almeno due delle nostre donne somigliano più ad un Iveco Turbostar che a Belen Rodriguez) e tornare a casa contento e felice per aver tolto qualche dubbio dalla testa degli avversari, inutile che ci proviate, non potete prorpio passare come codici bianchi.

E invece no. Nulla di tutto questo.

Arriva finalmente la prima partita di campionato. Chi si presenta con la divisa stirata, chi si presenta con le ginocchiere nuove nuove, chi invece con degli schemi di gioco scaricati da quel sito di checche della lega volley. Io e l’allenatrice arriviamo a bordo di un tank. Mimetico. A cingoli, cazzo. Che anche l’asfalto si renda conto che la musica è cambiata! Lasciamo il segno e siamo pronti a lasciarlo anche sulle rotule degli avversari, l’inutile Ladispoli. I nostri due paesi si odiano da tempo immemore e per motivi che entrambe le sponde dell’Aurelia hanno dimenticato nella nebbia di un sonoro “Sticazzi”, ci si odia e basta, come deve essere e senza stronzate varie come possono essere i motivi per i quali uno dovrebbe odiare e bla bla bla e le bombe e tu hai ammazzato nonna e tu sei blu sotto le ascelle e tu hai detto che la Besozzi della 4f cistava e invece no e chissenefrega! Noi siamo noi, LORO non sono noi, quindi Odio, e basta! Meraviglioso nella sua semplicità e commovente per efficacia. Apriamo la porta ognuno con il basco delle nostre fanterie preferite, lei quella del 5° battaglione Ortopedia Spallanzani ed io del 12° Guastatori di Chirurgia Generale, pronti al combattimento. Orrore e raccapriccio. Manca la materia prima di ogni massacro, mancano i figlidiputtana, i lapallaèfuoritihodetto, le pance da sbudellare, le madri da piangere. Mancano gli avversari. Non si sono presentati rinunciando al loro fondamentale ruolo di materia prima.

Non solo. Gli gnavi compagni decidono per un democratico (ossignoredominemio anche solo scrivere questa parola mi fa orrore, come parlare dell’uomo nero ai bambini o delle fiamme gialle a Tronchetti Provera) ripetersi della gara in quanto gli avversari non potevano presentarsi. COME? CHE COSA? Ripetersi della gara? Ma stiamo scherzando? adesso ci alziamo tutti da qui e andiamo a cercarli uno per uno, li staniamo dalle loro comode casette e li decapitiamo su pubblica piazza a monito delle prossime squadre! Sangue! Organi interni portati all’esterno! Usciamoooooooooo.

No.

Siamo rimasti lì, tristi e sconsolati io e l’allenatrice. Nemmeno l’ultimo numero della rivista di Amnesty International è riuscita a farci ridere. Volevamo andare sulla collina sopra Regina Coeli ad urlare ai detenuti ma, guardandoci in faccia, abbiamo capito che nemmeno quello avrebbe aiutato.

Che palle la pallavolo.

 

 

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Ventanni

10 Dicembre 2011 Nessun commento

E’ da molto che non scrivo.

Non che non ne avessi da dire e nemmeno avessi deciso improvvisamente di smettere, semplicemente facevo passare il tempo. Pigramente  e mollemente scivolavo in uno stato di apatia che mi impediva di uscire da quelli che erano i normali binari della quotidianità e mi privavo dell’imprevisto o di quella che era, come in questo caso, una valvola di sfogo ed un divertimento. Il problema è che, accumulando tutta questa pigrizia, poi si finisce a non avere più la forza di uscire dalla propria poltrona a fagiolo, nemmeno per rialzare la testa a controllare se qualcuno se ne è accorto. Questo scritto sarà decisamente diverso da tutti gli altri, vuole essere un tirare fuori e imprimere da qualche parte, se mai ce ne fosse bisogno, che da vent’anni il mondo è privo di Giuseppe Nurra.

Per quelle strane coincidenze che appaiono o che uno vuole a tutti i costi far apparire, qualche settimana fa ho ascoltato una canzone dei Marta sui Tubi, DiVino, che in un passaggio, ripercorrendo cifre che in qualche modo sottolineano la vita (dal numero di lavatrici che si cambieranno alle volte che si batteranno le ciglia) cita “verserai venti litri di lacrime ma di queste solo uno di gioia”. QUesto è un periodo, per me, in cui ho versato molti dei diciannove restanti. Non è nemmeno questo. Mi è capitato di avere dei momenti, di felicità pura o disperazione lancinante nei quali non c’ero. Non c’ero. Semplicemente le emozioni erano talmente forti che l’unico modo per andare avanti, anche fosse semplicemente camminare, era smettere di pensare ed inserire il pilota automatico, fare in modo che quello che siamo, ciò che governa normalmente il nostro cervello, si mettesse seduto da qualche parte e lasciasse fare ad altri quello che va fatto. Che a pensarci a posteriori è definibile anche “fico”, spiego, ricordo una volta in cui mi sono messo a urlare, accorgendomi dopo un pò di tempo che ero io a farlo e la prima cosa che ho pensato è stata “Ohibò”. Davvero. Non credevo si potesse nessmo dire Ohibò nel mondo reale e non in quello dei fumetti.

Ma facciamo un passo indietro e spieghiamo, o cerchiamo di farlo, chi era Peppe.

Peppe era brutto. Secco secco allampanato, un corpo esile da piegatore di origami, già fare delle strutture in cartoncino lo avrebbe fatto sudare, con un capoccione in cima di almeno una taglia più grande del necessario. In mezzo alla faccia un naso adunco che stava giusto giusto sopra una superfice dentaria che avrebbe fatto pagare un mutuo intero a qualsiasi ortodontista, incisivi larghi e canini storti (probabilmente alcuni molari avevano preso il loro posto credendo di migliorare la situazione), capelli riccetti che non volevano saperne di avere un benchè minimo senso anche questi su due occhi titpici di quello che una telefonata ha appena svegliato dopo una settimana che non dormiva. Ah, dimenticavo che i denti erano quasi completamente gialli visto che raramente Peppe non aveva una sigaretta in mano. Brutto in maniera tale da fare torto alle altre persone brutte che, magari, potevano anche essere definite particolari. No, Peppe era onestamente brutto, sgraziato (camminava e si muoveva come Pippo dopo tre ore consecutive passate a fumare canne, e completamente scoordinato.

Ecco, in vita mia, non ho mai conosciuto qualcuno che rimorchiasse come Peppe.

E non disperate all’ultimo stadio, esseri malfatti che non credevano alla loro fortuna quando gli si avvicinava un loro simile, nemmeno incroci impossibili tra scarponi e blatte. Peppe, innanzitutto, era fidanzato con la ragazza più bella della spiaggia, una che poteva farti avere un erezione anche se ti salutava al telefono, ed in più ogni santa sera era accompagnato da sventole che adesso sarebbero in copertina di qualche settimanale o ragazze che non andrebbero nemmeno con un calciatore perchè non abbastanza in alto nella scala sociale. Tipe del genere normalmente entravano in un locale da sole salvo uscirne accompagnate da Peppe che, giusto per mettere in chiaro le cose e per, cavallerscamente, mostrare loro la strada, le portava fuori con una mano sul sedere. Il loro.

Peppe aveva qualcosa. Anni dopo, giocando a Dungeons and Dragons probabilmente lo assocerei al carisma ma non era nulla di così semplice, nulla che potesse essere ottenuto con un dado da venti, era anzitutto una assoluta trasparenza, era così, non cercava di darti un idea di se stesso diversa da quello che era e, la cosa meravigliosa, era che semplicemente potevi definirlo una persona straordinaria. E lui non lo sapeva. Essere suo amico ti faceva essere una persona migliore, la sua compagnia, in qualsiasi possibile ambito, era qualcosa che ti faceva essere diverso. Vicino a lui, insieme a lui, sentivi che avresti potuto fare qualsiasi cosa. Sentivi che era una persona da proteggere ma che, in condizioni normali, avrebbe abbattuto Tyson se solo ti guardava storto.

Sorrideva. Sempre. Anche ora lo sta facendo.

Sono vent’anni che per il resto del mondo non c’è più. Per me non è mai andato via, me lo ritrovo davanti quando ne ho bisogno e quando non ne ho. A volte lo sento nelle orecchie ripetere delle sue frasi tipiche e parole, che non starò a ripetere che lo facevano scoppiare a ridere, le diceva e rideva. E io con lui. E lo faccio tuttora. In momenti che non mi aspetto me lo rivedo davanti a fumare o suggerirmi cose da dire.

Avrei voluto che le mie figlie lo conoscessero e non solo attraverso i miei racconti, avrei voluto presentargli mia moglie, vorrei ancora abbracciarlo. Tornare indietro ed impedirgli di salire in macchina, dare la possibilità al mondo di vedere come potremmo essere di come sia possibile essere persone migliori e felici, per la miseria.

La parte migliore di me, la parte buona della mia anima ha il suo nome e cognome.

Ciao.

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Del calcio, dell’infanzia ed altre sciocchezze – Reprise

7 Maggio 2011 Nessun commento

Appartengo ad una categoria di maschi, ex ragazzini, facilmente identificabili. Veniamo definiti, via via che gli anni passano, in maniere sempre più colorite e istrioniche: da ragazzini eravamo semplicemente “pippe”, più avanti avevamo “i piedi fucilati”, gli stessi piedi diventavano “entrambi sinistri”, le nostre gambe erano buone “solo per camminare, e forse nemmeno a quello”.
In breve, non so giocare a pallone.
Adesso, alla folgorante età di 36 anni, bello come il sole nel mio brizzolato clooneyano, con la pancetta pronta (semmai ce ne fosse bisogno) a testimoniare che il mio fisico si mette in movimento solo quel tanto che basta per scolare i fusilli, circondato da persone che da ragazzini erano fulmini della fascia, rapinatori d’area, gatti tra i pali, adesso, dicevo, posso finalmente affermare che non me ne sbatte più una beneamata fava.
Sono circondato da amici che fino a qualche anno fa giocavano ancora. Poi, uno si fa male al menisco. Passano due mesi. Un altro, articolazioni del ginocchio.
Legamenti.
Una parola che, al massimo, può far venire in mente un nodo margherita, qualcosa che serve se ti trovi in barca sotto una bufera. Ci sei tu, l’acqua che soffia dappertutto, il vento fischia talmente forte che non riesci a capire da dove parta, è buio, lampi che, a sprazzi, lasciano intravedere le vele lacere ed il prossimo cedimento dell’albero maestro, tu esci fuori dalla cambusa e senti Ishmael che urla “Serra i legamenti di poppa!”.
Improvvisamente cambi orizzonte e alla parola legamenti associ un tizio vestito di bianco, con una mascherina davanti alla faccia che sta per usare un coltello affilatissimo su di te. Col tuo permesso. E mesi di tutore e fisioterapia.
Improvvisamente ti trovi a vantarti più della tua bravura con Fifa 2006 che di quanto anticipavi l’avversario nei tackle.
Improvvisamente quelli che erano gloriosi ricordi di trofei vinti con la squadretta del paese diventano ricordi tristi.
Per voi.
Io, che quei ricordi non li ho, me ne sbatto alla grande. Anzi. Se penso alla mia infanzia ed al pallone, viene fuori questo.

Ho iniziato a portare gli occhiali in quarta elementare. Se non bastasse, insieme ad un assurda insistenza ad ampliare il mio parco vocaboli e non limitarlo al necessario per definire lo stato di fame, di sete e di apprezzamento per le rappresentanti dell?altro sesso attraverso grugniti e rumori corporali, ha decretato la mia morte sociale.
Sono entrato di diritto, ma con soddisfazione, nella categoria degli sfigati.
Mettiamoci pure che i miei migliori amici erano un ciccione, uno secco e allampanato, uno carino ma balbuziente ed una ragazzina che definire brutta faceva un torto ai brutti. Immaginate una femmina con tutto quello che avevano le altre ma in ordine sparso, con caratteristiche casuali. Spiego, gli uomini trovano carino un nasino piccolo e all’insù, delle poppe grandi e generose e dei capelli lisci e setosi? Bene, lei di piccolo aveva le orecchie, il naso era grande e generoso, i peli del naso erano lisci e una continua, lieve sudorazione gli conferiva un aspetto setoso.
Intorno a noi ruotavano tutta una serie di sfigati in prestito da altri paesi o nerd temporanei (capitava che a distanza di tempo qualcuno diventasse popolare per i più svariati motivi, perché imbattibile nello sputare lontano, perché dei genitori permissivi gli concedevano il motorino anzitempo o per sopraggiunta inevitabile bellezza. Capita), ma noi restavamo sempre gli stessi.
Unici.
I soli, a mia conoscenza, a giocare a Star Trek, a riuscire a giocare una partita di pallone per quasi mezzo pomeriggio coi portieri volanti e farla finire zero a zero (tanto per dire con quale precisione di tiro avete a che fare), a sapere che se avevi bisogno di aiuto, basta che non ci fosse da fare a botte con qualcuno (in quel caso, il secco scappava, il ciccione piangeva, la brutta sveniva ed il balbuziente faceva ridere. Cercate di capire, dalla mie parti la fase preparatoria alle botte, quella della presa per il culo e dell?insulto creativo, era fondamentale. Il balbuziente ci metteva mezz’ora a rispondere ad un classico “sei crema di fogna e schiuma di cesso”, e per quando articolava una risposta udibile e comprensibile a tutti, le nostre mamme avevano già chiamato per la cena), tutti erano pronti a darti una mano.

Litigai con loro una sola volta, ma al punto da decidere di non voler avere più nulla a che fare con loro, avrei cambiato tutto nella mia vita.
Decisi di fare il provino per la scuola calcio.
Assurdo, eh?
Nel mio paese la scuola calcio era l’equivalente del Rotary o della P2, non potevi entrarci semplicemente iscrivendoti, dovevi sudartela. Dovevi meritarla.
Gli attaccanti dovevano essere in grado di colpire la palla sinistra di un passero in volo, i portieri dovevano poter fermare la corsa di un Alfasud (per la categoria pulcini, bastava una 600), le ali dovevano essere in grado di fare tredici giri di campo sudando un massimo di quattro gocce, i centrocampisti dovevano far sembrare corti i lanci di Holly e Benji, i difensori centrali dovevano presentarsi alle selezioni con la testa di un parente.
Il capitano della squadra era Mazzoleni Guido, la più grande testa di cazzo intorno al metro che sia mai esistita. A dieci anni aveva già al faccia devastata dai brufoli, una condanna passata in giudicato e varie malattie veneree, ma con il pallone tra i piedi, accidenti a lui, era Giovanni il Battezzatore.
Mi presentai alle selezioni e, passate due ore ininterrotte di risate da parte dei presenti, si mossero a compassione e mi permisero di entrare nel campo di gioco. Scalzo.
Il giardiniere, Consolo Ragionier Alberto (non era ragioniere, aveva fatto si e no due anni di asilo salvo essere espulso per una storiaccia di contrabbando, si chiamava così perché la madre aveva letto una targa su un portone e, Ragionier, “sarà anche un nome straniero, ma l’è proprio un bel nome”, il prete, mosso a compassione, aggiunse anche Alberto, in onore di Ascari), minacciò di “attaccare i miei piccoli ma già avvizziti testicoli al primo treno in partenza per Vaffanculo” se osavo anche solo pensare di sollevare una zolla del sacro manto erboso con i miei “piedi buoni solo per correre verso il paese delle teste di cazzo” da cui, sicuramente, provenivo. Quindi, scalzo.
Guardo fiero Ragionier e dico “anche Pelè ha iniziato scalzo”.
Tira fuori un sigaro toscano, lo insaporisce passandoselo sui piedi, e mi risponde “Ragazzo, quelli come te sono dedicati a grandi imprese” -dice mentre mi gira intorno squadrandomi – “hai dei piedi buoni per farci salcicce ma dalla tua hai una straordinaria testa di cazzo, se ti impegni potrai essere il più grande fallito del paese e superare anche Guidetti che ha investito tutti i suoi soldi in videoregistratori Betamax”, e se ne va augurandomi buona fortuna.
Ok, posso spuntare la voce “buoni auspici ed incoraggiamenti” sulla lista Giornata Di Merda.
L?allenatore ci mette tutti in fila e, da buon sergente dei marines, ci dice di non aver mai visto un simile mucchio di inutile e putrida massa carnosa. Guido Firlin fa l’errore della sua vita mettendosi a piangere, lo mandano via a calci sulle gengive, non prima di averlo usato come barriera vivente per l’allenamento alle punizioni di Gaiatto Benito, detto Sputnick (da quando ha fatto perdere le tracce di un pallone che aveva calciato in aria, le cose sono due: o l’ha messo in orbita geostazionaria, o quando ritornerà giù sarà per annunciare l’apocalisse), quel che fu riconsegnato alla madre non bastò nemmeno per il funerale, i resti di Firlin furono sepolti dentro una confezione di Nesquick.
L’allenatore decideva il tuo ruolo semplicemente guardandoti negli occhi, per i difensori, guardava quelli delle teste che avevano sottobraccio.
Per capire quanto avevano sofferto. Apprezzava anche la presenza, al posto delle comuni gambe, di un bel paio di cingoli.
Arrivato il mio turno disse “Spalti. Tifo. Ma solo sciarpa, con quella faccia ti dovrebbero spiegare anche come funziona una bandiera”.
Mentre stavo per rispondere in maniera sarcastica, e porre così fine alla mia vita terrena, vedo in lontananza i miei amici che mi sorridono e tengono in mano le mie orecchie finte da Signor Spock, e mi fanno cenno di andare con loro. Tutto finito, tutto dimenticato.
Li saluto, sorrido all’allenatore e faccio per andarmene.
Mi giro e, davanti a me, un pallone.
Signori, per quanto pippa, rimango un italiano ed un italiano non può in nessuna maniera resistere all’atavico impulso di calciare qualsiasi cosa di forma anche solo lievemente sferoidale che gli si pari davanti.
Tiro una crocca che nemmeno la cannonata di mezzodì dal gianicolo verso la porta. Piglio pieno il palo, il rimbalzo finisce contro un cingolo di un difensore, prende velocità e becco preciso sulla regione occipitale destra Mazzoleni Guido, che stramazza al suolo. Panico. Terrore. Improvviso desiderio di morte.
Il Mazzoleni si tira su con la memoria completamente azzerata e, ricordando solo l’ultima parola che ha visto prima della botta, si decide, ed è deciso tuttora, di essere un ballerino di Tango.
Io sto scappando dalla fatwha che mi hanno lanciato da allora.
Il calcio fa male.

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A me, Rutger Hauer che mòre fracico, me fa un emerita

15 Aprile 2011 1 commento

Il seguente post va in onda senza l’ausilio di foto, ne capirete poi il perchè, ed è dedicato a tutte quelle insulse ed insultanti forme di vita che, intervistate per strada da giornalisti cercopitechi sugli argomenti più interessanti della comune vita pubblica, rispondono “vorrei tanto fare un lavoro a contatto con la gente”.
Imbecilli.
Ve la regalo a pacchi la gente, ve la infiocchetto e ve la consegno direttamente a casa vostra e quando vi vomiteranno dentro negozio (successo), quando vi pisceranno sul pavimento (successo anche questo), quando vi faranno un disegno della loro operazione alla prostata (anche questo, davvero), quando vi insulteranno e malediranno fino alla terza generazione passata e futura salvo accorgersi solo dopo che in realtà non ero io l’oggetto delle loro pene ma un altro negoziante (certo che è successo), quando persone che durante la loro insignificante giornata contenuta nella loro inutile vita poteranno la loro irritante faccia dentro il vostro negozio e vi racconteranno dei loro trascorsi negli ospedali psichiatrici e di come la loro vita sia legata all’assunzione di psicofarmaci questo ripetuto in media ogni DUE giorni (verissimo), mentre scrivevo ho dovuto fare un pausa perchè un tizio che non conosco è venuto a raccontarmi che ha scoperto il perchè per dieci anni la tapparella del suo salone non funzionava bene, me lo ha detto, ha salutato ed è uscito. Punto. Non doveva comprare nulla, non ha chiesto nulla, è entrato, ha detto quello che doveva dire e se ne è andato. Per i più curiosi, c’era il cadavere di un piccione morto che bloccava lo scorrimento (capirete che non vedo l’ora che sto tizio torni per ricevere un invito a cena) o, infine, quando vi troverete di fronte, all’ora di chiusura, con mezza tapparella giù, ad un tizio con le mani sudate e fermo da mezz’ora di fronte alla vetrina delle fotocamere che bisbiglia tra sè e sè ed ogni tanto ad alta voce dice “devo comprare qualcosa”, “ho bisogno di comprare qualcosa”, “non so fotografare”, “perchè mai dovrei comprare questa”, salvo uscire con una fotocamera sotto braccio dicendomi che non la voleva (più vero del vero, quella volta ho ringraziato sia gli alieni sia il programma ministeriale di controllo della mente introdotto dall’uomo che fuma di x-files).
Bene.
L’altra mattina entra una signora, saluta e mi chiede se ho le schede di memoria per il telefonino, dico di sì e chiedo quale telefonino abbia visto che ce ne sono diversi tipi, lei, timida timida mi dice che non lo sa, prende il telefono e me lo fa vedere, aggiunge, sa, mi scusi, ma non ne so molto, mi saprebbe spiegare come funziona sta cosa delle schede, se faccio una foto la posso salvare lì e come posso vederla, gli rispondo certo, le schede servono a questo, scatta una foto e decide di salvarla sulla memoria del telefono o sulla scheda (io sono un anima candida), ma se io tolgo la scheda tolgo anche la foto quindi, mettiamo il caso, qualcuno prende il telefono se non c’è la scheda la foto non si vede, e no, certo che no, la foto è nella scheda, senza scheda niente foto (anima purissima, celeste cherubino, placido angioletto), ma senta, per sapere, non è che si potrebbe mettere un codice d’accesso alla scheda in modo che la foto la possa vedere solo che conosce questo codice e nessun altro, beh, dipende dal telefono, alcuni hanno questa funzione (Fatima e i pastorelli, Lourdes, Medjugorie e tutti gli altri siti di apparizioni mariane, nel mio cuore c’è spazio solo per loro), no, perchè sa, avrei delle foto che vorrei essere sicura di vedere solo io e non, MAGARI, mio marito, io ridacchio nella mia bianca veste (NOI VOGLIAM DIOOOOO, VERGIN MARIAAAAAA), e compio l’errore fatale, ridacchio ancora e dico “e che tipo di foto saranno mai?”. Al che, lei prende il telefonino, lo gira verso di me e dice “Queste”.
“OSANTAPACEDELCIELOCHECOSACASPITALESTANNOFACENDOEDINQUANTIGLIELO STANNOFACENDO ECOSASTANNOUSANDOPERFARGLIELO!!!”
Non avete idea. Non potete averne. Sappiate che sto odiando da allora il tizio che studia per aumentare la risoluzione delle fotocamere dei telefonini, e quello della signora aveva una risoluzione incredibilmente alta, caratteristica che condivideva con almeno un paio delle persone che circondavano la signora stessa. Da allora, vai a capire perchè, provo un istintivo senso di ribrezzo al solo pensiero della preparazione di un minestrone e non riesco ad ascoltare le parole “simbolo fallico” senza cadere a terra svenuto. Se mi avvicino ad un telefonino mi esce il sangue dal naso.
Inutile dire che tutte queste emozioni contrastanti sono rimaste solo nel mio cervello e che sono riuscito a non farmi accorgere di nulla, sono stato imperturbabile come un maggiordomo inglese. Certo. Infatti ero pietrificato, di sale. La signora lascia i soldi della scheda sul bancone (io non riuscivo ad allungare le mani (caratteristica per la quale gli invitati della signora, invece, detengono vari primati), sorride compiaciuta e se ne va salutando.
Se fra di voi c’è qualche satanista sappia che ho visto che faccia ha il loro capo.
E non solo la faccia

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Si trasforma in un razzo missile

3 Marzo 2011 Nessun commento

Quando ero piccolo tutti mi scherzavano. Ahimè, non per i motivi che avrei voluto io (maschialmente gli stessi della canzone, LO stesso della canzone) ma perchè avevo gli occhiali.

Mia mamma, accortasi che strizzavo in continuazione gli occhi, decise di portarmi da un oculista. Quello della mutua. Il quale, dopo essersi stirato ben bene sulla sedia e aver tolto delle pieguzze su un camice orgogliosamente chiazzato di sugo, sentenziò “Lo fa per irritarvi, è solo un vizio, il bimbo ci vede benissimo. Si vede che scoppia di salute ma è un pò stronzo. Come tutti i bambini”. Rassicurata dalle attente parole del luminare della scienza ma insospettita dal mio continuo cozzare contro i lampioni e dal fatto che davo la mano per attraversare sempre a persone diverse, mia mamma decise, per ulteiore scrupolo, di sentire un altro parere. Andammo da una oculista privata. Mi fece una visita molto accurata, mi fece guardare attraverso macchinari fantascentifici e disse “il bimbo è miope, deve mettere gli occhiali. Certo, è anche stronzo, ma lì non posso intervenire”. Andammo dall’ottico e, dopo soli 15 giorni, ebbi GLI OCCHIALI. Erano gli anni 70, pantaloni a zampa d’elefante, moda optical, colori pastello ovunque. Occhiali di tartaruga. Esattamente quello che ci vuole ad un bimbo di quarta elementare per diventare il re incontrastato della festa.

Questo fino al 26 gennaio 2011 quando entro all’ospedale oftalmico di Roma per fare il laser.

Come è andata? Dico solo che sdraiato sul lettino per l’operazione ho sentito una voce maschile che diceva “io questa faccia la conosco…” Il resto quando potrò scrivere per più di dieci minuti senza dover correggere per trenta.

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